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Uruguay al voto, il Frente Amplio è favorito

osservatorio

Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Il prossimo 27 ottobre, circa 2,7 milioni di aventi diritto al voto sono chiamati a eleggere il nuovo presidente e vicepresidente della Repubblica dell’Uruguay, così come il Parlamento e il Senato. 

I candidati

Attualmente il Paese è governato da Luis Lacalle Pou, esponente del Partido Nacional. In questa tornata il partito presenta il ticket composto da Álvaro Delgado e Shriley Valeria Ripoll, in quanto la legge elettorale uruguaiana non permette di candidarsi al presidente uscente alle elezioni successive. Delgado sostiene la necessità di dare continuità all’attuale progetto politico, che difende lo sviluppo di una politica incentrata sulla stabilità, la lotta al narcotraffico e all’insicurezza, e la riduzione del sistema burocratico statale. 

Il partito favorito secondo gli ultimi sondaggi è il Frente Amplio, per il quale si candidano Yamandù Orsi alla presidenza e Carolina Cosse come vicepresidente. Il partito perse le ultime elezioni al ballottaggio contro il Partido Nacional nel 2019, anche se attualmente detiene la maggioranza nel Senato e nel Parlamento. Le rilevazioni vedono invece come terza forza il Partido Colorado, per il quale si candidano Andrés Ojeda e Robert Silva. Il Partido Colorado, insieme a Cabildo Abierto e Independiente, sono i principali appoggi del governo attuale nel Parlamento nel Senato. In totale alle elezioni si presentano undici partiti.

Come si vota in Uruguay

La Repubblica dell’Uruguay ha un sistema presidenziale, nel quale si vota in forma diretta presidente e vicepresidente. Per la votazione  è prevista una circoscrizione unica.

Quella che si considera la primissima tornata elettorale sono le elezioni interne ai partiti, nelle quali si scelgono i candidati. Mentre i partiti politici sono obbligati a organizzare queste elezioni, che quest’anno si sono tenute il 30 giugno, in questa occasione gli elettori non sono obbligati a votare, a differenza della tornata nazionale. Nel Paese infatti è prevista una sanzione economica per coloro che non osservano tale obbligo, così come accade in molti altri Stati dell’America latina. 

Alle elezioni nazionali vince il candidato alla presidenza che ottiene il 50% più uno dei voti. Nel caso in cui nessun candidato raggiungesse questa soglia, si svolgerà il ballottaggio tra i due candidati più votati il 24 novembre. Nella stessa giornata vengono eletti anche i rappresentati del Parlamento e del Senato.

Uruguay, l’eccezione latinoamericana

L’Uruguay si caratterizza per essere un Paese sostanzialmente stabile. Freedom House assegna all’Uruguay il punteggio più elevato in materia di qualità della democrazia della regione, con livelli di povertà contenuti, e con un’economia tendenzialmente in uno stato di buona salute, senza particolari crisi finanziarie e/o inflazionarie. Questa stabilità si traduce anche nell’ambito politico, con governi solidi e di lunga durata. Negli anni Novanta si consolidò la transizione democratica, iniziata nel 1985 con le prime elezioni libere in seguito alla dittatura militare che aveva controllato il Paese dal 1973.

Dal 1985 fino al 2004 si alternarono al governo il Partido Colorado e il Partido Nacional. Uno dei passaggi più critici fu la crisi del 2002, che si scatenò come conseguenza dell’esponenziale aumento del debito pubblico, legato alla grande dipendenza dalle istituzioni internazionali per finanziarlo. Una deriva che andò di pari passo con la crisi bancaria legata alla mancanza di credibilità agli occhi degli investitori esterni. E che provocò una profonda spaccatura sociale e politica nel Paese.

Gli anni Duemila in Uruguay

La mancanza di fiducia nei leader politici al governo e la crisi economica, politica e sociale, portarono al potere il Frente Amplio, che non aveva mai governato fino a quel momento. Il Frente Amplio rimarrà al governo dal 2005 fino al 2020. Dato che la legge elettorale uruguaiana non permette che il presidente uscente si ricandidi nell’immediato, il partito propose alla presidenza Tabaré Vázquez tra il 2005-2010 e tra il 2015 e il 2020. Negli anni compresi tra il 2010 e il 2015, alla guida del Paese salì José Mujica. Entrambi i leader politici ebbero un elevato livello di consensi durante le loro presidenze oltre a una grande visibilità internazionale. 

Tuttavia, anche a fronte di un positivo e perdurante riconoscimento da parte della popolazione del Frente Amplio, le scorse elezioni alla presidenza hanno segnato un’inversione di rotta. Dopo un quarto di secolo senza esprimere un presidente, il Partido Nacional è tornato alla guida del Paese con il suo leader Luis Lacalle Pou. L’ultimo presidente dell’Uruguay appartenente al Partido Nacional era stato proprio il padre dell’attuale presidente, Luis Alberto Lacalle. Lacalle Pou è salito al governo con un’agenda neoliberale. Ovvero garantendo la riduzione della spesa pubblica, la migliore gestione delle risorse economiche statali dopo “15 anni di sprechi” del Frente Amplio. E promettendo una riduzione della burocrazia statale, con l’obiettivo di rendere lo Stato più efficiente.

Come si arriva alle elezioni

Il Partido Nacional arriva alle elezioni accompagnato da accuse di corruzione e con la scarcerazione di Astesiano, l’ex capo della sicurezza del presidente, lo scorso 20 settembre. Astesiano era stato condannato a quattro anni di carcere per reati di una certa gravità quali associazione a delinquere, traffico di influenze, rivelazione di segreto e combinazione di interesse privato e pubblico. Lo scandalo, alla luce della vicinanza di Astesiano al presidente, non ha sicuramente giovato a quest’ultimo. Così come la crescita economica, che durante il governo di Lacalle Pou è stata altalenante, con periodi anche di forte caduta come nel 2020. Di conseguenza la campagna elettorale ha visto come grandi protagoniste anche le proposte per ridurre la criminalità, una delle crescenti preoccupazioni tra la popolazione.

Questi elementi vengono impiegati dal Frente Amplio che si presenta alle elezioni facendo risaltare la necessità di incrementare le politiche pubbliche per ridurre i livelli di povertà del Paese e tornare a livelli di crescita economica e di PIL superiori agli attuali. Nonostante queste rivendicazioni, nel tentativo di attrarre il voto più moderato e di mantenere la maggioranza al Parlamento e al Senato, Yamandù Orsi non ha proposto cambi radicali in economia rispetto all’attuale esecutivo.

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