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Il ritorno di Trump apre un nuovo capitolo di tensione

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è realtà. Se nel 2016 la vittoria del ticket repubblicano era stata raccontata come un uragano inaspettato, otto anni (e una sconfitta) dopo, le formule sensazionalistiche non convincono più. E forse è proprio questa la notizia in primo piano.  

Gli Usa aprono, con Donald Trump, un nuovo capitolo che appare ormai nell’ordine delle cose. È questa infatti l’ennesima tappa di un cammino che, tra sparatorie e tentativi di eversione, non ha mai smesso di macinare colpi di scena. Al punto da trasformarsi in naturale conseguenza. Il cortocircuito di una rivolta continua. Finestra aperta sulla distanza sempre più marcata tra promesse e illusioni di un ordine sociale traballante. Che le ricette repubblicane andranno a minare ancora di più. 

Il voto della post verità? 

Le ragioni che riportano il tycoon alla guida del Paese sono tante e complesse. Gli ultimi sondaggi mettono l’accento sull’economia, una questione decisiva nelle preferenze dell’elettorato. Gli exit polls evidenziano il peso crescente del Partito repubblicano nelle comunità latine. La distanza di genere potrebbe non essere stata così pronunciata come ci si aspettava. Con l’aborto a giocare una parte molto più marginale del previsto nello spostare il consenso verso Harris.  

Tutte tessere di un puzzle in divenire, che però non restituirà mai la fedele essenza di un Paese in tensione. Una società polarizzata, individualizzata ma anche radicata nelle proprie bolle. Nei conflitti che la attraversano ridisegnando confini sempre più netti, facilmente osservabili ben prima del 5 novembre. Per esempio nei milioni di cittadini in viaggio, senza ritorno, verso i quartieri in cui sentirsi più politicamente a casa, come rilevato dall’indagine del New York Times

L’immenso territorio degli Usa racchiude insomma più identità, a volte anche in apparente contraddizione. Come spiegare, assecondando la logica dell’elettore razionale, l’aumento di voti in direzione repubblicana da parte delle comunità e soggettività più prese di mira proprio da Trump e soci? Di fronte a questi fenomeni, quella di cedere alla semplificazione della post-verità, di catalogare tutto come l’esito di un inconscio collettivo fuori controllo, è una tentazione sempre attuale. Ma forse mai così inopportuna. 

Il voto dal breve al lungo corso 

Il voto rappresenta uno dei riti centrali di quella che in passato è stata battezzata la “religione civile” degli Stati Uniti. Un momento di responsabilità dal forte carico emotivo, che ogni elettore affronta più volte. Come individuo, come membro di una comunità locale, come cittadino di uno Stato. Il respiro che accompagna la scelta in questi passaggi può cambiare. Tanto che l’opportunità politica si dimostra ancora capace di scavalcare la polarizzazione. Lo stesso giorno in cui votano quasi al 60% per Trump, Montana e Missouri approvano misure che tutelano il diritto all’aborto, in aperta controtendenza rispetto alla linea nazionale. Segno che il 5 novembre è da leggere su più livelli. 

È bene soffermarsi allora sui minimi comuni denominatori che lo qualificano. A partire proprio dalla percezione sospesa sul gesto. Ben lontana dall’entusiasmo tipico di un momento in cui si è chiamati a decidere il proprio destino. Basti vedere quanti, degli elettori recatisi alle urne, abbiano espresso un sentimento positivo sullo stato degli Usa. Il 26% del totale. A fronte di un 72% frustrato o arrabbiato per una realtà che non risponde alle aspettative. Un dato che viene spontaneo interpretare alla luce delle difficoltà della popolazione, ma anche dalla distanza tra sogni e realtà.

Come sostenuto dal Washington Post, se i cittadini statunitensi concordano in larga parte su quali siano i capisaldi della classe media, solamente un terzo di essi ne soddisfano i requisiti. Non è una questione di poco conto, data la centralità del tema per l’immaginario nazionale. Che ha a che vedere con la sicurezza economica. Ma, indirettamente, anche con la fiducia negli altri attori sociali, in primis nelle istituzioni. Non è un caso che, in questa fase, le ripetute indagini di Gallup continuino a testimoniare che su questo fronte siamo a un livello eccezionalmente basso

Il volto della sicurezza

Nel corso della campagna elettorale, le strategie di Harris e Trump sono andate in senso opposto. Il messaggio della vicepresidente ha corteggiato un pubblico moderato, nel tentativo di far vacillare la terra sotto i piedi dell’avversario. Per poi fare leva, nelle ultime settimane, sul mantra della difesa della democrazia. Una scelta che non ha pagato, nonostante il pericolo sia stato riconosciuto da un’ampia fetta di elettori.    

Dall’altra parte, il tycoon ha portato avanti un’escalation narrativa, aggredendo le comunità più marginalizzate e i movimenti sociali, rafforzando la paura del cosiddetto “nemico interno”. Una sorta di strategia narrativa della tensione. Da otto anni a questa parte, per Trump la continua targetizzazione dei nemici è parte fondamentale di un progetto che, dividendo le classi più sofferenti della società statunitense, punta a favorire gli interessi di chi da questa sofferenza è più protetto. In pratica, soffia sulle fiamme del malcontento per volgerlo a proprio vantaggio. 

Trump e il Partito repubblicano giocano così sul filo del rasoio. Nel tentativo di tenere in vita, da un lato le cause che alimentano sfiducia e malessere; dall’altro, i loro capri espiatori. È qui che risiede il cortocircuito di una rivolta continua e pertanto paradossale. Sempre sbandierata, ma che non si può mai portare a termine. E che finisce giocoforza di necessitare un altro nemico, più grande, o esterno. 

Il nuovo capitolo della tensione

Le elezioni ci hanno mostrato quanto fossero ancora piantati i semi di questa rivolta impossibile nella società a stelle e strisce. Ora stanno per germogliare di nuovo. Alla stregua degli altri promotori internazionali dello slogan law & order (letteralmente, legge e ordine), il neo eletto presidente ha infatti ovviamente promesso di aumentare la sicurezza sociale con le cattive

Come denuncia l’ACLU, Trump non vede l’ora di riportare in auge i vecchi capisaldi della reazione made in Usa: militarizzazione e incarcerazione di massa. Strumenti che nel corso del tempo hanno avuto quale unico esito la disgregazione delle comunità più fragili, colpite in maniera sproporzionata dalla morsa violenta delle autorità. Insieme a loro, Branko Marcetic è sicuro che i primi a venire bersagliati saranno i movimenti sociali. Come quelli che nell’ultimo anno hanno riempito i campus universitari, per protestare contro il genocidio e la pulizia etnica in corso in Palestina. Chi dissente, chi è disposto a contrapporre anima e corpo al progetto di Trump, sarà al centro del radar federale. Le premesse ci sono tutte. 

Con il voto si apre quindi un nuovo capitolo di tensione. Un capitolo che con ogni probabilità lascerà intatte, per usare un eufemismo, le ragioni profonde dell’insicurezza a stelle e strisce. La distanza tra sogno e realtà è quindi pronta ad allargarsi. In attesa di scoprire il prossimo (non) colpo di scena. Al quale, però, saremo un’altra volta tenuti a non sorprenderci. 

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