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Il tramonto della presenza militare francese in Africa

Françafrique

Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Alla fine del 2024, Costa d’Avorio, Senegal e Ciad hanno fatto richiesta al governo di Parigi di ritirare i soldati francesi stanziati nei loro territori. Dopo Burkina Faso, Mali e Niger, la Francia ha perso così altri tre importanti avamposti della sua presenza militare a sud del Sahara, tra le più evidenti testimonianze del suo passato coloniale in Africa occidentale e centrale.

L’influenza francese in Africa subsahariana si è di molto ridimensionata negli ultimi anni. Soprattutto se rapportiamo lo stato attuale della diplomazia africana all’Eliseo con quel complesso di relazioni preferenziali, accordi di assistenza economica, politica e militare che fu spina dorsale della politica di potenza francese dal dopoguerra e che prese il nome di Françafrique

Il tramonto sulla Françafrique

La politique de grandeur (“politica di grandezza”) inaugurata da Charles de Gaulle alla fine degli anni Cinquanta, mirava a preservare alla Francia uno spazio di influenza esclusivo. Nel mondo a blocchi della Guerra Fredda, Parigi sperava così di mantenere lo status di grande potenza. Già agli albori della decolonizzazione, l’Africa centrale e occidentale furono presto individuate come il terreno in cui sviluppare questa profondità strategica.

A distanza di settant’anni, la Francia ha perso gran parte del suo tradizionale ascendente proprio presso quegli Stati africani che un tempo considerava tasselli fondamentali della sua “politica di grandezza”.

Alla ricerca di un riposizionamento internazionale, gli Stati francofoni dell’area hanno allargato lo sguardo al Sud globale, ovvero a Paesi come Cina, Turchia, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Oltre alla diversificazione dei canali di finanziamento e approvvigionamento militare, la cooperazione con questi Paesi ha offerto loro un vantaggio non da poco: l’estraneità al passato coloniale.

L’erosione della Françafrique è stata inoltre accelerata dal fallimento dei programmi di antiterrorismo, controinsurrezione e peacekeeping diretti dalla Francia negli ultimi vent’anni. Queste missioni militari avevano lo scopo di contrastare le numerose minacce alla sicurezza del Sahel (posto sotto garanzia dalla potenza francese) come i tuareg maliani, al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim), lo Stato Islamico nel Sahel, Boko Haram e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jamaʿat Nuṣrat al-Islām wa-l muslimīn, in arabo).

L’insuccesso delle strategie di sicurezza francesi ha alimentato un crescente malcontento tra le popolazioni del Sahel, che si è allacciato alle richieste di quanti chiedevano l’abbandono di ogni forma di neocolonialismo. Su questo terreno fertile, ha avuto gioco facile la propaganda antioccidentale russa che – anche tramite il Gruppo Wagner – ha attecchito presso le gerarchie militari e gli alti ufficiali di governo africani. 

La crisi in Mali e l’espansione del jihadismo nel Sahel

Quanto accaduto in Mali nel 2012 ha segnato l’inizio della fine della presenza militare francese in Africa. In quell’anno, il potere statale crollò nel nord del Paese (la regione dell’Azawad) e seguì l’ascesa del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), espressione delle istanze autonomistiche della minoranza tuareg. 

Dopo la proclamazione dell’indipendenza della regione settentrionale, le milizie jihadiste, che inizialmente avevano sostenuto l’Mnla, rivolsero le armi contro i tuareg. Fu il caso dell’Aqim, del Movimento per l’unicità e il jihad nell’Africa occidentale e del neonato Ansar Dine (in arabo, “ausiliari della religione”). 

Conquistato il potere nel nord, i jihadisti si diressero a sud verso la capitale Bamako, minacciando direttamente il governo del filofrancese Amadou Toumani Touré. La situazione mise in allarme Parigi, che agì prontamente a favore del regime amico. Nulla di nuovo fino a qui: la Francia era già intervenuta più di trenta volte in altre parti del continente.

L’11 gennaio 2013, l’allora presidente François Hollande lanciò l’operazione di supporto logistico e militare Serval. In pochi giorni, le forze francesi arrestarono l’avanzata delle milizie jihadiste e imposero il cessate il fuoco. Dopo l’intervento della Francia, si giunse frettolosamente agli accordi di Ouagadougou, cui partecipò però solo una parte del fronte ribelle.

Nella capitale burkinabé furono decisi la fine delle ostilità e un nuovo appuntamento elettorale. Nell’agosto dello stesso anno, le elezioni furono vinte dal candidato filofrancese Ibrahim Boubacar Keïta, che rimase presidente del Mali fino al 2020, quando fu deposto con un colpo di stato. 

Le milizie rimaste fuori dai negoziati proseguirono per la strada della lotta armata. Se l’Mnla, afflitto da divisioni interne, gradualmente uscì di scena, negli anni a seguire si assistette a un radicamento del jihadismo nel nord del Mali e nei vicini Paesi del Sahel (come Niger e Burkina Faso), alimentato dalle armi provenienti dalla Libia del post-Gheddafi.

L’operazione Barkhane

Per porre un freno all’espansione del terrorismo nel Sahel, nell’estate del 2014 Parigi inaugurò l’operazione Barkhane, missione militare di controterrorismo, rimasta operativa fino al 2022. A fianco della Francia nella lotta al jihadismo si schieravano Mali, Burkina Faso, Ciad, Niger e Mauritania, componenti del cosiddetto G-5 del Sahel. 

L’operazione Barkhane assunse ed estese le funzioni precedentemente ricoperte dalle missioni Serval ed Épervier (quest’ultima lanciata nel 1986 per contrastare l’ingerenza libica in Ciad). 

Barkhane arrivò a disporre di un apparato militare notevole: 3.000 uomini, 20 elicotteri, 200 veicoli blindati, 10 aerei da trasporto, 6 caccia e 3 droni. Il suo quartier generale fu stabilito a N’Djamena, capitale del Ciad. 

Dopo sette anni di attività, Parigi dovette però fare i conti con la realtà dei fatti: il jihadismo di matrice islamista era tutt’altro che sradicato. Al contrario, si era ulteriormente ramificato ed esteso. Al contempo, nei palazzi di potere africani si discuteva sempre più spesso di rivedere i rapporti di cooperazione militare con l’ex madrepatria.

Nel giugno 2021, Emmanuel Macron annunciò che le forze francesi impegnate nella missione Barkhane avrebbero cominciato una fase di ritiro. Nell’estate del 2022, i francesi lasciarono il Mali; nel febbraio 2023 abbandonarono il Burkina Faso. Nel dicembre 2023 il Niger ordinò l’immediata espulsione dei soldati di Parigi.

La nascita dell’Alleanza del Sahel

Alla rottura dei rapporti con Mali, Niger e Burkina Faso hanno concorso una serie di fattori. Innanzitutto, il crescente atteggiamento antifrancese da parte dell’opinione pubblica locale, strettamente legato al fallimento dei programmi di sicurezza diretti da Parigi.

Inoltre, in tutti e tre i Paesi, sono salite al potere, con una serie di colpi di stato, delle giunte militari dal programma dichiaratamente ostile alla Francia, all’Occidente e alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas). Per legittimarsi internamente, le giunte hanno cavalcato l’onda del malcontento popolare per il fallimento delle missioni antiterroristiche francesi.

Il 16 settembre 2023, i governi di Niger, Mali e Burkina Faso hanno siglato un accordo di difesa reciproca contro eventuali minacce di ribellione armata e aggressioni esterne, dando vita all’Alleanza degli Stati del Sahel. Nel frattempo, hanno dichiarato l’intenzione di uscire dall’Ecowas. A gennaio 2025, le tre giunte hanno annunciato la costituzione della prima forza militare unificata dell’Alleanza, composta da 5.000 unità. Il messaggio rivolto ai vecchi partner è chiaro: alla nostra sicurezza – d’ora in avanti – ci pensiamo da soli.

L’annus horribilis francese 

Alla fine di novembre 2024, persino il Ciad, considerato l’alleato più fedele della Francia nella regione del Sahel, ha annunciato la sua intenzione di porre fine all’accordo di cooperazione alla difesa che lo legava all’ex madrepatria. A N’Djamena, centro logistico e di comando dell’operazione Barkhane, erano di stanza circa 1.000 militari francesi.

Poco dopo l’annuncio del Ciad, anche il Senegal ha dichiarato di voler espellere le forze francesi dal suo territorio: circa 350 unità degli Elementi francesi del Senegal. Il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye ha dichiarato a tal proposito che «solo perché i francesi sono stati qui sin dall’epoca della schiavitù non significa che non sia possibile fare diversamente». A fine dicembre, Faye ha annunciato che tutte le truppe straniere presenti nel Paese sarebbero state invitate a lasciare il Paese da gennaio. 

A chiudere l’annus horribilis della Francia, il 31 dicembre, anche il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha chiesto il ritiro di Parigi. Dal 2015, erano 900 le unità francesi stanziate in Costa d’Avorio.

Cosa rimane della Françafrique oggi

Oggi, dei cinque Paesi facenti parte del G-5 Sahel, nessuno mantiene un contingente francese entro i propri confini. Nel resto del continente, Parigi ha forze solo a Gibuti e in Gabon. Si tratta forse del punto più basso mai raggiunto dalla presenza militare francese sul continente.

Gibuti – la cui posizione strategica sullo stretto di Bab el-Mandeb è motivo di grande corteggiamento da parte di diversi attori globaliospita attualmente il maggiore contingente, composto da circa 1.500 unità.

In Gabon, la presenza militare francese risale agli albori dell’indipendenza. Ad oggi, ci sono 350 soldati. I rapporti tra i due Paesi si sono però raffreddati con il colpo di stato dell’agosto 2023, quando Ali Bongo Ondimba, figlio del primo presidente del Paese Omar Bongo, è stato rimosso dal potere. La dinastia Bongo era una storica alleata di Parigi. Ciò non ha comunque impedito a Macron di tentare di mantenere buone relazioni anche con il generale e nuovo presidente ad interim Brice Clotaire Oligui Nguema, in visita in Francia nel maggio 2024.

L’emergere di altri partner strategici

Nel frattempo, altri attori internazionali si stanno facendo avanti, presentandosi ai Paesi francofoni come partner su cui contare per un riposizionamento geopolitico svincolato dalla storia coloniale. Tra tutti, la Russia, che nel Sahel – con l’intermediazione di forze parastatali come il Gruppo Wagner – sta costruendo relazioni che hanno mutato profondamente il quadro delle alleanze regionali.

Russia e Cina non sono le sole a voler trarre vantaggio del vuoto di potere lasciato da Parigi. Il presidente del Ciad Mahamat Déby Itno ha ammesso che non avrebbe preso la decisione di espellere le forze francesi se non avesse ricevuto garanzie di assistenza da parte degli Emirati Arabi Uniti, sempre più impegnati in Africa. 

Dall’altra parte, l’interesse degli Stati Uniti per l’area è stato rimesso in discussione dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, con la ripresa di un approccio a somma zero alla politica internazionale. Trump, che nel 2018 aveva definito i Paesi africani “shitholes countries”, aveva già dimostrato nel suo primo mandato di riservare poca attenzione al continente e alcuna volontà di contrastare la crescente influenza russa e cinese nella regione. A confermarlo anche la recente chiusura della maggior parte dei programmi dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid) in Africa. 

Il miraggio della pace nel Sahel

Secondo i dati dell’Armed Conflict Location and Event Data Project, nel primo semestre del 2024, nella regione del Sahel si è registrato un aumento del 25% nel numero di vittime civili rispetto ai sei mesi precedenti.

Per quanto la loro azione sia stata considerata inefficace nella lotta al terrorismo nel Sahel, la partenza dei soldati francesi ha lasciato un vuoto di potere che non sarà facilmente colmato nel breve periodo. Tuttavia, se oggi l’assistenza militare russa o cinese appare ancora insufficiente a rispondere alla crescente domanda di sicurezza proveniente dalla regione, ciò non significa che le cose non possano cambiare in futuro. 

Fonti e approfondimenti

Africa Defense Forum, “UAE increases military support, aid to Chad amid Sahel strife”, 13 febbraio 2025. 

Africanews, “France’s military is being ousted from more African countries. Here’s why”, 20 dicembre 2024. 

Çakırtekin İlayda, FACTBOX – Ouster from Africa: What is left of France’s military presence on the continent?”, Anadolu Agency, 10 gennaio 2025.

Ministère de l’Europe et des affaires étrangères, consultato il 10 febbraio 2025.

Pronczyk Monika, Dione Babacar, “Senegal and Chad say ousting of French troops was their sovereign decision”, Associated Press, 7 gennaio 2025.

Wilkins Henry, “Why Ivory Coast, Senegal asked French troops to leave”, Voa News, 7 gennaio 2025.

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