Nel corso del 2025, l’Europa ha di nuovo vissuto un’estate segnata da incendi devastanti e temperature record, con effetti che si intrecciano a disuguaglianze sociali e fragilità economiche. Dalle ondate di calore alla cooling poverty, il cambiamento climatico ha mostrato ancora una volta il suo volto più drammatico, evidenziando l’urgenza di strategie di prevenzione e governance inclusiva.
L’Europa combatte gli incendi stretta nella morsa del caldo
Secondo il bollettino di Copernicus, il servizio climatico dell’Unione europea, quello del 2025 è stato il quarto luglio più caldo mai registrato in Europa, con una temperatura superiore di 1,30°C rispetto alla media del periodo 1991-2020. Il caldo anomalo ha caratterizzato gran parte del continente, soprattutto nella zona occidentale e meridionale. È arrivato in Turchia, dove si sono registrati 50°C, ma anche in Scandinavia, dove i termometri hanno raggiunto la temperatura record di 30°C.
Insieme alle ondate di calore, l’estate 2025 sarà ricordata anche come una delle più drammatiche per quanto riguarda gli incendi, spesso alimentati dal caldo torrido e dal forte vento. I primi sono scoppiati alla fine di giugno nel sud ovest della Francia, dove hanno distrutto circa 400 ettari di terreno e provocato la chiusura di strade e l’evacuazione dei residenti nelle vicinanze.
Poco dopo, ha iniziato a prendere fuoco anche la zona di Segarra in Catalogna, dove sono bruciati circa 5.000 ettari e sono state confermate almeno due vittime. La Catalogna non è stata l’unica regione della Spagna ad andare a fuoco. Nel corso di luglio 2025, altri incendi sono stati riportati nella provincia di Tarragona, dove è andato a fuoco un terzo del Parc natural dels ports, e nella regione di Castiglia-La Mancia. Sempre in Europa occidentale, gli incendi hanno interessato pesantemente le regioni centrosettentrionali del Portogallo.
Nemmeno l’Europa orientale è stata risparmiata. In Grecia, sono scoppiati vari incendi boschivi sull’isola di Creta, nella regione del Peloponneso settentrionale e in Attica. Boschi e foreste hanno preso fuoco anche in Albania e a Cipro, dove le fiamme hanno devastato circa 100 chilometri quadrati della regione vinicola vicino alla città di Limassol.
Eventi climatici estremi e disastri naturali
Di fronte a eventi della portata di un grande incendio boschivo o di un’alluvione, l’associazione con il concetto di disastro naturale è la più ovvia e immediata. Questo perché la definizione stessa di disastro naturale o ambientale indica l’interazione distruttiva di un evento estremo (che può essere climatico, ma anche geologico come un terremoto) con un contesto umano e ambientale vulnerabile. Vale a dire che i disastri naturali sono tali se implicano danni a cose, a persone, all’ambiente o, più in generale, hanno conseguenze negative tangibili.
Fenomeni come le ondate di caldo estremo invece non ricadono nella definizione di disastro naturale proprio perché i loro effetti risultano meno “visibili”, nonostante il tasso di mortalità che provocano sia in netta crescita. Insieme con l’erosione costiera, l’innalzamento del livello dei mari e la stagionalità anomala delle piogge, questi eventi rientrano nella categoria degli eventi climatici estremi. Si tratta di fenomeni climatici di intensità o frequenza eccezionale rispetto a quanto registrato normalmente in uno specifico luogo o periodo.
Meteo, clima e crisi climatica
Quando si parla di clima, però, il discorso si complica, poiché esiste una differenza fondamentale tra clima ed eventi atmosferici. Nonostante sia molto comune confonderli e usare i due termini in maniera intercambiabile, meteo e clima sono due concetti diversi tra loro.
Il clima è il calcolo statistico delle condizioni atmosferiche medie a livello locale, regionale, o nazionale, e, di solito, viene rilevato per un periodo di almeno 20-30 anni. Il meteo o tempo meteorologico, invece, è un evento atmosferico in un dato momento e in un dato luogo, caratterizzato dalla combinazione di umidità, pressione atmosferica, precipitazioni, temperatura, nuvolosità, visibilità e vento. Il meteo, quindi, non offre una visione netta e uniforme del quadro climatico osservabile nel tempo in un territorio.
Sia i disastri naturali sia gli eventi climatici estremi si verificano, sempre più spesso, in conseguenza del fenomeno conosciuto come cambiamento climatico, o crisi climatica. Nel caso degli incendi che hanno devastato l’Europa durante l’estate del 2025, è noto che il cambiamento climatico ne aumenta il rischio e ne intensifica gli effetti devastanti. A determinare il comportamento degli incendi, infatti, sono diversi fattori, tra cui il più rilevante è senz’altro quello meteorologico, che però deve combinarsi con condizioni topografiche, di vegetazione e biomassa adeguate.
Il costo economico dei disastri naturali e il protection gap
Poiché non esistono disastri naturali senza danni, è fondamentale misurare l’impatto di ciascun evento non solo sull’ambiente o sulle persone, ma anche sul piano socioeconomico. In generale, il quadro descritto dall’Agenzia europea per l’ambiente evidenzia una tendenza di lungo periodo per la quale, tra il 1980 e il 2023, nel continente, le perdite economiche da eventi climatici estremi e disastri naturali ammontano a centinaia di miliardi di dollari.
A livello globale, solo nella prima metà del 2025, i danni economici causati da disastri naturali hanno raggiunto i 131 miliardi di dollari, il secondo valore più alto dal 1980 dopo il 2024. L’aspetto ancor più allarmante è che solo 80 miliardi di dollari risultano coperti da polizze assicurative. Infatti, il protection gap mondiale – ossia la differenza tra il valore totale delle perdite economiche generate da un disastro naturale e le perdite effettivamente coperte da assicurazioni – è circa del 57%. Tuttavia, ci sono Paesi, anche a reddito elevato, per i quali il dato è nettamente superiore, a tal punto da sottolineare il tema della scarsa penetrazione assicurativa contro disastri naturali ed eventi climatici estremi.
Ad esempio, l’Italia ha un protection gap del 78%. Ciò vuol dire che cittadini e imprese hanno assicurato solo il 22% del totale dei danni che subiscono in conseguenza di disastri ambientali ed eventi climatici estremi. Solo il 7% delle imprese italiane, ad esempio, risulta coperto contro le alluvioni e a essere scoperte sono soprattutto micro e piccole imprese. In questo scenario, si inserisce l’obbligo di copertura catastrofale per le piccole e medie imprese introdotto dal primo gennaio 2026 (per le medie imprese vige già dal primo ottobre 2025).
Protection gap e disuguaglianze sociali
Un protection gap elevato è un chiarissimo segnale d’allarme anche rispetto alle disuguaglianze sociali. Infatti, le fasce di popolazione meno propense ad assicurarsi sono proprio quelle più vulnerabili all’impatto di un evento catastrofico, poiché tendenzialmente hanno meno risorse per far fronte alle perdite e alla ricostruzione. Questo meccanismo può tradursi in un aumento della domanda di aiuti e di assistenza sociale nei confronti dello Stato.
A livello aggregato, quindi, la conseguenza più grave della mancanza di copertura assicurativa consiste nel trasferimento dell’impatto economico di un disastro naturale sui governi e sulla società. Entrambi, infatti, devono farsi carico sia dei costi legati alla gestione dell’emergenza sia delle spese di ricostruzione. Inoltre, l’incertezza derivante da un’insufficiente protezione può frenare gli investimenti e l’attività economica, soprattutto nei contesti in cui le imprese non sono in grado di coprire i rischi legati ai disastri naturali.
La vulnerabilità urbana al caldo estremo
Tuttavia, non sempre serve un disastro ambientale per portare alla luce le disuguaglianze sociali legate alla vulnerabilità al cambiamento climatico e alla capacità di proteggersi dalle sue conseguenze estreme.
L’estate del 2025, ad esempio, non verrà ricordata solamente per la devastazione degli incendi: l’ondata di calore che ha attraversato l’Europa tra giugno e luglio è stata tre volte più mortale delle precedenti, mietendo circa 1.500 vittime. Ma i dati disponibili riguardano solamente 12 città europee. Perciò, i risultati sono una sottostima del numero reale di morti in tutta Europa, che potrebbe approssimarsi a decine di migliaia di persone.
In generale, la maggior parte delle vittime si è concentrata nelle grandi città, come Milano, Barcellona, Parigi, Londra, Roma e Madrid, tutte con oltre 100 decessi (317 nel caso di Milano). Infatti, nonostante, nelle aree urbane, il caldo abbia raggiunto livelli preoccupanti, non tutte le città sono ugualmente preparate ad affrontarlo e non tutti gli abitanti hanno gli stessi mezzi, privati o pubblici, per trovare riparo.
Una nuova dimensione di povertà: che cos’è la cooling poverty?
A tal proposito, è stata coniata l’espressione cooling poverty (o povertà da raffrescamento). Si tratta di una dimensione finora inedita della povertà energetica e che si misura con l’onere economico del raffrescamento (specialmente l’utilizzo dell’energia elettrica per l’aria condizionata) per i nuclei abitativi a basso reddito.
Infatti, mediamente, le famiglie con redditi più elevati destinano all’utilizzo dell’aria condizionata una percentuale del proprio budget di spesa per l’elettricità compresa tra lo 0,2% e il 2,5%. Per le famiglie a reddito minore, invece, questa quota si alza fino all’8%: avere un condizionatore in casa può aumentare i consumi elettrici domestici di circa il 36%.
La cooling poverty è un fenomeno globale e in espansione. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2050, gli impianti di raffreddamento installati in tutto il mondo saranno quasi 5,6 miliardi. Mentre la domanda di elettricità residenziale dovuta al raffreddamento potrebbe salire fino a quasi 1.400 terawattora all’anno (valore pari al consumo elettrico di tutta l’India nel 2020), per un costo complessivo tra 124 e 177 miliardi di dollari.
Si prevede che molti di questi impianti di raffrescamento saranno installati nei Paesi del Sud globale, che sono spesso esposti a fenomeni di caldo estremo, soprattutto quando collocati nella fascia tropicale. A installarli saranno famiglie a reddito medio basso, per le quali il loro utilizzo rappresenta un capitolo di spesa pesante nel bilancio domestico.
Inoltre, l’aumento previsto della domanda di elettricità, per rispondere alle esigenze di raffreddamento, potrebbe mettere sotto stress i sistemi di approvvigionamento elettrico di questi Paesi, costringendoli ad aumentare la capacità di generazione dei loro sistemi.
Infine, l’attività dei condizionatori contribuisce anche a produrre emissioni aggiuntive di CO2. La produzione di CO2 è uno dei fattori determinanti nel processo di accelerazione del cambiamento climatico, che – a sua volta – aumenta l’intensità e la frequenza delle ondate di calore. Per questo, risulta evidente l’urgenza di politiche climatiche per ridurre la dipendenza dai sistemi di raffrescamento privati e aumentare la vivibilità degli spazi pubblici.
L’importanza di una governance climatica efficace e inclusiva, a partire dalle città, è stata indicata nell’ultimo rapporto di Legambiente come una delle azioni imprescindibili per diminuire l’impatto del cambiamento climatico e le disuguaglianze che genera. Secondo gli analisti, la sostenibilità ambientale deve essere integrata con quella urbanistica seguendo un approccio intersezionale che parta da una mappatura delle isole di calore delle città e ne confronti la distribuzione con quella dei servizi pubblici e con i principali indicatori socioeconomici dei quartieri.
Fonti
Clarke Ben et al. 2025. Climate change tripled heat-related deaths in early summer European heatwaves. Grantham Institute.
De Cian Enrica, Falchetta Giacomo, Pavanello Filippo, Romitti Yasmin, Wing Ian Sue. 2025. “The impact of air conditioning on electricity consumption across world countries”. Journal of Environmental Economics Management 131(2025): 1-37.
Gasbarrone Cramaro Chiara. “Wildfires in summer 2025: Europe and the world ablaze”, Geosmart Magazine. 28 agosto 2025.
Greenreport.it. “Nella prima metà del 2025 perdite da catastrofi naturali a 131 miliardi di dollari”. 06 settembre 2025.
Legambiente. 2025. Che caldo che fa!
Voccia Erminia. “Città italiane roventi, il caldo fa emergere nuove disuguaglianze”. Rinnovabili. 07 agosto 2025.
Walker Lauren. “Caldo record in Europa a luglio 2025: ondate di calore e rischio superamento limite 1,5 C”. Euronews. 11 agosto 2025.