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Carcere e suicidi: gridare all’emergenza è troppo semplice

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Dal primo gennaio al 31 luglio 2025, in Italia, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), organo statale con il compito di monitorare i luoghi di reclusione, ha contato 46 persone recluse che si sono tolte la vita.

Il conteggio ufficioso riportato dall’Ong Ristretti orizzonti porta questa cifra a 65 vittime, includendo anche casi che non vengono qualificati come suicidi dall’amministrazione penitenziaria (ad esempio i morti per overdose o per episodi in cui un detenuto tenta il suicidio ma viene soccorso e muore in ospedale). Ci stiamo avvicinando ai numeri del 2024, quando Ristretti orizzonti ha registrato un picco di 91 suicidi, il più elevato dal 1992, anno in cui l’Ong ha iniziato a fare questa misurazione.

Dal 2022, la questione dei suicidi in carcere viene affrontata sempre in termini emergenziali e sensazionalistici, dedicandole sul momento titoli d’effetto, per poi lasciare che il tema torni sommerso. Ma il problema dei suicidi in carcere è davvero una catastrofe improvvisa? O la parola “emergenza” è solo un’etichetta che consente di non spingersi mai a guardare sotto la superficie e indagare a fondo il fenomeno?

Il carcere e il suicidio

Secondo uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista The Lancet e basato su dati raccolti tra il 2000 e il 2021 in istituti carcerari siti in 78 diversi Paesi del mondo, il suicidio è la principale causa di morte in carcere.

Nel 94,4% dei casi considerati le vittime erano maschi, mentre solo nel 5-6% erano femmine. Questo divario si spiega alla luce della composizione per genere della popolazione carceraria: gli uomini costituiscono la stragrande maggioranza delle persone detenute, mentre le donne sono presenti in percentuali molto basse.

Lo studio ha rilevato che un uomo recluso ha una probabilità di suicidarsi due volte maggiore rispetto a un uomo libero. Una donna reclusa, invece, ha una probabilità di togliersi la vita ben dieci volte maggiore rispetto a una donna libera. La maggiore probabilità che una persona (di qualunque genere) decida di suicidarsi viene motivata sulla base delle fragilità personali. In particolare, situazioni di abuso di sostanze, presenza di problematiche psichiatriche e di precedenti di autolesionismo costituiscono fattori di rischio.

Con riferimento alla situazione femminile, poi, l’elevata probabilità che una reclusa si tolga la vita viene spiegata sulla base del fatto che, poiché le donne detenute sono numericamente inferiori, è probabile che coloro che vengono internate provengano da contesti di maggiore marginalità sociale e fragilità e che abbiano ricevuto condanne particolarmente gravi.

I momenti più fragili

L’Organizzazione mondiale della sanità ha evidenziato che il rischio di suicidio è particolarmente elevato soprattutto nelle prime ore e nei primi giorni di reclusione. Anche l’Ong Antigone lo ha confermato, sottolineando che in Italia la maggioranza dei casi di suicidio del 2024 si è verificata durante i primi sei mesi di detenzione.

Nel primo periodo di reclusione, infatti, la persona viene colpita da un insieme di fattori: l’isolamento dalle persone care, la mancanza di informazioni sulla durata del procedimento penale e sul suo esito, lo stress di doversi adattare alla vita sotto stretta sorveglianza in un contesto comunitario complesso.

Per questo, nei Paesi europei vigono alcuni protocolli per ridurre i rischi di suicidio nella fase di ingresso nel carcere, ad esempio attraverso la rimozione di oggetti con cui una persona potrebbe ferirsi o l’assegnazione in celle con più compagni, cosicché il nuovo internato non sia lasciato solo.

Reclusione all’italiana

Secondo il report pubblicato dal Garante nazionale, al 31 luglio 2025 erano presenti nelle carceri italiane 62.722 persone: di questi, 60.000 erano uomini (il 31,72% dei quali straniero) e 2.722 erano donne (il 28,3% delle quali straniera).

All’interno degli istituti di pena, 27.665 persone (pari al 44,01% del totale) erano alloggiate in sezioni ordinarie chiuse, che in una giornata prevedono quattro ore d’aria e venti a cella chiusa (e che, nel 2025, sono state il luogo di detenzione del 78,26% delle vittime di suicidio).

Il report Space I 2024 sulle statistiche sulla popolazione detenuta redatto dal Consiglio d’Europa ha evidenziato che l’Italia è uno degli Stati europei con la popolazione carceraria più anziana: il 24% dei detenuti ha più di 50 anni e l’età media delle persone private della libertà è di 42 anni (contro una media europea di 37 anni).

Il sistema penitenziario italiano offre una capienza pari a 51.285 posti. Di questi, 4.579 risultano attualmente inagibili, cosicché ne restano disponibili 46.706, determinando una situazione di sovraffollamento che investe l’83% degli istituti di pena nazionali. Le ripercussioni si hanno soprattutto su alcune case circondariali tra le più grandi del Paese: quelle di Lucca, Foggia, Milano San Vittore e Napoli Secondigliano.

Nel 2024, l’Italia era tra i Paesi europei con il maggior tasso di sovraffollamento (109 detenuti ogni 100 posti), dietro a Francia (119 detenuti ogni 100 posti), Romania (120 detenuti ogni 100 posti) e Cipro (166 detenuti per 100 posti disponibili). Questo problema è cronico, tanto che già nel 2013 l’Italia è stata sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani. La pronuncia dei giudici ha riconosciuto il carattere sistemico del sovraffollamento nelle carceri italiane, nelle quali i detenuti si trovano rinchiusi in celle di dimensioni molto ridotte, scarsamente illuminate e in cui anche l’accesso all’acqua calda è limitato.

Un altro problema cronico riguarda la carenza di personale penitenziario: sull’organico di 34.149 dipendenti previsto, mancano all’appello 2.965 persone tra guardie, educatori ed educatrici, personale medico e psicologi. La carenza di personale medico-sanitario si ripercuote pesantemente sulla qualità della vita dei reclusi: l’aspettativa di vita di un detenuto è di 57 anni, di molto inferiore rispetto a quella di una persona libera. Insufficiente è anche il numero dei mediatori culturali per il supporto ai reclusi di origine straniera: il rapporto esistente è di 1,7 mediatori ogni 100 detenuti stranieri.

La sofferenza nelle carceri italiane

Nel periodo tra il 2021 e il 2025, il Garante nazionale ha registrato 340 suicidi (Ristretti orizzonti ne ha contati 367). Le vittime sono soprattutto uomini con un’età superiore ai 40 anni e una consistente quota è di origine straniera (basti pensare che essi rappresentano il 31,56% della popolazione carceraria, ma coprono il 47,8% dei casi di suicidio).

Altri elementi comuni alle persone che si tolgono la vita in carcere riguardano la provenienza da situazioni di marginalità sociale, caratterizzate da disoccupazione (61% dei suicidi registrati nel 2025), mancanza di una casa (34,8% dei suicidi) e basso grado di istruzione (54% dei suicidi). La grande maggioranza delle persone che si sono tolte la vita nel 2025 (87,5%) era già stata condannata con sentenza definitiva e doveva scontare una pena di breve durata. 

L’impatto del fenomeno del suicidio, però, rischia di lasciare in ombra gli altri allarmanti dati relativi alla quantità di eventi critici, diversi dal suicidio, che si registrano in carcere. Secondo il Garante nazionale, infatti, al 30 luglio 2025, si sono verificati 1.123 tentati suicidi (contro i 1.224 avvenuti nel 2024) e 7.486 atti di autolesionismo (contro i 7.620 del 2024). 

Il disagio nelle carceri minorili

I problemi del sistema penitenziario italiano si manifestano anche nel sistema carcerario minorile. In Italia esistono 17 Istituti penali per minorenni (Ipm) e, al 31 marzo 2025, a fronte di un totale nazionale di 597 giovani detenuti, per la prima volta, 9 Ipm hanno registrato una situazione di sovraffollamento. Secondo Antigone, questo è riconducibile agli effetti collaterali del Decreto Caivano del 2023, che ha ampliato l’applicabilità della custodia cautelare per i minorenni.

Il sovraffollamento e le degradate condizioni di vita dei giovani detenuti (assenza di attività, permanenza in cella per l’intera giornata, carenza di percorsi di reintegrazione sociale) sono stati alla base delle numerose proteste che hanno avuto luogo nel corso del 2024, soprattutto nell’Ipm milanese Cesare Beccaria. Mentre più recente e ancora poco chiaro è il caso di Danilo Riahi, ragazzo di origini tunisine che il 13 agosto 2025 è deceduto dopo aver tentato il suicidio durante la detenzione nell’Ipm di Treviso.

Cause e (possibili) soluzioni 

Il XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia ha denunciato che l’elevato numero di eventi critici segnala la crisi del sistema penitenziario italiano, che è caratterizzato da condizioni inaccettabili in cui i detenuti sono costretti a vivere. Il carcere, infatti, viene definito come un vero e proprio luogo “patogeno” che peggiora le condizioni fisiche e psicologiche dei reclusi, già provenienti in massima parte da situazioni di grave marginalità sociale e fragilità.

Per contrastare questa situazione di disagio, Antigone e Ristretti orizzonti invocano interventi organici. Ad esempio, risolvere il tema del sovraffollamento, mettere a disposizione personale (soprattutto medico, psicologico e sanitario) adeguatamente formato e dare concretezza alla finalità rieducativa della pena di cui parla l’articolo 27 della Costituzione. Oggi, quel dettato è praticamente lettera morta, se si considera che solo il 4,7% dei detenuti lavora per imprese esterne

Per chi non ha questa possibilità, il tempo della pena è vuoto e privo di prospettive e il reinserimento sociale dopo il ritorno in libertà diventa sostanzialmente impossibile, cosa che favorisce la recidiva, stimata da Antigone intorno al 69%.

Attualmente, però, lo Stato italiano progetta soltanto la costruzione di nuovi istituti penitenziari: a marzo 2025 ha bandito un appalto per creare 384 nuovi posti letto, con uno stanziamento di 32 milioni di euro. Il procedimento, però, è stato travolto dalle polemiche, perché, ancor prima della conclusione dell’appalto, è emerso che quei posti letto in realtà arriveranno a costare 45,6 milioni di euro e quindi la procedura di appalto dovrà ripartire da zero.

Anche le Ong hanno criticato la misura, evidenziando che è destinata ad aggravare le carenze di personale e a non risolvere i problemi esistenti. Nel frattempo, la spesa pubblica in ambito penitenziario si riduce: nel 2025, il costo per persona detenuta è di 149,56 euro al giorno, in diminuzione rispetto all’anno precedente.

Sembra che l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica non sia rivolta a comprendere e affrontare i caratteri strutturali e cronici della crisi del sistema penitenziario. Ma, in questo modo, il carcere resta solo un luogo di dolore e patologia: le etichette emergenziali di certo non aiutano a cambiare le cose.

 

Fonti

Aebi Marcelo F., Cocco Edoardo. 2024. SPACE I – 2024 – Council of Europe Annual Penal Statistics: Prison populations. Council of Europe.

Antigone. 2025. Senza Respiro, XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione.

Bernardo Ángela, Belmonte Eva, Torrecillas Carmen, Cabo David, Del Vayo María Álvarez, Gavilanes Miguel Ángel. “The suicide rate among people in pretrial custody is double that of convicted prisoners”. European Data Journalism Network. 17 maggio 2022.

Fazel Seena, Ramesh Taanvi, Hawton Keith. 2017. “Suicide in prisons: an international study of prevalence and contributory factors”. Lancet Psychiatry 4(12): 946-952.

Frasson Selena, Rosa Claudio. “Chi li ascolterà?, l’inchiesta finalista al Premio Morrione che ha anticipato il caso Beccaria”. RaiNews.it. 23 aprile 2024.

Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. 2025. Osservatorio penitenziario (Gnpl). Report. Per un’analisi dei decessi in carcere. Attività di studio e ricerca: gennaio-luglio 2025.

Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. 2025. Osservatorio penitenziario adulti (Gnpl). Report analitico. Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale. Aggiornamento 30 maggio 2025.

Mundt Adrian P., Cifuentes-Gramajo Pablo A., Baranyi Gergo, Fazel Seena. 2024. “Worldwide incidence of suicides in prison: a systematic review with meta-regression analyses”. Lancet Psychiatry 11(7): 536-544.

Ristretti orizzonti. 2025. Dossier: “Morire di Carcere”.World Health Organization. “One-third of people in prison in Europe suffer from mental health disorders”. 15 febbraio 2023.

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