Da fine febbraio, quando Israele e Stati Uniti hanno colpito l’Iran dando inizio alla terza guerra del Golfo (come ormai viene definita), la regione autonoma del Kurdistan iracheno è tornata sotto i riflettori.
Mentre l’attenzione mediatica si è concentrata sul possibile ruolo militare delle fazioni kurde-irachene, il conflitto regionale ha riaperto vecchie tensioni all’interno della regione. Infatti, nonostante il Kurdistan iracheno venga spesso considerato un’entità politicamente compatta, i rapporti di potere tra le sue fazioni sono mutevoli. La regione appare divisa in zone di influenza tra le due principali famiglie-partiti – i Barzani del Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e i Talabani dell’Unione patriottica del Kurdistan (Puk).
È proprio nei momenti di crisi internazionali, che i rapporti tra le due fazioni e i rispettivi partiti si incrinano e le tensioni riemergono.
La regione e le influenti famiglie dei Barzani e Talabani
Il bashur – “sud” in kurdo kurmanji, come viene definito il Kurdistan meridionale, quello iracheno appunto – è legato alla storia dei Barzani e dei Talabani.
- I Barzani sono un clan tribale originario della regione Bahadian (a ridosso del confine con la Turchia). Si tratta di una delle famiglie più influenti del Kurdistan. Dal XIX secolo in poi, i Barzani hanno legato il loro nome a una serie di rivolte tra Iraq e Iran, contro gli ottomani e lo Shah di Persia. Lo stesso sheikh dei Barzani – titolo che incarna autorità nelle dinamiche tribali e interfamiliari – è spesso considerato una figura politica autorevole e centrale. Nella storia kurda i Barzani sono quindi avvolti dall’aura delle ribellioni guidate e delle repressioni subite. Tra le più celebri vi sono quelle iraniane seguite al fallimento della Repubblica di Mahabad (città kurdo-iraniana che nel 1946-1947 instaurò una repubblica indipendente) e i massacri ordinati da Saddam Hussein negli anni Ottanta.
- I Talabani, rispetto ai Barzani, sono una fazione numericamente e territorialmente più ristretta ma non meno influente. Originari delle regioni orientali dell’Iraq, a ridosso dei monti Zagros, al confine con l’Iran, fanno parte della più ampia tribù Zangana. Quest’ultima, però, si trova principalmente nel Kurdistan orientale – il Rojhelat -, all’interno degli attuali confini iraniani. Per secoli, i Zangana hanno subito i conflitti e le ritorsioni tra ottomani e Safavidi. Essendo fedeli a quest’ultimi, ogni spostamento di confine in favore di Costantinopoli veniva seguito da migrazioni forzate e massacri. La definizione dei confini statali nel XX secolo contribuì a separare le comunità Zangana tra Iraq e Iran, accentuando traiettorie politiche differenti, tra cui quella dei Talabani. Rimanendo ai confini montuosi tra Iraq e Iran, dove l’influenza dei Barzani non era sufficientemente forte, i Talabani sono riusciti a ritagliarsi un importante spazio all’interno della politica kurdo-irachena.
La rivalità politica-familiare tra Erbil e Sulaymaniyah
Ognuna delle due famiglie è legata a uno dei principali partiti della regione – il Kdp per i Barzani e il Puk per i Talabani. Entrambi possono essere interpretati, almeno parzialmente, come il prodotto della storia delle due famiglie e di due distinte correnti del nazionalismo kurdo.
Il Kdp è il più antico partito kurdo. Fondato nel 1946 sull’onda dell’entusiasmo per la breve Repubblica di Mahabad, è stato per decenni il partito kurdo più importante, non solo in Iraq. All’epoca, la figura chiave della famiglia Barzani era Mustafa Barzani, politico e militare kurdo in esilio che, appoggiato dall’Unione Sovietica, contribuì all’esperimento kurdo di Mahabad.
Fin dalla sua fondazione, il Kdp è stato caratterizzato da un fervente nazionalismo ispirato dalla dialettica socialista dell’epoca (per poi diventare più tribal-conservatore). Il fine ultimo era l’autonomia, se non l’indipendenza, del Kurdistan iracheno. Nei due decenni successivi, nacque un’intensa rivalità con il Partito comunista iracheno (Icp). Quelle che iniziarono come rivalità ideologiche tra i due partiti divennero ben presto tensioni etnicizzate, soprattutto nei primi anni di vita della Repubblica guidata da Abd al-Karim Qasim – dopo il colpo di Stato del 1958, che rovesciò la precedente monarchia hashemita.
Le tensioni sfociarono ben presto in massacri e attacchi reciproci. Gli anni successivi passarono alla storia come Grandi rivolte kurde e il Kdp di Barzani arrivò a sostenere l’ascesa al potere del Ba’ath nel 1963. Nonostante delle convergenze tattiche tra Kdp e Ba’ath lasciassero presagire un minimo margine di dialogo, i rami più oltranzisti del partito socialista arabo, memori delle violenze kurde, optarono per il pugno di ferro.
Il conflitto con Baghdad proseguì così per alcuni anni, anche grazie alla postura filo-kurda dell’Iran. Nel 1975 gli accordi di Algeri tra Baghdad e Teheran ridisegnarono i confini tra i due Stati, sancendo la fine del sostegno dello Shah ai kurdi. Diversi furono i membri della famiglia Barzani costretti all’esilio, mentre il partito fu costretto ad affrontare dissidi e tensioni interne. Proprio in questa fase, il Puk nacque da una scissione interna al Kdp, guidata da Jalal Talabani.
La rottura del 1975 non riguardava tanto il progetto nazionale kurdo, quanto il modo di perseguirlo. Talabani contestava la leadership personalistica e tribale dei Barzani, proponendo un movimento più urbano, pluralista e ideologicamente vicino alla sinistra del tempo. In quel periodo, infatti, alcune città kurde si stavano sviluppando da un punto di vista economico e culturale, grazie anche alle lotte politiche. Centri come Sulaymaniyah e Kirkuk non rispondevano alle logiche tribali-feudatarie dei Barzani. Il Puk – grazie anche ai più solidi legami con l’Iran e l’opposizione comunista allo Shah – divenne un partito urbano, intellettuale e socialdemocratico.
Uno dei tratti distintivi dei Talabani, che non poteva vantare la lunga storia di leadership dei Barzani, fu l’accoglienza di altri movimenti kurdi. Negli anni Ottanta, infatti, a causa dei conflitti tra componenti kurde in Turchia (con la fondazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan) e in Iran (con la formazione dei partiti kurdi di opposizione alla Repubblica islamica), diverse figure politiche furono costrette a lasciare i Paesi di origine. Il Puk accrebbe così la propria popolarità dentro e fuori l’Iraq, semplicemente concedendo ospitalità e riparo ai partiti kurdi-iraniani e al Pkk. Nonostante l’accesa rivalità con il Kdp e i Barzani, la repressione del regime di Saddam Hussein spinse i partiti a collaborare.
Durante la Guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), entrambe le fazioni approfittarono del conflitto per provare a ottenere l’indipendenza da Baghdad. Incontrarono però la dura reazione del regime. Il massacro di Halabja (1988) e la campagna di Anfal (1987-1988) sono alcune delle pagine più violente della storia irachena, con migliaia di kurdi, anche civili, massacrati dall’esercito di Baghdad.
La guerra civile e il nuovo assetto istituzionale post-2003
La repressione di Baghdad si fermò solo nel 1991, con la fine del conflitto iniziato dall’invasione del Kuwait e l’intervento delle forze occidentali. In questa fase, prende forma la divisione del Kurdistan iracheno per aree d’influenza – con il Puk nelle regioni orientali del Paese e il Kdp nel nord-ovest – in un’autonomia de facto sostenuta dalla no-fly zone imposta da Washington e alleati.
Pur rimanendo formalmente sotto sovranità irachena, il Kurdistan riuscì così a sviluppare un sistema di autogoverno de facto, con istituzioni proprie, elezioni regionali e una crescente autonomia amministrativa. Fu proprio questo nuovo equilibrio a rendere inevitabile il confronto tra Kdp e Puk. Improvvisamente non si trattava più soltanto di guidare una resistenza armata contro Baghdad, ma di decidere chi avrebbe governato il Kurdistan e controllato le sue risorse.
Inizialmente le due forze tentarono una difficile coabitazione politica. Le elezioni regionali del 1992 produssero un risultato quasi perfettamente equilibrato tra Kdp e Puk, costringendo le due leadership a condividere formalmente il potere.
Dietro l’apparente unità, tuttavia, si nascondevano tensioni profonde. Le differenze ideologiche tra i due partiti – più tradizionalista e tribale il Kdp, più urbano e influenzato dalla sinistra regionalista il Puk – contavano meno della lotta per il controllo territoriale ed economico. Il vero nodo riguardava le rendite. In un Kurdistan impoverito da anni di guerra e isolamento, il controllo delle rotte commerciali con Turchia e Iran, dei valichi di frontiera e delle entrate doganali divenne rapidamente una questione di sopravvivenza politica.
Nel 1994, la tensione sfociò in guerra aperta. La cosiddetta Guerra civile kurda (1994-1998) oppose le milizie peshmerga dei due partiti, trasformando il Kurdistan irancheno in un mosaico di territori contesi, alleanze opportunistiche e fronti mutevoli. Più che uno scontro ideologico, si trattava di una guerra per l’egemonia interna.
Il Kdp consolidò progressivamente il controllo delle aree nordoccidentali, soprattutto Erbil e Duhok, rafforzando i rapporti con la Turchia, interessata a limitare l’influenza del Pkk lungo il confine. Il Puk si radicò invece nella provincia di Sulaymaniyah e nelle aree orientali del Kurdistan, intensificando le relazioni con l’Iran. Teheran vedeva infatti nei Talabani un utile interlocutore per contenere tanto Baghdad quanto le ambizioni dei Barzani.
La guerra civile mostrò tutta la fragilità del progetto unitario kurdo. In momenti differenti, entrambe le fazioni arrivarono a stringere accordi tattici con attori fino a poco prima considerati nemici. Nel 1996, ad esempio, il Kdp chiese apertamente il sostegno militare di Saddam per riconquistare Erbil, allora sotto controllo del Puk. Una scelta che apparve paradossale per un movimento nato in opposizione al potere centrale iracheno, ma che evidenziava fino a che punto la rivalità interna fosse ormai diventata prioritaria rispetto alla causa nazionale. Parallelamente, il Puk rafforzò il coordinamento con Teheran, alimentando ulteriormente la dimensione regionale del conflitto.
Solo nel 1998, grazie alla mediazione degli Stati Uniti culminata nel Washington Agreement, Kdp e Puk accettarono di congelare il conflitto. La pace, tuttavia, non produsse una reale integrazione politica. Più che riconciliarsi, le due leadership si spartirono il Kurdistan in due sfere di influenza relativamente stabili: Erbil e Duhok sotto i Barzani; Sulaymaniyah e parte delle regioni orientali sotto i Talabani. Due amministrazioni, due reti clientelari, due sistemi di sicurezza e due economie parallele.
Quando nel 2003 la caduta di Saddam Hussein aprì una nuova fase per l’Iraq, Kdp e Puk si presentarono formalmente come alleati nella costruzione della nuova regione autonoma del Kurdistan iracheno. La Costituzione irachena del 2005 riconobbe ufficialmente il Kurdistan come entità federale autonoma, dotata di un proprio Parlamento, di un governo regionale e di forze di sicurezza.
Tuttavia, la rivalità degli anni Novanta non venne realmente superata. Il nuovo Kurdistan nacque unitario sul piano giuridico, mentre sul terreno persistevano le linee di divisione emerse durante la guerra civile. Le forze peshmerga rimasero in larga parte separate, gli apparati di intelligence continuarono a rispondere ai rispettivi partiti e la geografia del potere seguiva la logica della spartizione territoriale consolidatasi nel conflitto. Più che mettere fine alla competizione tra Barzani e Talabani, il sistema post-2003 finì così per istituzionalizzarla.
Dal 2017 a oggi: la rivalità istituzionalizzata
È proprio su questo equilibrio instabile che si innestano le tensioni più recenti: dalla crisi politica seguita al referendum del 2017 fino agli attuali stalli nella formazione dei governi regionali. In questo senso, la competizione tra Barzani e Talabani è il meccanismo stesso attraverso cui il Kurdistan continua a essere governato e le sue rivalità interne regolate.
Nel 2017, la vittoria militare contro lo Stato islamico fu accompagnata da un referendum organizzato prevalentemente dai Barzani e dal Kdp sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. Nonostante il referendum fosse finito con una schiacciante e popolare vittoria, l’esito fu osteggiato dalle principali potenze regionali e dagli USA, oltre che da Baghdad.
Il governo iracheno, piuttosto che subire la pressione del Kdp irrigidì la propria postura. Arrivò anche a riprendere il controllo della città di Kirkuk (al confine con la regione autonoma del Kurdistan) tramite l’esercito, incalzando i peshmerga del Kdp, con l’assenso del Puk. Proprio i Talabani furono infatti accusati di tradimento dai Barzani, che sostennero che il Puk avesse trattato in segreto con Baghdad.
L’evento è generalmente considerato uno spartiacque per la storia delle relazioni tra i due partiti. Il gelo che si è instaurato dopo la presa di Kirkuk da parte di Baghdad, si è concretizzato in diverse tensioni. L’ultima risale al 2024 e prosegue fino ad oggi: durante le elezioni del governo locale, i rapporti di forza territoriali si sono cristallizzati, ma nessuna delle due forze è in grado di formare un governo, neanche considerando l’appoggio di formazioni più piccole.
Lo scontro prosegue tuttora, nel 2026, con un costante braccio di ferro tra Puk e Kdp che rifiutano il co-governo a causa di divergenze sulla ripartizione dei ministeri: il Kdp reclama una vittoria, anche se di misura, il Puk invece pretende di ottenere il ministero della Difesa.
Più che un’eccezione, il braccio di ferro tra Kdp e Puk appare oggi il funzionamento ordinario della politica kurdo-irachena: un sistema di co-governo competitivo in cui la sopravvivenza delle istituzioni dipende dalla continua negoziazione degli equilibri tra Erbil e Sulaymaniyah.
Fonti
Cook A. Steven. “What Went Wrong in Kirkuk?”. Council on Foreign Relations. 23 ottobre 2017.
Gunter M. Michael. 1996. “Civil War in Iraqi Kurdistan: The KDP-PUK Conflict”. Middle East Journal 50(2): 225.
Gunter M. Michael. 2018. “Kurdish disunity in historical perspective”. Seton Hall Journal of Diplomacy and International Relations 19(1): 26-45.
Hassan Kawa. “Kurdistan’s Politicized Society Confronts a Sultanistic System”. Carnegie Endowment for International Peace. 18 agosto 2015.
Hiltermann Joost. “The Kurds are right back where they started”. The Atlantic. 31 ottobre 2017.
Jaff Nawras. “PUK and KDP: A New Era of Conflict”. Washington Institute. 21 dicembre 2022.
Steinberg, Guido. 2010. “Talabani und Barzani unter Druck: in Irakisch-Kurdistan fordert die Goran-Bewegung die etablierten Parteien heraus” SWP-Aktuell (11).