Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato alla ventitreesima edizione dei Campionati del mondo di calcio maschile. Per leggere il numero, clicca qui. Per iscriverti alla newsletter, clicca qui.
L’11 giugno a Città del Messico, la vittoria della nazionale di casa contro la Corea del Sud ha inaugurato la ventitreesima edizione dei Campionati del mondo di calcio maschile. A riversarsi nelle strade intorno allo stadio Azteca, però, non sono stati solo gli aficionados (i tifosi), ma anche gli insegnanti, che si sono accampati per protestare contro l’attuale sistema salariale e pensionistico, le associazioni di familiari dei desaparecidos, scese in piazza per gridare quanto ancora le sparizioni forzate siano una realtà grave e diffusa nel Paese, e gli zapatisti, che hanno criticato apertamente la Fifa e le organizzazioni internazionali per il loro sostegno alla guerra.
Ancor prima di iniziare, questa edizione dei Mondiali era già passata alla storia come la più grande di sempre: la prima a coinvolgere 48 nazionali (per un totale di 104 partite), invece delle tradizionali 32, e la prima ad essere ospitata da tre Paesi diversi: Stati Uniti, Canada e Messico.
I giocatori si rinfrescano, i tifosi no
Non è una novità, invece, che un quarto delle partite si siano svolte in condizioni di caldo e umidità superiori alle soglie di sicurezza indicate dal sindacato mondiale dei calciatori, la Fifpro. Già le Olimpiadi di Tokyo 2021 furono accompagnate da discussioni sulle temperature elevate durante le gare, ma il caso più noto rimane l’edizione dei Mondiali Qatar 2022, svoltisi tra novembre e dicembre, proprio per evitare il caldo estremo.
Fino a qualche anno fa, le questioni climatico-ambientali legate ai grandi eventi si concentravano esclusivamente sulla sostenibilità degli impianti sportivi o degli spostamenti di staff e atleti, ad oggi si aggiunge anche il tema – diventato centrale – della salute di giocatori e arbitri. Così la FIFA ha introdotto due cooling (o hydration) breaks, pause obbligatorie – di tre minuti ciascuna – che scattano al 22° minuto di primo e secondo tempo, in cui i giocatori possono avvicinarsi alle proprie panchine per bere e rinfrescarsi.
Oltre alla salute di chi sta in campo, però, è a rischio quella di tifosi, volontari e lavoratori impiegati nella manifestazione. Tuttavia, a riguardo, la Fifa non ha assunto lo stesso tipo di atteggiamento. Anzi, ha vietato – per ragioni di sicurezza – l’introduzione negli stadi di bottiglie riutilizzabili (come le borracce).
La selezione all’ingresso
Le borracce non sono le uniche vittime di restrizioni all’ingresso, in nome della sicurezza. Un tema, ancora più caldo delle temperature, è quello dei visti. Gli Stati Uniti, principale Paese ospitante con 78 partite tra cui le finali, hanno negato o ritardato i visti di ingresso a numerosi tifosi, dirigenti, giornalisti e pure all’arbitro di origini somale Omar Artan che avrebbe dovuto arbitrare alcune gare, ma non è potuto entrare nel Paese per motivi non ancora chiariti.
Problemi di ritardo nei visti li hanno avuti anche alcuni calciatori di Iraq e Marocco, mentre il presidente della Federcalcio palestinese Jibril Rajoub non lo ha mai ricevuto, nonostante avesse con il proprio ruolo un regolare accredito Fifa per seguire il torneo.
Anche la nazionale iraniana ha ottenuto il visto a meno di una settimana dall’inizio delle gare, tuttavia senza che fosse concesso alla delegazione di restare nel Paese per l’intera durata dell’evento. Così l’Iran ha dovuto trasferire la propria base dall’Arizona al Messico, pur dovendo giocare le sue partite negli Stati Uniti e – come se non bastasse – a una decina di componenti dello staff tecnico è stato negato l’accesso al Paese.
La politica dei prezzi dinamici
L’inclusività che il presidente della Fifa Gianni Infantino aveva sbandierato per giustificare l’espansione del numero di squadre e partite sembra ancora di più una trovata di marketing, se si guardano i prezzi stellari raggiunti dai biglietti per assistere alle partite. Per la prima volta, la Fifa ha adottato la politica dei prezzi dinamici, un sistema di vendita, utilizzato anche dalle compagnie aeree, in cui il costo dei biglietti non è fisso, ma varia in tempo reale, sulla base della domanda del mercato: più persone cercano di acquistare il biglietto, più il prezzo sale.
A fine aprile, era già impossibile trovare un biglietto che costasse meno di 1.000 dollari, mentre un ticket per seguire la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica è arrivato a 14.000 dollari. Yolett Cervantes Cuaquehua, la calciatrice indigena di 21 anni a cui la presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha donato il suo biglietto omaggio in tribuna Vip per assistere alla partita inaugurale, non se lo sarebbe mai potuta permettere.
Per la finale, i prezzi hanno superato anche le previsioni più pessimistiche. Il prezzo minimo di partenza era superiore ai 7.000 dollari, 32.000 se si trattava di ticket last-minute. Quanto ai resale, i biglietti acquistati e rivenduti dagli utenti stessi, i prezzi partono da 8.0000 dollari e schizzano fino ad oltre 2 milioni. Anche qui la strategia della Fifa è stata quella di non stabilire un limite di prezzo per evitare speculazioni su piattaforme terze, temendo una crescita ancora più incontrollata (è possibile?) dei prezzi.
I Mondiali sono una vetrina
In aperta polemica con il caro biglietti, la presidente messicana Sheinbaum ha disertato lo stadio anche per i sedicesimi di finale Messico-Ecuador, che ha guardato insieme ai tifosi. Una mossa del governo per far risaltare l’aspetto “popolare” della manifestazione e migliorare l’immagine internazionale del Messico. Il tutto su uno sfondo di proteste e, a pochi mesi, da quando la città di Tapalpa, nello stato di Jalisco, è stata presa d’assalto, dopo l’uccisione del narcotrafficante Nemesio Oseguera Cervantes, noto come El Mencho.
Anche altri Paesi hanno provato ad usare il Mondiale come vetrina internazionale. Curaçao, il Paese più piccolo mai entrato nella fase finale della competizione, e Capo Verde hanno approfittato della visibilità per sponsorizzare i rispettivi settori turistici in espansione. Così come l’Uzbekistan, che dopo decenni di chiusura economica, si sta aprendo a turismo e commercio internazionale.
Tuttavia, il concetto di Mondiali-vetrina sembra aver trovato la sua interpretazione più distorta nello svolgimento della partita finale, progettata da Infantino e dal suo staff. La Fifa ha infranto una delle regole internazionali più consolidate del calcio, allungando l’intervallo tra primo e secondo tempo da 15 a 25 minuti, per realizzare una sorta di halftime show – tipico del football americano – in cui si sono esibiti per circa 11 minuti Shakira, Madonna e la band Bts.
Che vinca il migliore, sul campo
Sebbene questa edizione sembri dimenticarselo troppo spesso, il Mondiale è prima di tutto un campionato di calcio e i risultati sul campo dovrebbero contare più del resto. Oltre a Capo Verde e a Curaçao che hanno fatto sognare il pubblico come solo gli outsider sanno fare, sul campo si sono fatte notare le squadre africane. Il Sudafrica per la prima volta è arrivato alle fasi eliminatorie. L’Egitto ha fatto tremare l’Argentina di Lionel Messi, al suo ultimo mondiale, per quasi tutta la durata dell’ottavo di finale. Il Marocco, oramai un veterano della Coppa del Mondo, come quattro anni fa è stato fermato ai quarti di finale dalla favoritissima Francia, che però si è arresa a un passo dalla finale.
Quasi vittime della stessa maledizione – che speriamo si spezzi al più presto – che da 16 anni impedisce alla nazionale italiana di accedere a un mondiale, hanno deluso gli unici tre italiani in gara. Dall’Uzbekistan di Fabio Cannavaro non ci si aspettava troppo, però nessuno avrebbe detto che la Turchia di Vincenzo Montella sarebbe uscita ai gironi, senza quasi averci provato. Delude anche il Brasile dell’allenatore pluripremiato Carlo Ancelotti, che fa una magra figura con il Giappone ai sedicesimi e viene travolto agli ottavi dai vogatori norvegesi guidati da Erling Haaland. Anche loro – prima della sconfitta con l’Inghilterra – hanno fatto sognare al mondo la possibilità di scrivere la loro pagina di storia in un Mondiale.
Anche le squadre di casa – soprattutto Messico e Stati Uniti, eliminate agli ottavi di finale – ci hanno creduto tantissimo. Nel caso degli Stati Uniti forse troppo, se pensiamo che il presidente statunitense Donald Trump ha fatto pressioni sullo stesso Infantino per ottenere la sospensione della squalifica dell’attaccante Folarin Balogun in previsione dell’ottavo di finale Stati Uniti-Belgio.
Alla fine, a contendersi la Coppa del Mondo sono state Spagna e Argentina. Che vinca il migliore, sul campo.