Nell’immaginario collettivo globale, la Repubblica Popolare Cinese appare come un blocco culturale unitario e monolitico. Questa percezione è alimentata da una schiacciante maggioranza dell’etnia han, che rappresenta circa il 95% della popolazione totale della Cina. Tuttavia, dietro a questo numero, freddo e all’impatto sterile, si cela una galassia di minoranze. Per l’esattezza 55 e presenti sul 60% del territorio cinese. Si tratta di aree strategiche come la Mongolia interna, il Tibet e lo Xinjiang, dove l’etnia han rappresenta non solo un numero, ma il fulcro di una precisa e chiara strategia di coesione nazionale.
Sotto la leadership di Xi Jinping, presidente della Repubblica dal 15 novembre 2012, l’approccio adottato verso queste aree è stato prima di un pluralismo silente ma presente e poi di una sinizzazione forzata. Il Partito comunista cinese (Pcc) promuove oggi il concetto di Zhonghua Minzu (中华民族 “popolo cinese”), ovvero l’idea di un’unica nazione cinese che vede nei tratti culturali dell’etnia han il modello di riferimento nazionale. In questa visione, il pluralismo culturale e quello linguistico non vengono visti come una ricchezza da preservare, ma bensì come una potenziale minaccia all’integrità e all’unità della nazione.
Questa dominazione non si limita alla presenza fisica della maggioranza, ma si articola in un sistema pervasivo che sfrutta l’assimilazione linguistica, il controllo tecnologico e l’ingegneria demografica. Quando l’identità culturale si trasforma nel solo metro di giudizio per valutare la fedeltà politica, le regioni autonome cessano di essere tali per diventare veri e propri laboratori di omogeneizzazione. Una strategia che interroga il futuro stesso di Pechino: una simile forzatura identitaria consoliderà il “Sogno cinese” o alimenterà tensioni ormai irreversibili?
Identità e potere
L’identità han non è un concetto statico, ma il risultato di una stratificazione millenaria che il Partito ha saputo piegare alla sua volontà. Storicamente, in Cina, la distinzione fra “centro” civilizzato e “periferie” barbariche ha gettato le basi per una gerarchia culturale in cui l’etnia han si è posta al vertice, come custode della civiltà. Questa eredità imperiale è stata trasformata dal Pcc in un apparato di potere centralizzato che vede nell’omogeneità l’unica vera garanzia di sopravvivenza politica.
Attraverso la promozione di una narrazione storica univoca, Pechino ha lavorato per erodere le varie e molteplici identità locali a favore di un’appartenenza nazionale standardizzata. Come suggerito dagli studi sui cambiamenti culturali, il passaggio per divenire Stato-nazione ha richiesto l’adozione di un modello culturale, quello degli han, che potesse fungere da collante sociale e territoriale per un’area immensa e frammentata. In questo processo, le specificità delle svariate minoranze vengono spesso ridotte a folklore o esotismo, svuotandole di qualsiasi reale peso politico o rivendicazione di autonomia, che essa sia politica o territoriale.
Assimilazione linguistica e sinofonia
Il linguaggio rappresenta il campo di battaglia principale per l’egemonia culturale nelle regioni periferiche. La diffusione capillare del putonghua (普通话 “lingua comune”, il mandarino) non risponde solo a una necessità di comunicazione amministrativa, ma è uno strumento deliberato di assimilazione. Nelle scuole dello Xinjiang e del Tibet, ad esempio, l’istruzione bilingue è stata progressivamente sostituita dai programmi che vedono nel mandarino l’unica lingua ufficiale, marginalizzando gli idiomi locali.
Questo processo di “sinizzazione linguistica” mira a spezzare il legame tra le nuove generazioni e le proprie origini, facilitando l’integrazione nel mercato del lavoro dominato dagli han. Tuttavia, come analizzato e studiato da vari esperti e organizzazioni internazionali (un esempio è il report stilato dall’Alto rappresentante per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2022), questa imposizione crea una frattura identitaria profonda, dove la lingua non è più un mezzo di espressione, ma un confine imposto dall’alto.
Chi non padroneggia lo standard han viene escluso dalle opportunità economiche, consolidando una forma di discriminazione istituzionalizzata.
Ingegneria demografica
Ma la strategia di dominazione da parte del Partito non è limitata alla sfera di influenza dell’etnia han. Essa si intensifica quando ai tradizionali strumenti di controllo si aggiunge un sistematico piano di ingegneria demografica. Dalla metà del Novecento, Pechino ha pianificato e organizzato flussi migratori verso le regioni più periferiche per diluire la densità della popolazione locale e consolidare il proprio potere politico.
Nello Xinjiang, ad esempio l’introduzione del Corpo di produzione e costruzione (Xpcc) – ovvero un’organizzazione governativa economica e semi-militare usata come strumento di controllo politico, sociale ed economico – ha permesso l’insediamento sistematico di raggruppamenti han che hanno alterato gli equilibri etnici della regione. Se nel 1949 gli han rappresentavano una minima frazione della popolazione, oggi ne costituiscono quasi la metà. Questi spostamenti non sono fenomeni naturali, ma operazioni chirurgiche volte a trasformare le minoranze nazionali in quasi-minoranze all’interno della loro stessa regione d’origine.
Il sistema delle “bingtuan” (兵团 “unità militare”) agisce come uno Stato all’interno dello Stato, favorendo i coloni han nell’accesso alle terre, ai servizi e alle opportunità economiche, mentre le popolazioni autoctone sono una sottoclasse organizzata e marginalizzata. Questo squilibrio alimenta una discriminazione istituzionalizzata dove i settori lavorativi più stabili pubblicizzano spesso assunzioni solo per gli han.
La sorveglianza tecnologica
Nelle aree dove la resistenza all’assimilazione è più forte, la tecnologia è diventata il braccio destro operativo della “sinizzazione” forzata. Il sistema di controllo capillare implementato negli ultimi anni si basa su piattaforme di fusione dei dati che monitorano costantemente tratti biometrici e i comportamenti digitali delle popolazioni non-han. Attraverso l’uso di algoritmi predittivi, attività quotidiane innocue come il comprare delle viti o dei chiodi online, possono essere segnalate come “segnali di estremismo”, portando all’internamento extralegale in strutture di rieducazione.
Questo “laboratorio di sinizzazione” mira a spezzare le radici identitarie uigure e tibetane per sostituirle con una lealtà assoluta al Partito e ai valori della maggioranza han. Come osservato in un’indagine di Human rights watch, il monitoraggio pervasivo – che include la scansione dei documenti, il controllo dei volti e delle persone tramite la videosorveglianza – ha trasformato intere province in prigioni a cielo aperto.
In questo contesto la sicurezza collettiva è assicurata da un sistema digitale che criminalizza la diversità etnica, rendendo l’adesione al modello culturale dominante l’unica via per evitare la repressione.
Il volto sociale dell’egemonia
Il progetto di omogeneizzazione han non si ferma alla sfera pubblica. È anche stato introdotto all’interno del 15° Piano quinquennale, approvato a marzo 2026 dal Comitato centrale del Pcc, e arriva a penetrare nell’intimità della vita privata, sociale e familiare. Attraverso la retorica della “famiglia armoniosa” di chiara ispirazione confuciana, il governo promuove matrimoni interetnici, spesso presentati come strumenti di modernizzazione per le minoranze descritte come “arretrate”.
Questo approccio, che alcuni studiosi definiscono come una forma di nazionalismo di genere, mira a diluire le resistenze culturali attraverso la fusione biologica e sociale, ponendo l’identità han come l’apice dello sviluppo civile cinese. In questo quadro, il controllo della riproduzione diventa un pilastro fondamentale della stabilità nazionale. Mentre la maggioranza han è incoraggiata a sostenere la crescita demografica, nelle regioni periferiche sono stati documentati interventi drastici, tra cui sterilizzazioni forzate e l’inserimento obbligatorio di dispositivi intrauterini, che hanno portato a crolli verticali delle nascite locali.
Tale ingegneria sociale non mira solo a gestire dei numeri, ma anche a creare una società dove l’identità minoritaria sia destinata a scomparire, assorbita da una cultura nazionale unificata e controllata.
La sfida dell’unità
La rincorsa verso una Cina monocromatica, guidata dall’egemonia dell’etnia han, rappresenta a oggi la più grande politica del Partito comunista cinese. La soppressione delle identità periferiche in nome del “Sogno cinese” trasforma la diversità in antagonismo latente, rendendo la coesione nazionale un obiettivo basato più sulla coercizione che sul consenso.
Il futuro della Repubblica Popolare dipenderà dunque dalla sua capacità di gestire le tensioni derivanti da questo modello assimilazionista. Una stabilità che nega il pluralismo e impone un unico standard potrebbe rivelarsi una costruzione fragile di fronte alle sfide globali del XXI secolo. Ma se ben gestita, l’unità derivata da una società coesa potrebbe essere una nuova forza del Pcc, in uno Stato dove il pluralismo etnico, per millenni, ha costituito la vera forza e la vera complessità della società cinese.
Fonti
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