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Il conflitto israelo-palestinese: le diverse correnti sioniste

Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Il conflitto legato alla questione palestinese ha radici profonde che vanno oltre i 75 anni di “vita” di Israele: che si parli dello Stato ebraico o delle fazioni palestinesi, la situazione attuale è maturata in seguito agli sviluppi storici dei rispettivi movimenti prima ed entità statali o parastatali dopo. In entrambi i casi, infatti, si parla di idee e identità nate a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo come conseguenza di processi storici, sociali e culturali in Europa e nel mondo arabo.

Il sionismo a cavallo di due secoli: le diverse correnti

Quando si parla di sionismo, spesso ci si limita a parlare di un generico movimento politico che ha avuto come obiettivo la creazione di uno Stato ebraico nella Palestina storica. Tuttavia, come gran parte dei movimenti, il sionismo è stato caratterizzato da diverse correnti.

Se l’influenza di Theodor Herzl è innegabile, è anche vero che dopo la sua morte, nel 1904, i sionisti si divisero a livello politico sulla base di tre correnti, alcune delle quali ben precedenti al programma del filosofo austriaco: quella socialista, quella religiosa – che rappresentavano la sinistra e la destra del movimento – e quella dei “sionisti generali”, liberali, che al Congresso sionista del 1907 occuparono la posizione centrale dell’assemblea. 

Nonostante questi ultimi godessero del monopolio delle organizzazioni sioniste internazionali fin dalla fondazione del movimento, a livello ideologico la discussione sul futuro del popolo ebraico venne trainata soprattutto dai socialisti e dai religiosi.

Il sionismo socialista: Roma, Gerusalemme e il futuro del popolo ebraico

Probabilmente la corrente più vivace nei decenni precedenti alla fondazione dello Stato di Israele, il sionismo socialista prese forma nel corso della seconda metà del XIX secolo. 

A livello storico, si può considerare precursore della corrente socialista il filosofo ebreo tedesco Moses Hess. Appartenente alla sinistra hegeliana, riscosse notevole successo negli ambienti intellettuali tedeschi grazie alle sue analisi sui proletari ebrei e sulla relazione tra capitalismo e antisemitismo in Germania. 

L’idea di uno Stato per gli ebrei fu sviluppata da Hess nel suo “Roma e Gerusalemme. L’ultima questione nazionale”, pubblicato nel 1862. Il concetto centrale dell’opera, quello di Israele, si sviluppa a partire dall’unificazione d’Italia del 1861 e sui sentimenti nazionalisti e unitari della Germania dell’epoca. 

Analizzando il “Saggio sull’ineguaglianza delle razze” di Joseph Gobineau, infatti, Hess sostenne che il processo di assimilazione degli ebrei non si sarebbe mai compiuto perché «un tedesco in un connazionale ebreo vedrà sempre prima un ebreo e poi, forse, un connazionale». Proprio per questa ragione, Hess definì gli ebrei una Nazione distinta, senza patria, che ritornando alla terra promessa, Israele, avrebbero potuto dare vita a una nuova società incentrata sull’idea di collettività e creare così il primo Stato socialista.

I concetti sviluppati da Hess rimasero centrali nel pensiero di altri due filosofi che teorizzarono il Sionismo socialista, ovvero il russo Nahman Sykin e l’ucraino Dov Ber Borochov, impegnati nell’analisi della diaspora con le lenti del marxismo e preoccupati dall’antisemitismo dilagante anche a sinistra. 

Attivi qualche decennio dopo Hess, entrambi entrarono ben presto in aperto contrasto con Herzl e l’Organizzazione sionista mondiale. Infatti, nonostante entrambi avessero preso parte al Congresso di Basilea del 1897, Sykin e Borochov erano contrari all’idea che uno Stato ebraico potesse essere creato unicamente tramite lo sforzo diplomatico a livello internazionale e gli investimenti delle classi capitaliste in Palestina, senza un coinvolgimento diretto degli ebrei dei ceti bassi.

La preoccupazione dei due pensatori era che calando dall’alto l’istituzione di uno Stato ebraico, con la sponsorizzazione delle potenze europee e grandi investimenti delle classi dirigenti, gli sforzi del proletariato ebraico sarebbero stati sminuiti, impedendo la formazione di un pensiero critico nel proletariato stesso e favorendo la proiezione delle dinamiche capitaliste europee nel nuovo Stato.

Proprio per questa ragione, Sykin e Borochov passarono parte della loro vita in Palestina, guidando le prime esperienze dei kibbutz (una forma associativa incentrata sull’uguaglianza all’interno della comunità e sulla proprietà collettiva) e incoraggiando la diaspora europea a riflettere sui legami tra capitalismo e antisemitismo nella speranza di innescare una migrazione spontanea, consapevole e improntata al collettivismo piuttosto che incoraggiata dall’acquisto di territori da parte di grossi investitori e dalla promessa della proprietà privata. 

Grazie proprio all’esperienza dei kibbutz, il sionismo socialista divenne per diversi anni la corrente principale delle comunità ebraiche in Palestina e dette vita a esperienze di diverso stampo come la milizia Haganah, il sindacato Histradut e le varie formazioni politiche che decenni dopo confluiranno nel Partito laburista. 

Tuttavia, vanno sottolineate anche le critiche avanzate nei confronti del sionismo socialista, anche da parte di storici israeliani come Ilan Pappé e Zeev Sternhell, ovvero di essersi rivelato ben presto un movimento sciovinista basato su miti di origine religiosa in cui non era contemplata la partecipazione in nessuna forma di non-ebrei al nuovo Stato.

Il Sionismo religioso: il sionismo come disegno divino

Completamente avverso al sionismo socialista fu invece il cosiddetto sionismo religioso, che negli anni Trenta del Novecento fu l’ispirazione per il sionismo revisionista, che a sua volta fu la base dell’estrema destra religiosa israeliana e della politica degli insediamenti.

Nonostante anche il sionismo religioso fosse mosso dalla preoccupazione per il dilagante antisemitismo (come i socialisti e i liberali), l’ideologia alla base della creazione di uno Stato ebraico affondava le proprie radici sul messianismo e la redenzione, due fondamenti del giudaismo.

Nonostante l’idea dell’attesa di un messia per la redenzione possa sembrare sinonimo di passività, il sionismo religioso introdusse alcuni concetti fondamentali che invitavano gli ebrei all’azione e all’attività in favore della propria salvezza. 

Nel 1862, il rabbino tedesco (di origine prussiana) Zvi Hirsch Kalischer pubblicò il suo trattato “Derishat Zion”, in cui affermava che, nell’attesa del messia e della redenzione finale, gli ebrei avrebbero dovuto contribuire in maniera diretta alla propria liberazione. Nella sua visione, questo impegno doveva prendere la forma di migrazione verso la Terra promessa, la Palestina, in modo da creare una patria per gli ebrei e salvare le comunità della diaspora dall’assimilazione e dalla violenza antisemita.

Nella visione di Kalischer, l’instaurazione di una patria era da considerarsi un dovere, così come la ripopolazione di Gerusalemme, città che secondo il pensatore aveva un ruolo di primaria importanza nella costruzione identitaria religiosa degli ebrei. 

Tali posizioni, tuttavia, causarono diverse critiche a Kalischer, soprattutto da parte delle comunità ortodosse e degli altri rabbini: da un lato, infatti, l’obbligo di ripopolare Gerusalemme e di creare una patria per gli ebrei non figurava in nessuna precedente interpretazione dei testi sacri; dall’altro, molti ortodossi erano convinti che, in quanto umani, creare una patria era un segno di sfiducia nell’operato divino in quanto solo Dio, tramite il messia, poteva liberare gli ebrei

Da tali critiche sorse successivamente un’altra figura fondamentale del sionismo religioso: il rabbino russo Abraham Isaac Kook, che a cavallo tra XIX e XX secolo non solo ricoprì importanti ruoli politici e religiosi nella Palestina ottomana prima e in quella mandataria britannica poi, ma fu anche in grado di giustificare con la legge ebraica la visione di Kalischer.

Secondo Kook, infatti, il sionismo non era un affronto alla volontà divina ma un suo strumento: il movimento politico atto all’instaurazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina era, nelle interpretazioni di Kook, uno schema divino per favorire il reinsediamento degli ebrei nella terra a loro promessa e favorire così la Geula, la salvezza degli ebrei stessi e del mondo.

Questa interpretazione, successivamente, servirà a Kook anche per interpretare il sionismo socialista, dal momento che l’istituzione di Eretz Israel (Terra di Israele) era il dovere di ogni ebreo: «I sionisti laici possono pure pensare di insediarsi in Israele per motivi politici, nazionali o socialisti, ma in realtà, la vera ragione, è che si tratta di una scintilla religiosa generata da Dio in loro. Senza neanche accorgersene, stanno contribuendo a uno schema divino».

Secondo Kook, infatti, volenti o nolenti, tutti gli ebrei, socialisti o meno, stavano lavorando nella stessa direzione e con lo stesso obiettivo per volere di Dio.

Mentre il sionismo religioso trovò ampio sostegno tra i rabbini europei, non si può dire la stessa cosa per lo Yishuv, la comunità ebraica residente in Palestina prima della fondazione di Israele. Proprio l’ostilità degli ebrei ortodossi palestinesi impedì che i sionisti religiosi ottenessero posizioni importanti all’interno delle organizzazioni politiche. Con l’inizio delle violenze e delle tensioni con la comunità araba, tuttavia, i sionisti religiosi riuscirono a guadagnare consenso offrendo protezione militare a diverse comunità (in competizione con i socialisti), avviandosi a ricoprire un ruolo politico non indifferente per i decenni a venire.

 

 

Fonti e approfondimenti

Bravo, Gian Mario. 1986. “Le origini del socialismo sionista”. Studi storici. 27(4): 869-899.

Don Yehiya, Eliezer. 2014. “Messianism and Politics: The Ideological Transformation of Religious Zionism”. Israel Studies. 19(2): 239-263.

Marzaro, Arturo, “Zionism at a Crossroads: Dynamics and Transformations of the Movement”, ISPI, 11/5/2018.

Perlmutter, Amos. 1969. “Dov Ber-Borochov: A Marxist-Zionist Ideologis”. Middle Eastern Studies. 5(1): 32-43. 

Regev, Mark, “Marxist’s Zionism: Israel’s often forgotten Socialist path”, The Jerusalem Post, 6/8/2022.

Sella, Adam, “Israel at 75: How a ‘Young Socialist Nation’ Became Capitalist”, Haaretz, 25/4/2023.

Winstanley, Asa, “The Decline and Fall of Labor Zionism”, Middle East Monitor, 21/2/2020.

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