Pochi giorni prima delle elezioni del 4 agosto 2017, il presidente ruandese Paul Kagame confidò ad alcuni compagni di partito che il voto sarebbe stato solo una “formalità”. In effetti, lo è stato nel 2017, come già nel 2003 e nel 2010. E come sarà nel 2024. D’altronde, Kagame è presidente del Ruanda dal 2000. O meglio (anche se non formalmente) dal 1994.
La sua traiettoria storica è a tutti gli effetti sovrapponibile alla storia del Paese. Prima l’ha subita, poi l’ha determinata.
In fuga dal Ruanda
Kagame è nato il 23 ottobre 1957 in una famiglia tutsi di Tambwe nel Ruanda-Urundi, territorio composto dagli attuali Ruanda e Burundi e colonizzato dal Belgio. Ben presto, fu costretto con i genitori e i fratelli ad abbandonare il Paese natale per rifugiarsi nella vicina Uganda. Tra il 1959 e il 1961, infatti, circa 100.000 tutsi abbandonarono il Ruanda per sfuggire alle violenze degli hutu.
I massacri trovavano la propria origine nell’epoca coloniale e nel processo di creazione di identità etniche attuato dai belgi. I tutsi, considerati superiori, ricevettero favori e privilegi dai coloni. Alimentando così il malcontento tra gli hutu, mantenuti in una condizione di subordinazione. Poco prima dell’indipendenza, la rabbia sfociò in violenze. Oltre alla fuga e alla morte di centinaia di tutsi, ci fu anche un capovolgimento degli equilibri politici. Il potere ora era nelle mani degli hutu.
I legami con Museveni
La famiglia di Kagame dunque si rifugiò in Uganda. Dove il giovane Paul, in quanto rifugiato e straniero, crebbe in un ambiente ostile, continuamente soggetto a discriminazioni. Ciò contribuì a formare la sua coscienza politica e identitaria di esule ruandese tutsi che prima o poi sarebbe ritornato nel proprio Paese. E non in una condizione di subordinazione nei confronti degli hutu.
Conclusi gli studi, Kagame si unì al Fronte per la salvezza nazionale di Yoweri Museveni, un movimento armato che voleva rovesciare il dittatore ugandese Idi Amin. Una scelta che Kagame condivise con diversi altri futuri esponenti politici e militari ruandesi. L’obiettivo, condiviso, era creare il primo blocco armato di ruandesi in esilio.
Nel 1980, dopo la caduta di Amin, salì al potere l’ex presidente ugandese Milton Obote. E, ancora una volta, Kagame e molti altri tutsi ruandesi furono al fianco di Museveni nel suo nuovo movimento armato, l’Esercito di resistenza nazionale. Durante la guerra civile, Kagame divenne un fedele di Museveni e si specializzò nel campo dell’intelligence militare.
Con la presa di Kampala nel 1986, Museveni si insediò alla presidenza, mentre Kagame e altri ruandesi ottennero posizioni di rilievo. Il futuro presidente del Ruanda divenne il capo dell’intelligence ugandese. Ciò gli permise di costruire una solida rete di rifugiati ruandesi tutsi nell’esercito di Kampala. Era il nucleo del futuro Fronte patriottico ruandese (Fpr), il movimento armato che poco dopo gli esuli avrebbero fondato per riprendere il potere a Kigali.
Il leader guerrigliero
L’Fpr attaccò il Ruanda il primo ottobre 1990, ma Kagame non prese parte alle prime operazioni. Era negli Stati Uniti a seguire dei corsi di formazione militare a Fort Leavenworth. Ma quando, il secondo giorno dell’invasione, il comandante dell’Fpr Fred Rwigyema fu ucciso, Kagame rientrò immediatamente in Uganda per assumere il comando del movimento. Iniziava in quel momento la sua ascesa ai vertici dello Stato ruandese.
Da leader dell’Fpr, Kagame mostrò fin da subito notevoli capacità militari e senso tattico che permisero ai guerriglieri di raddrizzare le sorti di un conflitto iniziato male. Dall’altro lato però, il comandante dell’Fpr non rinunciò al dialogo con il governo di Kigali. Aprì a negoziati che nell’agosto del 1993 sfociarono nell’accordo di pace di Arusha.
Ma con l’inizio del genocidio, il 6 aprile 1994, qualsiasi tentativo di compromesso venne a meno. Kagame ordinò ai guerriglieri di riprendere le armi. In pochi mesi, l’Fpr prese il controllo del Paese e i suoi leader si insediarono a Kigali.
Il leader politico ombra
Preso il controllo della capitale, l’Fpr creò il proprio governo. Apparentemente, l’esecutivo rispettava il principio della condivisione del potere tra i diversi partiti ruandesi, come sancito ad Arusha. In realtà, le posizioni chiave erano tutte nelle mani dell’Fpr.
Pasteur Bizimungu, un hutu che si era unito ai guerriglieri, divenne presidente. Kagame assunse il ruolo di vicepresidente e ministro della Difesa. Se Bizimungu controllava parte degli affari interni, Kagame, in quanto comandante in capo dell’esercito, era di fatto il reale leader del Ruanda.
Iniziò in questi anni il lento e complesso processo di ricostruzione di un Paese uscito devastato socialmente ed economicamente dalla guerra civile e dal genocidio. Kagame fu promotore di politiche che negavano l’esistenza di identità etniche e introducevano una nuova coscienza nazionale inclusiva. Eliminò l’etnia dalle carte di identità e, almeno apparentemente, disegnò un governo che includeva tutti i gruppi. Ma in realtà, le distinzioni etniche restarono e sopravvivono ancora oggi.
L’uomo forte del Paese
Nel marzo del 2000, Bizimungu – che aveva minacciato di denunciare il controllo totale di Kagame sull’Assemblea nazionale – fu costretto a dimettersi. Un mese dopo, il suo posto fu preso da Kagame stesso. Che finalmente salì definitivamente e apertamente al potere.
Fin da subito, il nuovo presidente avviò una dura repressione nei confronti della nascente opposizione politica guidata proprio da Bizimungu. Il cui partito fu rapidamente bandito, sostenendo che, durante il governo di transizione, non era possibile costituire associazioni politiche. Non soddisfatto, Kagame ordinò arresto e incarcerazione di Bizimungu, accusandolo di corruzione e incitazione all’odio etnico.
Nel frattempo, fu scritta la nuova Costituzione. All’articolo 54, la Carta recitava: «è proibito alle organizzazioni politiche basarsi su razza, gruppi etnici, tribù, clan, regioni, sesso, religione o qualsiasi altra divisione che possa portare a discriminazioni». Una disposizione che secondo Human rights watch rendeva il Ruanda un sistema a partito unico: con la scusa di prevenire un altro genocidio, il governo impediva qualsiasi forma di dissenso.
Dal 2000, Kagame è saldamente alla guida del Paese: alle elezioni del 2003, 2010 e 2017 ha registrato consensi sempre superiori al 90%. Nonostante a ogni tornata, osservatori indipendenti, organizzazioni per i diritti umani e giornalisti denunciassero la mancanza di trasparenza e libertà.
Ma c’era un ostacolo al sogno di Kagame di essere a lungo il leader del Paese: il limite dei due mandati presidenziali sancito dalla Costituzione. Perciò, nel 2015, su forte pressione del presidente furono approvati emendamenti che riducevano il ciclo presidenziale da sette a cinque anni. E che soprattutto azzeravano il conteggio dei mandati.
Ma fu prevista un’eccezione specifica per Kagame. Se lo desiderava, nel 2017, il leader dell’Fpr poteva candidarsi per un mandato di sette anni (come poi ha effettivamente fatto), seguito da ulteriori due di cinque. Ora, Kagame poteva restare al potere fino al 2034.
Tante ombre dietro alle luci
Per mantenersi al potere Kagame ha sistematicamente messo fuori gioco gli oppositori più pericolosi. Come Victoire Ingabire, tornata dall’esilio a gennaio 2010 per partecipare alle presidenziali e subito arrestata. O Diane Rwigara che nel 2017 è stata a sua volta incarcerata così da impedirle di sfidare il presidente.
Anche giornalisti e attivisti per i diritti umani vengono spesso colpiti. Non a caso, il Ruanda è 144° (su 180 Paesi) nella classifica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa. Indice di una dura repressione dell’informazione, nonostante Kagame esalti costantemente internet come potente vettore di sviluppo del Paese. Ma, forse, la rete è un importante mezzo solo per diffondere l’unica narrativa che conta, quella del governo.
Anche l’immagine del Ruanda nel mondo è stata imposta da Kagame. È quella di un Paese in crescita economica, industrializzato e sicuro. In effetti, il progresso economico dopo il genocidio è stato, apparentemente, impressionante. Il Pil pro capite è passato dai 631 dollari del 2000 ai 3.361 del 2023 e la crescita media annua del Pil tra il 2000 e il 2020 è stata del 7%. Gli investimenti stranieri si sono moltiplicati e l’economia si è trasformata da agricola a basata su industria e servizi.
Ma in realtà la crescita non ha beneficiato equamente tutti i ruandesi. Soprattutto perché il presidente ha privilegiato i suoi alleati tutsi. Inoltre, le cifre del progresso economico nascondono la reale estensione di povertà e diseguaglianza diffuse nelle campagne: nel 2017, ad esempio, il 57% dei ruandesi viveva con meno di 2,15 dollari al giorno.
Il legame con l’Occidente
Ma il mondo, e soprattutto l’Occidente, si sono fermati alla facciata ed esaltano il Ruanda perché caratterizzato da istituzioni efficaci e bassi livelli di corruzione. Sorvolano su violazioni dei diritti umani, povertà e diseguaglianza. Così come sul coinvolgimento illegale e palese nei conflitti congolesi e sulla tendenza ruandese ad appropriarsi delle risorse naturali della Repubblica Democratica del Congo.
Dopotutto, Kagame è un solido alleato politico e militare in una zona calda del continente. E se questo alleato non rispetta diritti umani e democrazia è del tutto trascurabile. Tant’è che lo stesso Kagame, nell’annunciare la sua candidatura al voto del 2024, ha detto: «Penso di poter correre alle elezioni ancora per vent’anni. Non ho problemi a farlo». Il Ruanda è sempre più Kagame.
Fonti e approfondimenti
Banca mondiale. GDP per capita, PPP (current international $) – Rwanda.
Banca mondiale, “Rwanda”, aprile 2022.
BBC, “Paul Kagame to seek fourth term as president of Rwanda”, 9 luglio 2022.
Britannica. Paul Kagame.
Cascais Antonio, “20 years under Rwanda’s ‘benevolent dictator’”, Dw, 4 luglio 2020.
BBC, “Rwanda’s Paul Kagame – visionary or tyrant?”, 3 agosto 2017.
Gbadamosi Nosmot, “Rwanda’s rigged election”, Foreign Policy, 12 giugno 2024.
Kagame Paul, “Rebooting Rwanda: A Conversation With Paul Kagame”, Foreign Affairs, vol. 93, n. 3, 2014, pp. 40-48.
Kanyesigye Frank, “Tracking Rwanda’s ICT ambitions”, The Sunday Times, 27 maggio 2012.
Kinzer Stephen. 2009. A Thousand Hills: Rwanda’s Rebirth and the Man Who Dreamed It. Wiley, New York.
Prunier Gérard. 1995. The Rwanda Crisis (1959-1994). History of a Genocide. C. Hurst & Co, Londra.
Weerdesteijn Maartje, “Rwanda: Paul Kagame is a dictator who clings to power but it’s not just for his own gain”, The Conversation, 21 giugno 2023.
Editing a cura di Beatrice Cupitò