Tel Aviv e Gerusalemme tra domenica e lunedì, da martedì al Cairo. Lì si svolgerà la nuova fase dei negoziati tra Israele e Hamas per la tregua a Gaza. Si tratta del nono viaggio in Medio Oriente negli ultimi dieci mesi per il segretario di Stato degli Usa, Antony Blinken. I cui spostamenti, però, finora hanno portato a ben poco, alla luce della continua escalation che caratterizza una parte sempre più ampia della regione.
Nei giorni scorsi, la Casa Bianca aveva manifestato un certo ottimismo rispetto alle trattative. «Siamo più vicini che mai a un accordo», aveva sostenuto il presidente Biden prima della partenza del diplomatico. Tuttavia, la disponibilità al compromesso nel prossimo round di colloqui, ai quali parteciperanno in veste di moderatori Egitto e Qatar, è tutta da vedere.
La distanza dall’accordo
La base per la discussione rimane quella delineata dall’amministrazione Biden, il 31 maggio scorso. La quale prevedeva, nella versione originale, un percorso a più tappe. Da un cessate il fuoco di sei settimane e il ritiro delle Idf all’avvio della ricostruzione della Striscia di Gaza, passando per la liberazione reciproca di ostaggi e prigionieri. In questi mesi, i negoziati sono continuati a più riprese su questa linea. L’ultimo incontro si è svolto a Doha, pochi giorni fa, concludendosi con il comunicato congiunto a firma Usa, Egitto e Qatar, in cui i tre attori hanno espresso una certa fiducia rispetto all’esito del dialogo.
Tuttavia, le posizioni tra Israele e Hamas sono ancora distanti. E guardando allo stesso tavolo negoziale, il sospetto che arrivi un altro buco nell’acqua è più che lecito. Il ruolo degli Usa è tutt’altro che limpido, considerato che nel bel mezzo delle discussioni è stata approvata la vendita di armi per 20 miliardi di dollari proprio a Tel Aviv. Sul campo, allo stesso modo, non si vede all’orizzonte alcun segnale di distensione; tutt’altro.
Il portavoce di Hamas Osama Hamdan ha riportato che Israele non ha intenzione di ritirare le sue forze da Gaza e impegnarsi in un cessate il fuoco permanente, due criteri che il movimento giudica essenziali per raggiungere un accordo. Le richieste israeliane includerebbero il dispiegamento di forze su due assi fondamentali per il controllo del territorio e dei movimenti della popolazione palestinese. Il primo lungo il corridoio Philadelphia, al confine con l’Egitto. Il secondo lungo il corridoio Netzarim, che separa Gaza city e la parte meridionale della Striscia.
Benyamin Netanyahu dal canto suo non ha certamente rassicurato la controparte. Il Primo ministro ha dichiarato che la pressione militare è tuttora uno strumento cui fare affidamento per liberare gli ostaggi. Posticipando la fine della guerra a data da destinarsi.
La guerra sul campo
La guerra intanto continua a mietere vittime. Nuovi attacchi israeliani a Khan Yunis (nel Sud della Striscia) e a Gaza city hanno ucciso 10 palestinesi nella giornata di lunedì, dopo che nelle 48 ore precedenti due nuclei familiari erano stati sterminati. Nell’ultima settimana, lo Stato ebraico ha invaso anche la zona centrale di Deir Balah, l’ultimo spicchio della Striscia non calpestato (ma comunque bombardato) dalle Idf. .
Quello che si ripete pertanto è un copione di sangue, con i civili e in particolare i più giovani che pagano il prezzo più alto delle violenze. Secondo le autorità di Gaza, più di 40mila persone sono state uccise dall’8 ottobre. Una cifra enorme, che molti osservatori ritengono sia calcolata al ribasso.
Quelle ancora vive si trovano ogni giorno più in bilico. Come racconta il medico palestinese Jamal Imam, donne e bambini «sono tutti privati dei bisogni più elementari per la sopravvivenza». L’impatto della guerra si sente non solo nelle esplosioni, ma nella mancanza di cibo, acqua ed elettricità. Una miscela che rende il terreno sempre più fertile per sviluppi drammatici.
Tra questi vi è la rinascita della poliomielite, malattia che prende di mira il sistema nervoso e può arrivare a causare la morte. Dopo che il virus è stato rilevato in un bambino di dieci mesi, il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha invocato un cessate il fuoco di una settimana per consentire l’arrivo e la somministrazione delle vaccinazioni. L’ennesima preghiera rigettata dalle autorità israeliane.
Il perimetro della violenza
La ripresa dei colloqui avviene in un contesto all’insegna di un peggioramento continuo, non solo a Gaza. In questi giorni, a venire colpiti sono stati anche i villaggi palestinesi in Cisgiordania. Tra i tanti episodi, nel Nord del territorio i coloni hanno ucciso un palestinese e dato alle fiamme case e veicoli. Uno degli ultimi sviluppi riguarda anche il territorio israeliano, dove nella serata di domenica scorsa si è registra un’esplosione nel sud di Tel Aviv.
Secondo la ricostruzione delle autorità, l’attentatore si era fermato nei pressi di una sinagoga per innescare gli esplosivi, facendoli brillare inavvertitamente. L’uomo è rimasto ucciso sul colpo, mentre sul fronte israeliano vi è stato solo un ferito. L’ala armata di Hamas e la Jihad islamica hanno rivendicato l’attentato suicida, minacciando il ritorno degli attentati se non dovessero concludersi i “massacri, lo sfollamento di civili” e “la politica degli assassini” ad opera dello Stato ebraico.
L’ultima espressione si può ricondurre alla strategia di uccisioni mirate che Tel Aviv persegue storicamente nei confronti delle massime autorità di Hamas e di altri attori a livello regionale, come Hezbollah. Nel primo caso, l’ultimo bersaglio è stato il capo dell’Ufficio politico Ismail Haniyeh. Nel secondo, il comandante e stretto consigliere di Hassan Nasrallah, Fuad Shukr. Entrambi uccisi, rispettivamente a Teheran e a Beirut, alla fine di luglio.
L’uccisione di Haniyeh è di importanza centrale per comprendere lo Stato del “dialogo”. Israele ha tolto dal tavolo negoziale una figura di enorme peso politico e non militare. Il contrario di Sinwar, che Hamas ha scelto come suo successore: una scelta che con ogni probabilità rispecchia, ancora una volta, una distanza molto più ampia di quella che lasciano intendere le parole dei mediatori.
Le prospettive della tregua
I negoziati si inseriscono quindi in un perimetro sempre più infiammato e instabile. Secondo Blinken, questo sarebbe il momento decisivo per arrivare a una tregua. Ma la preoccupazione diffusa su più livelli è che siano ancora troppi gli ostacoli che si frappongono a una vera tregua.
Come sostiene Gershon Baskin, per esempio, è improbabile che Netanyahu accetti un accordo che Hamas potrebbe presentare come una vittoria. Ma più che legittimare Hamas, per Tel Aviv la grande posta in gioco è la cessione di pezzi di potere sul destino dei palestinesi. Basta leggere il conflitto alla luce delle pressioni dell’estrema destra israeliana.
Parte che vanta oggi un’enorme influenza, i suoi esponenti da quando sono iniziati i negoziati si oppongono al ritiro delle truppe. Dicendosi pronti a togliere il supporto al Primo ministro per scongiurare questa ipotesi. Venire meno al controllo del territorio significherebbe concedere di fatto uno spazio di autodeterminazione. Uno spazio che, con loro, sono ancora in tanti a non voler lasciare alla Striscia e ai suoi abitanti.
Fonti e approfondimenti
Baron, I. & Saltzman, I., “The Undoing of Israel” Foreign Affairs, 12/08/2024
Baskin, G., “These ceasefire talks have been doomed to fail – Netanyahu and Hamas have tied negotiators’ hands”, The Guardian, 19/08/2024
Fassihi, F., Livni, E., “The UN Calls for a Temporary Truce to Fight Polio in Gaza”, The New York Times, 16/08/2024