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Ricorda 2004: La violazione dei diritti umani e lo scandalo di Abu Ghraib

Abu Ghraib

Il 28 aprile del 2004, poco più di 20 anni anni fa, 60 minutes, un programma d’inchiesta della rete televisiva americana CBS, mostrò per la prima volta le immagini delle torture e degli abusi subiti dai prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib, vicino a Baghdad. 

Il carcere di Abu Ghraib

La struttura, definitivamente chiusa dal 2014 e in funzione dagli anni Sessanta, venne costruita da una società inglese per quello che allora era il Regno dell’Iraq. È composta da cinque complessi dominati al centro da una torre alta 120 metri. Al culmine della repressione del regime iracheno, nel 2001, la prigione ospitava circa 15 mila detenuti.

Molti erano criminali comuni, ma c’erano anche numerosi prigionieri politici: per loro Abu Ghraib era un luogo di torture e di esecuzioni. Nei campi intorno alla prigione sono state scoperte fosse comuni con decine di cadaveri. In un’esecuzione di massa il 10 dicembre 1999, 101 persone vennero uccise in una sola notte e subito seppellite in fretta..

Saddam Hussein, nel 2002, aveva proclamato un’amnistia che aveva svuotato le carceri e riempito le strade di criminali comuni (i detenuti politici erano già stati uccisi o trasferiti). Quando nel 2003 il regime iracheno venne rovesciato, il carcere, dopo essere stato abbandonato e saccheggiato, venne ribattezzato sotto il dominio statunitense “Baghdad Central Confinement Facility” (BCCF) e riadattato per i nuovi reclusi sospettati di crimini contro la Coalizione, sorvegliati da secondini iracheni.

All’epoca la prigione era sostanzialmente divisa in due parti: il governo provvisorio iracheno gestiva la struttura dove venivano tenuti in custodia i prigionieri già condannati da un tribunale, mentre i soldati statunitensi i e contractor (Private Security Contractors o Cmp, che sta per Compagnia militare privata) gestivano un’altra struttura dove venivano rinchiusi e interrogati sospettati e persone ritenute “interessanti”.

Lo scandalo di Abu Ghraib

Le terribili vicende della prigione di Abu Ghraib vennero alla luce intorno alla fine del 2003 tramite un articolo di Associated Press. Ma solo all’inizio del 2004, quando il whistleblower riservista Joe Darby consegnò le foto alla stampa, le cronache internazionali hanno iniziato a riferire di umiliazioni e torture che venivano compiute su detenuti iracheni da parte di soldati statunitensi della forza di coalizione. È stato in particolare un rotocalco televisivo statunitense, 60 Minutes, a diffondere  con un proprio reportage, la storia di abusi ai danni dei reclusi.

Uno dei tratti più sconvolgenti delle foto è l’atteggiamento dei soldati e delle soldatesse: erano divertiti, mostravano il sorriso e segni di vittoria verso l’obiettivo. In alcuni casi sembra che gli abusi e le umiliazioni siano stati compiuti senza uno scopo preciso e il tenore delle fotografie lascia trasparire una certa leggerezza con cui questi atti venivano posti in essere. Alcuni dei militari coinvolti, però, hanno raccontato che i loro superiori incoraggiavano queste pratiche poiché rendevano i prigionieri “più morbidi” per gli interrogatori (che venivano condotti da specialisti della CIA, dell’intelligence militare o dai contractor, non dai militari ritratti nelle foto).

I peggiori reati venuti alla luce si sono verificati nell’ottobre e novembre del 2003. La prigione era gestita dall’ottocentesima brigata di polizia militare di Uniondale, New York, sotto il comando di Janis Karpinski, sebbene molti degli interrogatori e dei traduttori fossero appaltatori privati. Il rapporto Taguba ha rilevato che membri della polizia militare sono stati coinvolti in omicidi, abusi, torture e altri trattamenti inumani.

Gli abusi di Abu Ghraib

Per quanto riguarda gli omicidi dei detenuti, le prove suggeriscono che siano stati colpiti e/o picchiati a morte. In un esempio molto noto, Manadel al-Jamadi è morto di asfissia dopo essere stato incappucciato, con le costole rotte e incatenato in modo tale che le sue braccia sostenessero il peso del corpo durante l’interrogatorio. Il suo corpo è stato poi impacchettato nel ghiaccio, probabilmente nel tentativo di nascondere le circostanze della morte. Alcuni membri dell’esercito statunitense, mostrando il pollice alzato, sono apparsi nelle fotografie con il cadavere.

Nel carcere sono stati commessi anche abusi sessuali: secondo il rapporto Taguba, le detenute venivano abitualmente violentate dai militari uomini. Le guardie hanno anche costretto i detenuti maschi a compiere atti sessuali l’uno con l’altro o a stimolarsi sessualmente mentre venivano fotografati o filmati. Fotografie e video di tutti i detenuti senza indumenti venivano scattati e girati per divertimento e molti prigionieri erano costretti a rimanere in queste condizioni per giorni interi.

Altri atti di abuso includevano picchiare i detenuti, versare loro addosso acido fosforico e urinare su di loro. Le forme autorizzate di interrogatorio spesso non erano meno violente: i prigionieri potevano essere incatenati in posizioni dolorose, gli veniva negato il sonno, potevano essere isolati per periodi di tempo prolungati, nonché sottoposti a temperature estreme o costretti ad affrontare le proprie fobie personali.

La risposta delle istituzioni

Nelle loro risposte allo scandalo, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush e altri funzionari dell’amministrazione hanno descritto i crimini commessi ad Abu Ghraib come un‘eccezione unica al trattamento altrimenti umano dei prigionieri da parte delle forze armate statunitensi. Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani hanno sostenuto che comportamenti simili, e in alcuni casi anche più estremi, da parte dei membri delle forze armate erano stati documentati già nel 2002 in Afghanistan, così come in molti altri siti in Iraq. Secondo un rapporto di Human Rights Watch del giugno 2004, «l’unico aspetto eccezionale degli abusi ad Abu Ghraib potrebbe essere stato il fatto che fossero stati fotografati».

Lynndie England, Sabrina Harman, Geoffrey D. Miller, Ricardo Sanchez, Charles Graner, Ivan Frederick, Megan Ambuhl sono solo alcuni dei militari coinvolti, congedati dall’esercito. I fatti veri e propri avvenuti all’interno della prigione hanno toccato molti più militari (anche di alto grado) e agenti governativi, nonché un numero indefinito di prigionieri torturati.

I processi di Abu Ghraib

Il 15 aprile 2024, solo vent’anni dopo la scoperta di quanto accaduto, un tribunale federale della Virginia ha iniziato a esaminare il caso Al Shimari, et al. v. CACI, una causa intentata dal Center for Constitutional Rights (CCR) per conto di tre vittime irachene, Salah Hasan Al-Ejaili, Suhail Al Shimari e Asa’ad Al-Zuba’e. L’accusa sostiene che la CACI, una società di sicurezza privata assunta dal governo degli Stati Uniti nel 2003 per interrogare i prigionieri in Iraq, ha diretto e partecipato a torture e altri abusi ad Abu Ghraib. Anche per questo, l’accusa ha chiesto risarcimenti e pene per le vittime.

La CACI ha tentato di far archiviare il caso 20 volte da quando è stata depositata la denuncia per la prima volta, nel 2008. Fino a oggi i tribunali statunitensi hanno ripetutamente respinto casi simili contro il governo federale a causa di una legge del 1946 che preserva l’immunità dei militari dalle rivendicazioni e dalle denunce per gli atti commessi durante la guerra. Inoltre, il governo degli Stati Uniti non ha creato alcun programma ufficiale di risarcimento per coloro che sostengono di essere stati torturati o maltrattati, né ci sono percorsi disponibili per far sì che i loro casi vengano ascoltati e poi giudicati. 

Fonti e Approfondimenti

Redazione, “Le foto di Abu Ghraib”, Il Post, 28/04/20214

Sanbar S., “Abu Ghraib Torture Case Finally Goes to Trial”, Human Rights Watch, 20/06/2024Soussi

A., “The Abu Ghraib abuse scandal 20 years on: What redress for victims? “, Al Jazeera, 27/04/2024

Schwartz M.,”Jury Weighs Claims of Abuse at Abu Ghraib Prison Against Contractor, 20 Years Later – Regarding The Torture Of Others”, The New York Times, 23/04/2024

Volle A., Abu Ghraib prison | What Happened, Location, & Abuses”, Britannica, 20/06/2024

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