Federico Niglia è docente di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università per Stranieri di Perugia. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia d’Europa e i suoi temi di ricerca riguardano la politica estera dell’Italia, con una particolare attenzione ai rapporti diplomatici e ai rapporti con la Germania e il mondo tedesco.
Dopo Sassonia e Turingia, Alternative für Deutschland (Afd) e Bündnis Sahra Wagenknecht (Bsw) hanno segnato una crescita anche nel voto in Brandeburgo. Quali sono le ragioni della loro avanzata?
Ci sono due aspetti principali da considerare. Il primo è che questi partiti sono cresciuti in una progressiva erosione dei partiti tradizionali. In questo senso si sente la fine dell’era Merkel. Un momento che può essere visto come l’ultimo tentativo dei partiti della Repubblica federale pre-riunificazione di tenere un controllo del sistema.
Alla luce di un programma politico differente, le due forze condividevano comunque l’idea centrale del progresso, in una cornice di stabilità. Questi nuovi partiti crescono invece nella paura che il modello tedesco e il suo successo possa essere messo in crisi dai partiti tradizionali, ormai incapaci di contenere le forze interne ed esterne che assediano secondo loro la Germania. È un discorso legato soprattutto alla capacità di questi partiti di inserirsi nello spettro come alternativa politica.
E il secondo?
Il secondo aspetto è ancora più strutturale e riguarda l’evoluzione della Repubblica tedesca a trent’anni dalla riunificazione. Questa ha sancito la chiusura di una fase storica e l’apertura di una nuova, con la possibilità per il nazionalismo di acquisire un peso importante nelle dinamiche politiche. Un processo che ha messo l’accento su una serie di questioni irrisolte, a partire da un’idea di nazione in continua tensione tra l’apertura o la chiusura verso l’Europa e lo scenario globale.
Un’altra forza che ha scatenato la riunificazione è quella della disparità, della disuguaglianza, che in Germania non divide solo ceti sociali ma anche aree geografiche, tra le regioni delle vecchie Germania ovest ed est. Quello che emerge in maniera prepotente con gli ultimi sviluppi è una riunificazione incompiuta, che si conferma nelle rispettive performance elettorali. Ormai però Afd e Bsw sono due forze che, partendo da Oriente, tendono ad affermarsi in tutto il Paese. E questo appare un dato incontrovertibile.
Quali sono gli effetti di questa avanzata rispetto al posizionamento dell’Spd, prima forza di governo?
Nonostante l’affermazione alle scorse elezioni politiche, Scholz non è stato pienamente in grado di fermare quella crisi della socialdemocrazia che ormai è un fenomeno strutturale. C’è un aspetto che però va sottolineato. L’Spd oggi non è vittima di Bsw, perché al momento non si registra una concorrenza da questo fronte. Il problema è un altro, ovvero che l’Spd si sta mostrando un partito che fa fatica a tenere il timone del sistema.
Scholz è in difficoltà anche per altri motivi, per esempio perché i Verdi si sono dimostrati un partito a rapida erosione. Le sciagure della coalizione semaforo non sono quindi totalmente ascrivibili al cancelliere. Ma una grossa fetta di responsabilità cade inevitabilmente su di lui, che non ha saputo interpretare una leadership credibile dal punto di vista interno. Questo lo dimostrano anche le elezioni in Brandeburgo, dove ha vinto un candidato che ha marcatamente segnato la differenza rispetto alla leadership federale.
E rispetto all’altro asse storicamente centrale nella politica tedesca, la Cdu-Csu?
Per la Cdu-Csu la riflessione è più complessa. Se non c’è continuità tra Bsw e Spd, il problema invece si pone in questo caso rispetto a Afd. Anche a fronte della radicalizzazione della retorica e dei toni, Afd ha puntato ad accreditarsi come partito di destra capace di erodere il consenso della Cdu-Csu. Nonostante alcuni nell’Unione cristiano-democratica vedessero come naturale l’allineamento con l’Afd, Friedrich Merz aveva posto la incomunicabilità con questa forza come linea rossa.
Tuttavia, se la Cdu-Csu mantiene una politica forte di chiusura nei confronti di Afd nei governi regionali, il risultato è che si trova costretta a prendere il posto di Scholz e a guidare una coalizione differente. Questo significherebbe assumersi il rischio di un impatto fortemente erosivo sul partito, come testimonia il caso di Scholz. La Cdu-Csu non sarebbe esente da questo fenomeno. Gli altri partiti infatti lavorerebbero ai suoi fianchi e l’Afd avrebbe più margine per attrarre l’elettorato conservatore. In questo scenario, anche la leadership di Merz si trova in difficoltà. Oltretutto l’idea stessa delle grandi coalizioni nella società tedesca sta diventando un po’ logora.
I grandi sconfitti delle elezioni sono stati la sinistra e i Verdi. Come si spiega la crisi che stanno vivendo?
Per quanto riguarda la vecchia Linke, si tratta di un problema più ampio, legato alla ristrutturazione della sinistra radicale. Un insieme di forze che nel contesto nazionale non è riuscito a innovarsi. E a fare quello che, per esempio, in Francia è riuscito a fare Mélenchon. La Linke per molti versi si è fermata a Oskar Lafontaine, leader politico (prima della Spd e poi della Linke, nda) con cui è cresciuta Sahra Wagenknecht in un’epoca molto differente. Pensiamo solo al fatto che una delle chiavi del successo di Bsw è senza dubbio il personalismo del movimento. Un elemento tradizionalmente assente o quantomeno fortemente limitato dalla logica ideologica del vecchio partito.
I Verdi invece pagano lo scotto di essere un partito che potremmo definire “di carta”. Una forza che è cresciuta utilizzando la lente dell’ecologismo ma con un posizionamento politico poco chiaro su altri versanti decisivi. Il momento storico certamente non li sta aiutando, nella misura in cui le policies ambientali vedono gli stessi tedeschi che stanno rallentando molto. È di pochi giorni fa il grande vertice dell’industria automobilistica in cui i produttori tedeschi hanno ribadito la necessità di questo rallentamento, per calmierare l’agenda della transizione ecologica, che rischiano di creare uno spiazzamento su tanti punti, dall’occupazione alle vendite. In questo contesto, le basi del consenso per i Verdi si fanno più fragili.
Come si traducono questi cambiamenti nel posizionamento della Germania sul piano internazionale?
La prima tendenza che ci dobbiamo aspettare è una Germania molto più ancorata a posizioni “nazionali” in Ue. E in particolare, una Germania che ha una minore tendenza a mediare rispetto all’era Merkel, che ha rappresentato un periodo di grande gestione degli affari europei proprio perché sul fronte interno non c’era una contesa sulla leadership. Questo aveva portato a un maggiore margine di manovra, in cui la Merkel ha saputo giocare un ruolo centrale.
La seconda ha a che vedere con una riflessione di più ampio respiro sul posizionamento dei Paesi sullo scenario globale. In politica estera, la linea di un “pachiderma” come la Germania, che è un player centrale, cambia con una lentezza maggiore rispetto a quanto accade sul fronte interno. Per questo sui grandi temi globali rimarrei cauto, non traslerei il dinamismo e le trasformazioni a livello domestico in un paradigma internazionale. Il teatro in cui questi cambiamenti si faranno sentire in ogni caso rimane quello europeo. Dove su alcune tematiche si può assistere a un riposizionamento più immediato, ad esempio quella dei confini.