L’esercito di Israele (Idf) ha sparato sulle basi dell’Unifil, la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite creata nel 1978 con le Risoluzioni 425 e 426 ed è composta anche da militari italiani, oltre mille in tutto il contingente sui circa diecimila totali. Almeno cinque caschi blu sono stati feriti, nessuno è italiano.
Il caso ha scatenato la reazione del governo di Roma, con il ministro della Difesa Guido Crosetto che ha parlato di “crimine di guerra” e la prima ministra Giorgia Meloni che ha definito “inaccettabile” quanto successo, pur mettendo in allerta sul rischio di non isolare l’alleato in Medio Oriente. Alleato che però ha “invitato” l’Unifil a spostarsi per permettere loro di continuare le operazioni contro Hezbollah nella zona compresa tra la Blue Line e il fiume Litani.
Dopo aver insistito più volte per cambiare il recinto della missione, Crosetto ha chiesto in modo provocatorio a Israele se il ripetersi di una situazione simile autorizzerebbe le forze di peacekeeping Onu a rispondere al fuoco. In realtà, la risposta si trova già nelle regole di ingaggio stabilite per il contingente Unifil.
La missione
Codificata nel 1978 dopo la prima invasione israeliana del sud Libano e rinnovata con diverse risoluzioni con cadenza semestrale, con la fine della guerra tra Hezbollah e Israele del 2006 il mandato viene integrato dalla risoluzione 1701 con la quale si chiedeva la cessazione totale delle ostilità e il ritiro completo delle truppe israeliane dal territorio libanese.
La risoluzione, indirettamente, mirava anche al ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani (e soprattutto la sua smilitarizzazione): nella teoria, quindi, soltanto alle forze regolari di Beirut, e al contingente Onu in supporto, era concesso il possesso di armi ed equipaggiamento militare nella zona. Una condizione che non si è mai verificata.
Tra gli altri obiettivi del mandato c’è quello di monitorare la cessazione delle ostilità (uno dei punti sui quali Unifil riesce ad avere un impatto maggiore), e il coordinamento con le autorità libanesi e israeliane. Sebbene una qualche forma di dialogo sia presente, è importante sottolineare che Unifil opera solo su territorio libanese e non su quello israeliano.
Unifil, inoltre, avrebbe dovuto supportare la distribuzione di aiuti umanitari e il ritorno volontario degli sfollati. Anche questo obiettivo è stato raggiunto solo in parte.
Le regole di ingaggio di Unifil
Unifil è un progetto di peacekeeping, di mantenimento della pace, e opera in base al capitolo sesto della Carta dell’Onu che parla di “risoluzione pacifica delle controversie”. Non si basa, quindi, sul capitolo settimo, nel quale viene sviluppato il concetto di peace enforcing, che autorizza l’uso della forza.
I caschi blu dell’Unifil non possono ingaggiare con la forza né le milizie di Hezbollah né i soldati di Israele a parte alcune circostanze. Nel mandato, infatti, si stabilisce che la missione Onu può “esercitare il proprio diritto intrinseco di autodifesa”, senza “pregiudicare la responsabilità primaria del governo libanese”.
In determinate circostanze e condizioni, l’Unifil può ricorrere all’uso “proporzionato e graduale” della forza “per garantire che la sua area di operazioni non sia utilizzata per attività ostili” e “per resistere ai tentativi di impedire con la forza” alla missione Onu “di adempiere ai suoi doveri nell’ambito del mandato autorizzato dal Consiglio di Sicurezza”.
Il vulnus delle regole di ingaggio Unifil
I caschi blu sono autorizzati a usare la forza, previa autorizzazione del Consiglio di Sicurezza Onu, anche per “proteggere il personale, le strutture, le installazioni e le attrezzature dell’Onu”, “per garantire la sicurezza e la libertà di movimento del personale e degli operatori umanitari e per proteggere i civili sotto minaccia imminente di violenza fisica”. A causa del veto statunitense, come successo in passato, è difficile che possa arrivare il via libera.
Stando a questa definizione, tecnicamente l’Unifil avrebbe potuto rispondere agli attacchi israeliani. Ma il rischio di un incidente diplomatico e di una potenziale escalation lega le mani al contingente Onu più di quanto già facciano le regole.
La missione deve evitare il riacutizzarsi del conflitto e di minimizzare i danni collaterali, le operazioni devono essere coordinate con le forze libanesi. L’esercito regolare di Beirut, che non corrisponde alle forze di Hezbollah, è rimasto in stretto contatto con l’Unifil, almeno fino al settembre scorso. Un collegamento che permetteva il dialogo anche con i rappresentanti del Partito di Dio e che, dalla nuova invasione israeliana del Libano, è venuto meno.
Da più parti viene inoltre segnalata la sproporzione tra gli obiettivi dell’Unifil e le risorse a disposizione. Basti pensare al vasto territorio all’interno del quale i caschi blu devono operare: se si contano i militari in campo, il rapporto è di uno ogni tre chilometri.
Ma bisogna chiarire che la demilitarizzazione dei vari gruppi nel sud del Libano doveva essere prerogativa dell’esercito di Beirut, al quale Unifil garantisce supporto. Di conseguenza il numero del contingente e il suo equipaggiamento è in linea con il mandato della missione Onu.
È la prima volta che l’Unifil viene attaccata?
No. È difficile stabilire con precisione quanti attacchi sono stati effettuati dal 1978 a oggi. Dal 7 ottobre 2023, a causa di entrambe le parti in conflitto, sono state spesso colpite zone in concomitanza di aree Unifil.
Più certo, invece, è il numero di caschi blu uccisi in servizio. L’anno scorso cinque uomini legati a Hezbollah sono stati accusati da un tribunale militare libanese per l’uccisione di un peacekeeper irlandese delle Nazioni Unite. Un altro peacekeeper irlandese è stato gravemente ferito nell’incidente. Secondo l’Onu, dal 1978 al 31 luglio 2024 l’Unifil ha registrato 326 vittime.
Fonti e approfondimenti
Gonzalez M. The dilemma of the UN peacekeeping force in southern Lebanon, El Pais, 14/10/2024
Lo Spiegone, L’importanza del fiume Litani, 27/09/2024
Matteo Moretti, Peacekeeping in Libano: la missione UNIFIL italiana, Lo Spiegone, 30/01/2019
Onu, Lebanon: UN peacekeepers lay out rules of engagement, including use of force, 3/10/2006