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“Paz con la naturaleza”. COP16 sulla biodiversità e quello slogan lasciato incompiuto

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Mentre l’attenzione del mondo è rivolta alla COP29 sul cambiamento climatico, è opportuno accendere i riflettori su un’altra conferenza altrettanto fondamentale, seppur meno conosciuta, e che si è appena conclusa: la COP16, ovvero la sedicesima edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (COP 16).

Il termine biodiversità, introdotto nel 1988 dall’entomologo Edward O. Wilson come abbreviazione dell’espressione “diversità biologica”, si riferisce alla ricchezza, varietà, distribuzione e interazione di piante, animali e microrganismi, oltre che dei loro geni, ed ecosistemi – sistemi autosufficienti e in equilibrio dinamico creati dall’interazione, in un determinato ambiente, di organismi viventi e materia non vivente. 

Ad oggi, un milione di specie animali e vegetali sono a rischio estinzione e il 40% di queste potrebbe scomparire entro la fine del secolo, con danni per gli ecosistemi incalcolabili e non pienamente prevedibili. Infatti, la perdita di biodiversità contribuisce all’insicurezza alimentare ed energetica, aumenta la vulnerabilità ai disastri naturali e diminuisce il livello complessivo di salute (umana, animale e vegetale). La protezione e il ripristino della biodiversità sono dunque centrali nel mitigare l’impatto della crisi climatica.

Gli obiettivi chiave della COP16

La COP16 si è tenuta a Cali, in Colombia, dal 21 ottobre all’1 novembre 2024. Sin dalla sua creazione nel 1992 con la firma della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) al Summit della Terra di Rio de Janeiro, questa COP si è data l’obiettivo di proteggere e ripristinare la biodiversità. In questa edizione i negoziati si sono concentrati sulle strategie e i mezzi per implementare gli obiettivi di conservazione e protezione della biodiversità definiti dall’Accordo Kunming-Montreal, raggiunto nel 2022 durante la COP15.

Il Quadro Globale per la Biodiversità Kunming-Montreal (o Global Biodiversity Framework, GBF) è il primo accordo globale che mira a garantire insieme la stabilità degli ecosistemi, lo sviluppo economico, la tutela della natura e la lotta al cambiamento climatico. Nello specifico, il GBF si propone di raggiungere quattro macro-obiettivi entro il 2050. Innanzitutto, vuole garantire la conservazione di specie ed ecosistemi, rallentando l’estinzione delle specie a rischio, salvaguardando la diversità genetica di animali e piante, e sostenendo la resilienza degli ecosistemi.

Il secondo macro-obiettivo definisce e regola l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali e della biodiversità, a supporto di uno sviluppo sostenibile per le generazioni attuale e futura. Il terzo, invece, si concentra sul principio dell’equa condivisione dei benefici (monetari e non) derivanti dall’uso di risorse e informazioni genetiche, al fine di preservare la biodiversità e tutelare le popolazioni interessate. Infine, con il quarto macro-obiettivo, i firmatari dell’Accordo si sono impegnati a stanziare 700 miliardi di dollari all’anno per raggiungere i primi tre.

Ed è stato proprio questo quarto macro-obiettivo a essere stato il tema principale di questa COP16. Tema delicatissimo, visto che si sostiene che sia stata proprio la mancanza di finanziamenti adeguati ad aver causato il fallimento dei target di Aichi, stabiliti dalla CBD nel 1992 e implementati a partire dalla COP10 di Nagoya con il Piano strategico per la biodiversità 2011-2020 (che, scaduto nel 2020, è stato sostituito dal Quadro Globale per la Biodiversità Kunming-Montreal).

Gli altri temi della COP16

Altro tema chiave della COP16 è stato il monitoraggio e la rendicontazione  dei progressi compiuti dalle Strategie e dai piani d’azione nazionali a tutela della biodiversità (NBSAP), istituiti della CBD e rivisti per la prima volta dopo la COP15, che ne ha fissato l’aggiornamento obbligatorio in previsione della COP16.  

Obbligatorie per i Paesi firmatari della Convenzione, le NBSAP sono il principale strumento di implementazione della CBD. E forniscono le linee guida per la pianificazione e le azioni nazionali in materia di tutela e conservazione della biodiversità – le NBSAP della COP biodiversità sono i corrispettivi degli NDC nella COP cambiamento climatico.

Infine, è stato discusso anche il cosiddetto obiettivo 30×3. Introdotto dalla COP15, questo mira a istituire aree protette per garantire la protezione del 30% delle aree terrestri e del 30% delle acque marine entro il 2030. Sebbene lo scopo sia cruciale, questo obiettivo è stato estremamente dibattuto proprio per la sua strategia attuativa.

Esperti di conservazione come Modecai Ogada contestano il modello di protezione della biodiversità con aree protette in quanto retaggio coloniale e mezzo primitivo – le terre destinate a diventare area protetta sono infatti spesso espropriate con la forza, violando i diritti delle comunità locali che ci vivono. Altri, tra cui l’associazione Survival International, denunciano come questo modello di “conservazione-fortezza” si sia dimostrato fallimentare anche da un punto di vista ambientale, poiché, nonostante sia stato raggiunto l’obiettivo Aichi del 10% delle aree protette, la perdita di biodiversità è stata immensa. 

Un nuovo ruolo per le comunità indigene

Una novità assoluta introdotta dalla COP16 è stato il coinvolgimento delle comunità indigene. Con l’Articolo 8j della Convenzione sulla Diversità Biologica, aggiornata durante la COP16, è stato creato un organismo permanente di consultazione delle popolazioni indigene per le decisioni ONU in materia di conservazione della natura.

Attraverso questo organismo, per la prima volta, i popoli indigeni avranno la possibilità di formulare proposte per la gestione dei territori e delle risorse e pianificare i bilanci. Questa riforma storica non sarebbe stata possibile senza la leadership della Colombia (con il saldo sostegno del Brasile). La cui Ministra dell’Ambiente Maria Susan Muhamad González ha rimarcato che le comunità indigene, in quanto guardiani della natura “devono avere un posto nelle decisioni e nella gestione delle risorse.

Uno dei primi atti di questo nuovo organismo è stato discutere la Dichiarazione dei diritti dell’Amazzonia, presentata a Cali da alcune comunità indigene locali con il supporto di movimenti femministi e ambientalisti attivi nella regione. Con questo documento, gli indigeni hanno chiesto il riconoscimento del diritto di esistere dell’Amazzonia, preservandola da attività dannose come quelle estrattive e proteggendola dalle economie criminali transnazionali che operano nella regione.

La partecipazione determinante e senza precedenti di comunità indigene e attivisti ambientali alla COP16 ha rappresentato un messaggio doppiamente forte, visto che è proprio l’America Latina il continente in cui, in assoluto, questi gruppi rischiano di più la vita per le loro battaglie a difesa della Terra e della biodiversità.

Non è ancora tempo di “fare pace con la natura”

Alcuni Paesi stanno compiendo passi in avanti significativi verso la protezione della biodiversità. È il caso, ad esempio, dell’Unione Europea, che, con la Nature Restoration Law di agosto 2024, si è data l’obiettivo di ripristinare il 20% delle aree marine e terrestri dell’Unione entro il 2030 e tutti gli habitat a rischio entro il 2050. 

Anche nella regione del Sahel, dal 2007, è stato messo in atto il progetto ciclopico della Grande Muraglia Verde, che, dall’iniziale piano di piantumazione di alberi lungo il percorso di 8.000 chilometri da Dakar fino a Gibuti est, è diventato una vera e propria iniziativa per il ripristino del suolo degradato dalla desertificazione e per la promozione dell’agricoltura rigenerativa.

Inoltre, alla COP16 si è raggiunto un accordo sull’istituzione del Cali Fund, un fondo compensativo per quei Paesi le cui informazioni genetiche sono usate dalle imprese monopolistiche nei settori farmaceutico e dell’agritech. Per la prima volta, questi colossi potranno decidere se versare l’1% del fatturato o lo 0.1% dei profitti per alimentare il Cali Fund, in modo da contribuire attivamente alla protezione della natura e delle popolazioni indigene da cui attingono informazioni genetiche.

Al momento, peró, non c’è alcun obbligo di versamento da parte delle aziende. Pertanto, il successo principale dietro la creazione di questo fondo sembra piuttosto da registrarsi nella massiccia partecipazione delle aziende alla COP16, segnale che queste si stanno rendendo conto dell’importanza degli investimenti per la protezione della natura.

COP16 a conti fatti

Nonostante ciò, a conti fatti, i risultati di COP16 sono ben lontani dal potersi dire di successo. La Conferenza, infatti, si sarebbe dovuta concludere con un accordo sull’implementazione del GBF. La richiesta dei Paesi del Sud Globale, che ospitano la maggior parte della biodiversità, era quella di risorse finanziarie adeguate a sostenere gli sforzi di conservazione e ripristino della biodiversità.

Tuttavia, i negoziati sono stati interrotti a causa del mancato raggiungimento del quorum proprio in merito all’approvazione dei testi sulla finanza e sui meccanismi di monitoraggio. I Paesi più ricchi (come Unione Europea, Giappone e Canada) si sono dimostrati poco disposti a sborsare nuove risorse. E poco inclini ad approvare un nuovo Fondo per la Biodiversità, in aggiunta a quelli esistenti. Dall’altra parte, i Paesi in via di sviluppo si sono mostrati riluttanti a cedere sui meccanismi di monitoraggio e sull’imposizione di regole piú stringenti a garanzia della trasparenza del sistema di erogazione degli aiuti.

Un esito prevedibile

A ben guardare, però, questo esito era abbastanza prevedibile. Dei 196 Paesi firmatari dell’Accordo di Kunming-Montreal, solo 29 hanno un piano sulla biodiversità e, di questi, quasi l’80% non ha ancora avviato iter concreti per metterlo in atto. Inoltre, dei 20 miliardi di dollari che gli Stati si erano impegnati, durante la COP15, a destinare entro il 2025 per l’implementazione del GBF al momento sono stati stanziati appena 250 milioni, secondo l’OCSE.

La Ministra colombiana Muhamad Gonzàles ha commentato amaramente la decisione obbligata di interrompere i lavori di trattativa, dicendo: “quando parliamo di difendere la vita possono passare anni senza che si trovino le risorse da mobilitare”. Si paventa quindi la possibilità di una COP16-bis, da remoto, per concludere in qualche modo le trattative e non rimandare i lavori alla COP17, che si terrà tra due anni in Armenia. 

Non ci sono però ancora certezze e, nonostante la determinazione della presidenza colombiana, lo slogan della COP16 “Paz con la naturaleza” (Pace con la natura) rischia di rimanere un buon auspicio per le prossime edizioni, mentre la COP16 rischia di passare alla storia come l’ennesima occasione persa.

Fonti e approfondimenti

Barbieri, M., Concaro, C. 2024. COP16: la Natura torna al centro della politica climatica internazionale, Italian Climate Network 25/04/2024.

Bompan, E. 2022. COP 15: a Montreal raggiunto accordo storico per la biodiversità, Materia Rinnovabile 19/12/2022.

Convention on Biological Diversity. 2020. Strategic Plan for Biodiversity 2011-2020, Including Aichi Biodiversity Targets. Convention on Biological Diversity 18/09/2020.

Cop16 Colombia. 2024. Sixtheenth meeting of the Conference of the Parties to the Convention on Biological Diversity (COP 16), Convention on Biological Diversity 2024.

Cospe. 2024. COP 16: The importance of biodiversity, Cospe 2024.

Guzzonato, C. 2021. Obiettivo 30% aree protette: perchè non è una buona idea. Focus Ecologia 20/10/2021.

Fraioli, L. 2024. Cop16, nessuna intesa per salvare la biodiversità nei paesi piú vulnerabili, La Repubblica 21/10/2024.

Petraglia, V. 2024. Fare pace con la natura: alla COP16 per salvare la biodiversità del pianeta, Wise Society 23/10/2024.

Talignani, G. 2024. Cop16 sulla biodiversità in Colombia, ultima chiamata per proteggere il Pianeta, La Repubblica 21/10/2024.

UN environment. 2024. A green wall to promote peace and restore nature in Africa’s Sahel region, Un environment 22/02/2023.

WWF. 2024. Living Planet Report 2024.

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