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Cosa sono i Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr)

migranti

Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

I Cpr sono “luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione” (art. 14, D.Lgs. 286/1998). Nello specifico si tratta di strutture di detenzione amministrativa nelle quali vengono reclusi tutti i cittadini “non comunitari” sprovvisti di un regolare documento di soggiorno oppure già destinatari di un provvedimento di espulsione. 

Quanti sono i Cpr in Italia

Attualmente i Cpr in Italia sono 10, anche se sul sito del Viminale ne sono riportati solo nove. Sono presenti strutture a Milano (non riportato sul sito del Viminale, appunto), Torino, Gradisca d’Isonzo, Roma, Palazzo San Gervasio, Macomer, Brindisi-Restinco, Bari-Palese, Trapani-Milo, Caltanissetta-Pian del Lago. Con una capienza potenziale di 1.338 posti, di cui solo 619 effettivamente utilizzabili.

Dopo aver inserito la realizzazione di nuovi Cpr nel cosiddetto Decreto sud alla fine del 2023, il governo nel giugno scorso ha annunciato il piano per crearne uno per regione. Una decisione fortemente criticata dalle opposizioni e dalla società civile. Negli ultimi anni molte accuse hanno riguardato questi centri, in particolare dopo le inchieste giornalistiche che hanno alzato il velo sulle condizioni dei detenuti. Cibo avariato, abuso di psicofarmaci e pessime condizioni igieniche sono all’ordine del giorno. 

Quando nascono i Cpr

La prima versione dei Cpr è stata istituita nel 1998 dalla Legge Turco-Napolitano. Allora prendevano il nome di C.P.T. (Centri di Permanenza Temporanea), poi denominati C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione) dalla Legge Bossi-Fini del 2002 e successivamente C.P.R. (Centri di Permanenza per i Rimpatri) dalla Legge Minniti-Orlando del 2017.

Con la Turco-Napolitano la durata massima della detenzione amministrativa era di 30 giorni. Secondo la Minniti-Orlando, il trattenimento doveva durare invece fino a 90 giorni. I quali diventavano 120 se la persona era già stata detenuta in carcere o 12 mesi nel caso la persona detenuta in Cpr inoltrasse una domanda di asilo. Il Decreto sud ha aumentato la durata del trattenimento, pari oggi a 180 giorni, sei mesi.

L’irregolarità non ha nulla a che fare con la criminalità. Spesso le persone diventano irregolari perché scade il visto turistico o di studio, perché perdendo il lavoro viene meno anche il permesso di soggiorno o perché si sono viste rigettare la richiesta di asilo politico. I centri non trattengono quindi chi ha commesso un reato. 

I Cpr e il Decreto sicurezza

Lo scopo dei Cpr è trattenere una persona ai fini dell’esecuzione del provvedimento di espulsione, cioè del rimpatrio nel Paese d’origine. I centri dovrebbero quindi garantire l’effettiva espulsione di chi, secondo la legge, non avrebbe diritto a stare in Italia. 

Oggi la richiesta di asilo politico è praticamente l’unico modo per poter soggiornare legalmente sul territorio italiano. Non è possibile ottenere permessi per la ricerca o per il lavoro. E anche i permessi per studio o ricongiungimento familiare vengono concessi raramente. 

Dai Cpr ai “Paesi sicuri”: il caso della Tunisia 

Secondo i dati presentati dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, relativi al 2021, sono transitate nei centri di permanenza per il rimpatrio 5.145 persone. Cioè il 17,5% in più rispetto al 2020, quando erano state 4.387. Solo cinque di questi erano donne. 

Oltre la metà invece erano di nazionalità tunisina, quella più rappresentata all’interno dei Cpr e la più esposta ai rimpatri forzati. Nell’ottobre 2019, con un decreto interministeriale, l’Italia ha inserito la Tunisia in una lista di 13 Paesi d’origine sicuri, con criteri che secondo Asgi sono incerti e poco trasparenti. 

L’incongruenza oggi risulta ancora più visibile, considerata la crisi politica e socio-economica in corso e le costanti denunce di violenze e torture nei confronti dei migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana. Nonostante questo, il governo italiano ha ribadito con un recente decreto legge che la Tunisia merita di rientrare nella lista. 

I Cpr e i dati sulle migrazioni

Nel corso del 2022, come si legge nel dossier statistico immigrazione 2023, a cura di Idos Centro Studi e Ricerche, su oltre 500.000 migranti in condizione di soggiorno irregolare in Italia, solo 36.770 hanno ricevuto un’ordinanza di espulsione. E solamente l’11,7% di queste persone (4.304 individui) è stato effettivamente rimpatriato. 

Un aspetto molto preoccupante che il rapporto evidenzia riguarda le nuove politiche introdotte, per esempio con il Decreto Cutro, che estendono la portata della detenzione amministrativa. Il decreto consente la detenzione anche di coloro che richiedono asilo e provengono da Paesi designati come “sicuri”. A meno che non dispongano di un passaporto o di “idonea” garanzia finanziaria. Inizialmente pari a 4.938 euro, un successivo decreto ne ha fissato il limite al ribasso a 2.500 euro

Secondo la relazione al Parlamento del 2023 del Garante nazionale dei detenuti, i migranti che finiscono nei Cpr sono in costante aumento. Nel 2022, l’ultimo anno per cui ci sono dati disponibili, ci sono passate 6.383 persone. Mille in più dell’anno precedente e duemila in più del 2020. Di queste solo 3.154 nel 2022 sono state effettivamente rimpatriate, meno della metà. 

Secondo il Garante sono «numeri piccoli rispetto al clamore delle intenzioni annunciate». Però in aumento. E questo allargamento delle casistiche per la detenzione solleva giocoforza una serie infinita di preoccupazioni in merito al rispetto dei diritti umani dei migranti. 

Fonti e approfondimenti 

Bosetti, G., “Asso piglia tutto. Il business dei centri di permanenza per i rimpatri dei migranti”, 28/09/2024

Centro Studi e Ricerche IDOS. Dossier Statistico Immigrazione 2023 

Lo Spiegone, “Cosa significa Paese sicuro”, 21/10/2024

Rondi, L., “Acqua bollente, 45 gradi percepiti e cibo avariato. L’estate al Cpr di Milano”, altreconomia, 22/07/2024

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