Lo gridano le donne nelle piazze, lo rivelano i segni di un assalto ai diritti che procede spedito in tanti angoli del mondo. Il patriarcato sta recuperando terreno, continuando a disseminare violenza e mietere vittime. Come sono costrette ad ammettere le istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite.
Non è un caso che questa ondata prenda nuovo slancio in uno scenario internazionale pervaso dalla guerra. Nell’affermazione storica di questo sistema oppressivo, infatti, un ruolo centrale lo ha proprio avuto la violenza organizzata. Che ha permesso ai modelli patriarcali di espandersi, prima, e di perpetuarsi, dopo. Un flusso circolare che, giorno dopo giorno, ci ancora a un futuro sempre più ammuffito.
La realtà del patriarcato
Ridotto ai minimi termini, il patriarcato viene spesso descritto come un sistema di dominio maschile. Una definizione che tuttavia non è sufficiente a restituire la complessità di un modello di potere che, per sopravvivere e proliferare, ha dovuto permeare tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. Arrivando fino ai giorni nostri. Nei quali le tracce della sua attualità sono facilmente rinvenibili negli ordinamenti giuridici, nelle narrazioni mediatiche, nelle disuguaglianze sociali. Sotto la maschera della “tradizione”, insomma, l’oppressione è viva e vegeta.
Negli ultimi decenni, gli studi femministi hanno indagato in profondità il patriarcato e le sue ragioni. Il significato che investe comunemente il termine è erede delle lotte di liberazione femminista del secolo scorso, in particolare degli anni Settanta. Da allora, ponendo di volta in volta l’accento alla produzione materiale o a quella immateriale, le analisi hanno avanzato diverse interpretazioni del fenomeno. Che partono tutte dalla medesima constatazione: il patriarcato non è né naturale né universale.
Storia e antropologia d’altronde illuminano un quadro molto diverso da quello che vorrebbero gli ancora frequenti stereotipi di genere. Da una parte, sappiamo che ascesa e diffusione del modello patriarcale non sono “dati”. Al contrario, si delineano in un momento storico, in un contesto geografico. All’incirca a 6.000 anni fa, nella regione della Mesopotamia. Dall’altra, l’esistenza di più di 160 società matrilineari in Africa, in Asia e nelle Americhe costituisce di per sé prova evidente che un’alternativa non solo è possibile. Ma già all’opera.
Guerra e patriarcato: un nesso inscindibile
Viene allora da chiedersi cosa porti il patriarcato, a un certo punto, ad allargare il suo perimetro di azione, a scapito delle società più egualitarie. Forniscono alcuni esempi gli studi di Heide Goettner-Abendroth, una delle più importanti voci sul tema. Nelle sue ricostruzioni, l’autrice tedesca mette a fuoco il filo conduttore di un sistema che, ovunque ha prosperato, lo ha fatto imponendosi con la legge della forza.
La regressione in senso patriarcale può avvenire in tanti modi diversi. Una causa endogena è rappresentata, per esempio, dal passaggio con cui una collettività decide di attribuire più potere alla componente maschile. Una situazione tipica di un imminente stato di conflitto. La causa esogena ha a che fare nuovamente con la violenza organizzata. Ma stavolta si tratta di una pretesa di dominio “imposta da fuori”. Ovvero con la conquista ad opera di un’altra comunità politica.
La guerra è quindi un elemento cardine nell’istituzione dei regimi patriarcali. Come afferma Carol Christ, il patriarcato «non può essere separato dalla guerra e dai re che prendono il potere sulla sua scia». Potere che, da militare, si fa anche economico. Ad aspettare i patriarchi che impugnano le armi, infatti, non ci sono solo i nemici. Ma anche i bottini che questi ultimi difendono. Le loro spoglie. Ricchezze da conservare e da trasmettere, insieme allo status che ne deriva.
Dal patriarcato alla guerra e ritorno
Se il patriarcato ha iniziato ad imporsi qualche millennio fa, la guerra nel frattempo non è passata di moda. Essa risulta tutt’oggi un’opzione credibile sullo scenario globale, legittimata come tale in una narrazione che mostra più di un legame diretto con l’oppressione maschile. Anche per questo, l’ideologia militarista e i suoi apparati hanno ricevuto una certa attenzione nella letteratura femminista.
Tra le studiose ad occuparsi del tema vi sono Cynthia Enloe e Colleen Burke. Le quali vedono nel militarismo un insieme di pratiche culturali e materiali volte a rafforzare gli stereotipi “bellicisti” della società. A partire dalla fede nella gerarchia e nell’obbedienza, dall’altro; nella forza in quanto principio ordinatore, dall’altro. Principi che concorrono a strutturare un immaginario collettivo in cui i ruoli di genere vengono rafforzati a danno della libertà e dell’uguaglianza. Lungi dall’essere relegati alla dimensione militare, infatti, i valori del militarismo si insinuano in ogni ambito. Da quello politico a quello economico, passando per il sociale.
Per cogliere le implicazioni effettive di questo spirito militarista, Yavuz Elveren e Valentine Moghadam hanno offerto un contributo molto innovativo in un campo in espansione. Oggetto di un loro studio recente è stato il rapporto tra militarizzazione (ovvero la spesa in armamenti e personale militare) e patriarcato. Concentrandosi su più di 100 Paesi sui diveri continenti, la ricerca mostra che a un passo avanti nella militarizzazione corrisponde un passo indietro nella spesa sociale. In parole povere, più armi significa molto spesso meno welfare. Uno sviluppo che comporta l’esacerbarsi delle disuguaglianze di genere.
Il patriarcato nella guerra perpetua
Patriarcato e stato di guerra sono pertanto due alleati inseparabili. Il loro rapporto tuttavia vive una contraddizione perpetua. Anzi, vive di questa contraddizione. Da una parte, il patriarca e i suoi vassalli promettono ordine. Dall’altra, però, hanno un bisogno di insicurezza per nutrire il suo consenso. Per questo deve costantemente ricreare il volto del pericolo. Tratteggiare i volti dei nemici contro cui abbattersi.
Si tratta di una tendenza che oggi si accompagna, spesso e volentieri, all’esplosione di nuove emergenze. Capita sempre più frequentemente infatti che le élite politiche invochino poteri straordinari per riportare alla normalità le crisi scoperte all’orizzonte. Un trend che hanno seguito tante società occidentali.
Dagli stupefacenti alla pandemia, passando per il terrorismo, la guerra è diventata una cornice narrativa quotidiana. Sia perché il suo imperversare si fa sempre più vicino. Sia perché alle sue logiche si riconducono questioni sociali che gli Stati non vogliono o non sanno più soddisfare in altri modi. Sulla scia della crisi, i patriarchi trovano sempre uno scalpo da alzare.
Fonti e approfondimenti
Beechey, V. (1979). On patriarchy. Feminist Review, 3(1), 66-82.
Christ, C. P. (2016). A new definition of patriarchy: Control of women’s sexuality, private property, and war. Feminist Theology, 24(3), 214-225.
Elveren, A. Y., & Moghadam, V. M. (2022). Militarization and gender inequality: Exploring the impact. Journal of Women, Politics & Policy, 43(4), 427-445.
Gilbert, C., Everett, J., & Nova, S. P. D. C. C. (2024). Patriarchy, capitalism, and accounting: A herstory. Critical Perspectives on Accounting, 99, 102733.
Goettner-Abendroth, H. 2023. Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa. Mimesis