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Le ombre fossili sulla “massima pressione” contro la Russia

gas russia

Il tempo della “massima pressione” contro la Russia è arrivato. Il rinnovo delle sanzioni europee contro il Cremlino, arrivato in questi giorni al 16esimo giro di boa, è solo parte di una strategia più ampia che vede l’Unione muoversi, almeno in parte, sullo stesso tracciato degli Stati Uniti. Più che il rinnovo, la prima vera notizia è proprio questa. 

Si tratta infatti di uno sviluppo tutt’altro che scontato a seguito del re-insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump. I rami alti della diplomazia europea dopo le sue ultime parole sembrano oggi tirare un sospiro di sollievo. In particolare, dal fatto che il presidente ha minacciato di colpire ancora più duramente la Russia sul fronte economico, se non dovesse porre fine alla guerra in Ucraina. 

Tuttavia, le ultime novità non raccontano soltanto di una rinnovata convergenza euro-statunitense. La situazione è molto più intricata, vedendo al centro del tavolo interessi anche contrapposti sul piano strategico. Che contemporaneamente riflettono la totale mancanza di prospettiva da ambo le parti. 

L’ombra dei fossili sulle sanzioni    

Se la stragrande maggioranza degli Stati europei non ha mai messo in discussione il rinnovo delle sanzioni, questo non vale per chi, in Vladimir Putin, vede tuttora un possibile (se non auspicabile) partner. Per affinità ideologica, per interessi economici oppure per entrambi. A guidare il ristretto fronte degli irriducibili c’è il Primo ministro ungherese, Viktor Orban. 

Per tutto il mese di gennaio, il leader di Fidesz ha minacciato di porre il veto sulla misura, che necessita di un consenso unanime dei Paesi membri per essere approvata. Uno schema classico per Orban, che fa dell’ostruzionismo lo strumento diplomatico per eccellenza dal 2022. La resistenza ungherese si spiega attraverso una molteplicità di fattori, ma uno dei più importanti è legato alle risorse fossili russe. La levata di scudi di Orban è arrivata dopo che, all’inizio dell’anno, l’Ucraina ha deciso di chiudere al transito del gas russo destinato ai Paesi europei. 

Invece di seguire l’inversione di rotta di altri governi del continente, l’Ungheria in questi anni ha continuato a importare fonti energetiche da Mosca in ampia quantità. Lungi dal voler cambiare serbatoi, alla mossa di Zelensky Orban ha risposto alzando la voce verso la Commissione europea, richiedendo maggiori garanzie sulla propria sicurezza energetica. 

La convergenza sulla “massima pressione”

Dopo giorni di discussione, Orban alla fine ha deciso di rimuovere il veto, consentendo così il rinnovo delle sanzioni in tempo utile rispetto alla scadenza fissata al 31 gennaio. Una piega degli eventi senza dubbio “favorita” dalle ultime dichiarazioni di Donald Trump, intenzionato ad adottare una linea dura nei confronti del Cremlino. 

Sappiamo che le sue parole sono sempre da pesare con la giusta bilancia ed è significativo che abbia escluso dal suo attacco retorico la flotta ombra con cui Putin aggira il blocco occidentale. Ma la fermezza con cui il neo rieletto presidente si è detto disposto a comminare sanzioni e dazi per porre fine alla guerra potrebbe in effetti avere colto di sorpresa il Primo ministro ungherese. Che a differenza dei vertici europei, sperava in una posizione ben diversa da parte della Casa Bianca. 

Per esempio, l’Alta rappresentante per gli Affari esteri Ue, Kaja Kallas, si rispecchia perfettamente nella politica di Washington. Da sempre promotrice di un maggior investimento in armamenti, Kallas ha avuto una prima conversazione telefonica con il Segretario di Stato degli Usa, Marco Rubio, sui dossier più caldi del momento. Tra questi ovviamente anche l’Ucraina, su cui secondo Euronews i due considerano la massima pressione «una necessità per muoversi verso una pace giusta e sostenibile». Insomma, sulle sanzioni convergenza piena. Dove la convergenza non si registra, però, è sul ruolo dei fossili in questo processo. 

Il Financial Times riporta che i funzionari europei starebbero considerando l’idea di utilizzare gli approvvigionamenti energetici come una leva per spingere la Russia verso la cessazione dell’offensiva. Da una parte, Putin potrebbe tornare a contare su una rilevante fonte di introiti con cui finanziare un’eventuale fase post economia di guerra. Dall’altra, il rilancio delle forniture potrebbe abbassare il prezzo dell’energia nel continente europeo. 

La divergenza oltre la “massima pressione”

Un’ipotesi che trova più di una sponda, non soltanto tra i governi più vicini a Mosca. ll quotidiano britannico rileva, oltre a quello della scontata Ungheria, anche il vivo interesse della Germania, che del resto prima dell’invasione su larga scala era il primo importatore europeo dei fossili russi. In compenso, non serve la palla di vetro per capire che non tutti sono entusiasti di questo approccio. Di certo, non lo sono gli Stati Uniti, che negli ultimi anni hanno fatto passi notevoli nella vendita di Gnl in Europa. 

Com’era lecito aspettarsi dal capo di un’oligarchia basata sugli affari, Trump ha iniziato a fare la voce del padrone ancor prima del suo ritorno ufficiale in carica. Era il 20 dicembre quando annunciava nuovi dazi contro l’Ue a meno di un aumento delle importazioni di gas e petrolio – che potrebbero oltretutto scontrarsi con una barriera normativa non indifferente. Ben consapevole che la Russia già oggi sta riguadagnando quote di mercato in Europa, proprio attraverso la vendita del gas liquefatto. La stessa chiusura degli oleodotti ucraini a gennaio, potrebbe essere vista come un tentativo, ad opera di Zelensky, di riavvicinare i suoi più solidi alleati in vista di tempi incerti. 

Se è presto per dire se si andrà nella direzione che auspicano Zelensky o Putin, l’Ue o gli Usa, è possibile però fare una, anzi due piccole previsioni. Il futuro dell’Ucraina sarà deciso anche sui fossili e, viste le premesse, questo minerà alla base ogni scommessa su un accordo davvero “pulito”.  

Fonti e approfondimenti

Foy, H., Hancock, A., Miller, C., “EU debates return to Russian gas as part of Ukraine peace deal”, Financial Times, 30/01/2025

Inotai, E., “Hungary Turns Itself into Hub for Russian Gas”, Balkan Insight, 11/12/2024

Johnson, K., “How Trump Could Put Tighter Screws on Moscow”, Foreign Policy, 29/01/2025 

Niranjan, A., “European imports of liquefied natural gas from Russia at ‘record levels’”, The Guardian, 9/01/2025

Vohra, A., “​​EU renews Russia sanctions, calls for unity against Trump”, DW, 01/27/2025

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