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Il prezzo della verità: lavorare per informare, pagare per l’aver informato

informare Giornata del lavoro

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Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato alla Giornata del lavoro. Per leggere il numero clicca qui. Per iscriverti alla newsletter clicca qui.

 

Il primo maggio del 1886, a Chicago (Stati Uniti), decine di migliaia di lavoratori parteciparono allo sciopero generale che vide milioni di persone lottare per quello che noi consideriamo normalità: la giornata lavorativa di otto ore (che specifichiamo essere eccessiva nel 2026). Come troppo spesso accade, le autorità non furono particolarmente ricettive e la risposta della politica furono ingenti schieramenti delle forze di polizia in tutto il Paese.

Nella città più popolosa dell’Illinois, Chicago appunto, dove la tradizione operaista era già ben radicata, le proteste non si limitarono a una singola manifestazione. Nei giorni successivi, gli operai che picchettarono davanti alla fabbrica McCormick e che occuparono Haymarket Square furono violentemente attaccati dalle forze di polizia che spararono sulla folla causando morti e feriti. Sebbene tale evento scaturisse da anni di periodiche proteste e dibattiti interni alla sfera pubblica (statunitense e non) sui diritti dei lavoratori, culminate nel 1889 con l’istituzione della Giornata dei lavoratori da parte della Seconda internazionale, il ruolo dei giornalisti passò in secondo piano.

Se è vero che la gran parte delle testate statunitensi era in qualche modo affiliata a partiti politici e imprenditori – distinguendosi quindi per l’approccio anti-operaista al racconto delle proteste -, altre avevano ben chiaro in mente qual è la funzione del giornalismo. 

Henry Demarest Lloyd, una delle firme più autorevoli del Chicago Tribune, diede ampio spazio alle recriminazioni degli operai, sottolineando come il benessere della nazione dipendesse anche dalle loro condizioni lavorative. George A. Schilling, immigrato e anarchico tedesco con la passione per l’informazione, infiammò le pagine della testata di lingua tedesca Arbeiter Zeitung con posizioni massimaliste che esaltarono il coraggio degli operai, in sciopero nonostante la violenza e le intimidazioni della polizia. Nessuno dei due, da quel momento, ebbe vita facile – sebbene entrambi abbiano proseguito con i loro lavori di denuncia.

Centoquarant’anni dopo, la guerra a bassa-media intensità tra giornalisti da una parte e Stati ed élite dall’altra prosegue

È una guerra che quando viene combattuta – per fortuna la divisione non è così netta – è un conflitto ad armi impari: i giornalisti difendono la verità grazie alle loro inchieste, i reportage, gli editoriali e tutto ciò che fa emergere la collusione tra il potere che dovrebbe rappresentare tutti e gli interessi economici di pochi. Gli Stati e le élite, invece, esercitano la loro forza delegittimando testate e giornalisti, interferendo a colpi di investimenti nelle linee editoriali e, nei casi più estremi, con la violenza più primordiale e brutale. 

Vi è un sottile filo rosso che collega il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump che rivolge pubblicamente insulti sessisti a una giornalista (si tratta di Katie Rogers del New York Times, rea di fare domande scomode) e la premier italiana Giorgia Meloni che “sbrocca in romanesco” in conferenza stampa alle legittime domande sul caso Nordio – Nicole Minetti. Così come vi è un legame tra i 280 giornalisti circa uccisi da Israele nelle sue operazioni genocidarie a Gaza (cifra stomachevole che potrebbe essere ben più alta) e i vari Giancarlo Siani (Il Mattino), Mario Francese (Il Giornale di Sicilia), Mauro Rostagno (Lotta Continua) e Peppino Impastato (Radio Aut), assassinati dalla mafia nel silenzio della politica perché non si facevano “i fatti loro” – la lista è purtroppo lunghissima. In mezzo vi sono i recenti tagli di fondi e ristrutturazioni d’organico di prestigiose testate come Vice, Wired e BBC.

La delegittimazione dei giornalisti che viene dalla politica è porta d’ingresso dei tagli che condizionano il lavoro d’informazione e lo consegnano a gruppi d’interesse, nella migliore delle ipotesi… perché nella peggiore si arriva alla deliberata aggressione, intimidazione e uccisione di chi vede nella ricerca della verità e nel racconto del sopruso una ragione di vita e un modo di essere. 

Eppure, in questa sporchissima guerra condotta contro l’informazione i giornalisti hanno l’alleato più forte e importante: il lettore

Il lettore è lo spauracchio di Stati ed élite perché il lettore che si informa non può essere ingannato né manipolato. Il lettore informato può organizzarsi con altri lettori informati e fare pressioni sulle autorità, boicottare aziende ed entità e alzare la voce davanti ai soprusi dei potenti. Il lettore informato, che sia tramite l’acquisto di quotidiani e riviste in edicola/online o l’ambizione di diventare anch’esso giornalista è in sé una forma di esistenza e resistenza che dà coraggio al giornalista e impedisce che l’informazione diventi una battaglia contro i mulini a vento.

In un mondo in cui i professionisti dell’informazione fanno fatica a ottenere contratti e paghe che rispecchino lo sforzo profuso, il lettore è ciò che incoraggia il giornalista a dedicarsi alle grandi inchieste – spesso pericolose per la sua incolumità – piuttosto che al gossip e alla mera ripubblicazione di dichiarazioni stampa di potenti e politici.

Spesso, infatti, una grande inchiesta parte dal lavoro di un giornalista indipendente che non si è fermato

Dove tanti altri avevano ricevuto l’ordine di non andare avanti. E il più delle volte l’indagine viene alla luce grazie a testate indipendenti o consorzi giornalistici, che non si preoccupano di toccare temi scottanti o infastidire qualche potente.

Ne è un esempio Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese che grazie al suo blog Running Commentary ha svelato al mondo la corruzione del governo dell’isola e il suo legame con società offshore, pagando con la vita. Oppure Anna Politkovskaja che – mentre i media di Stato russi ignoravano il secondo conflitto in Cecenia – ha diffuso notizie di torture e violazioni dei diritti umani, spesso denunciati su una testata indipendente, Novaja Gazeta. Critica anche del governo di Vladimir Putin e della repressione dei diritti umani, è stata uccisa nel 2006.

Lo statunitense Seymour Hersh, invece, vinse il premio Pulitzer per i suoi lavori, soprattutto in contesti di conflitto. Ma all’inizio, la sua inchiesta sul massacro di My Lai durante la guerra in Vietnam fu rifiutata da diverse grandi testate per poi essere accettata solo da una piccola agenzia stampa indipendente Dispatch News Service. E più recentemente, i Panama Papers sono frutto del lavoro dell’International Consortium of Investigative Journalists: 190 giornalisti da 65 Paesi diversi hanno lavorato per mesi sui documenti dell’inchiesta.

Il grosso dell’informazione attuale si fonda sul lavoro giornalistico indipendente, che sia quello di giornalisti freelance autonomi o riuniti in consorzi o quello di testate indipendenti. C’è infatti un qualcosa che unisce tutte queste forme di giornalismo: non hanno paura a esporsi e a dire le cose come stanno realmente. Non ricercano il clickbait, non dipendono da interessi industriali e bancari e non inseguono la notizia del momento. Lo sviluppo di contro-narrative, la diffusione di notizie scomode e la realizzazione di indagini approfondite sono elementi fondamentali e cardine per un mondo dell’informazione plurale, democratico e libero.

E sono proprio queste realtà ad assicurare il permanere questi spazi

Sono voci che si espongono, contribuendo alla costruzione di una coscienza critica nel lettore, e diffondono notizie accurate che, non essendo vincolate alle direttive di un editore, non presentano censure, toni velati o dettagli rimossi.

Ma dall’altro lato, il costo – in termini materiali e umani – è enorme. Nel corso di molti recenti conflitti – ad esempio, Ucraina e Yemen – la maggior parte delle notizie sono arrivate grazie al lavoro di giornalisti indipendenti e/o locali, che così facendo hanno garantito la circolazione di informazioni, ma al contempo hanno spesso pagato con la vita. Per tanti motivi. Un po’ per mancanza di protezione diretta, un po’ per i costi proibitivi del materiale (ad esempio, giubbotti antiproiettile ed elmetti) e della formazione (in particolare il corso Hefat – Hostile Environment and First Aid Training, che insegna come muoversi in un contesto di conflitto, dalle emergenze sanitarie, al comportamento ai checkpoint).

Infatti, secondo il Committee to Protect Journalists, nel 2025-2026, il 60% dei giornalisti uccisi in zone di conflitto non aveva una grande testata alle spalle: era indipendente o locale (in quest’ultimo caso si trattava sia di reporter che di fixer, ovvero giornalisti locali col compito di organizzare il viaggio, pianificare le interviste, tradurre e risolvere i problemi dei corrispondenti ufficiali, ma godendo di molte meno tutele). Ugualmente, il 90% dei giornalisti rapiti non poteva contare su una grande redazione, in grado di monitorare costantemente i loro spostamenti o assicurare protezione direttamente in loco.

Purtroppo, però, politici e guerrafondai di vario genere non sono gli unici nemici 

Dei giornalisti e di coloro che vorrebbero una circolazione libera e onesta delle informazioni. Gli utenti stessi possono mettere i bastoni tra le ruote, in particolare da quando il mondo del giornalismo ha iniziato a migrare dal formato cartaceo a quello online.

Nel 2015 Umberto Eco ha affermato che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel». Frase sibillina o esagerazione di un anziano diffidente verso le nuove tecnologie? Nel mondo dell’informazione, la diffusione dei social media e delle varie piattaforme online è stata un’arma a doppio taglio

Intermezzo con un piccolo aneddoto personale. Durante il percorso di laurea triennale, ho seguito un corso di islamistica e storia dei Paesi musulmani. Mentre studiavo per l’esame della suddetta materia, la mia migliore amica stava leggendo La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. A un certo punto della lettura mi chiese un chiarimento sul divorzio nella dottrina musulmana, perché c’era un punto del libro che proprio non riusciva a capire. Controlliamo insieme il brano in questione. In una pagina, la sedicente esperta di Islam affermava che un suo conoscente musulmano non poteva divorziare dalla moglie perché la religione glielo impediva. Nella pagina immediatamente successiva, la nostra fiorentina giramondo lodava un altro conoscente come buon musulmano perché divorziava ogni volta che si stancava della coniuge di turno. A titolo informativo, sì, l’Islam permette il divorzio. Per ulteriori analisi sulla qualità dei lavori di Fallaci, si consiglia vivamente di consultare Niente di personale, signora Fallaci di Stefano Allievi e naturalmente Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani.

Questa scenetta di vita vissuta non è però un semplice aneddoto personale. Serve per dimostrare come disinformazione, manipolazioni a fini ideologici e contenuti volutamente errati fossero una piaga diffusa nel mondo del giornalismo già da diverso tempo.

Tuttavia, Eco aveva ragione a temere che, con la diffusione di internet, certi problemi sarebbero peggiorati

Internet ha permesso a molti autori o aspiranti tali di creare a costi contenuti spazi virtuali sui quali esporre quei lavori che non sarebbero stati pubblicati altrove. In questo modo, si rompe il monopolio dell’informazione precedentemente detenuto dalla televisione e da un pugno di quotidiani. Ciò implica naturalmente una maggiore libertà di espressione, bypassando le restrizioni dei media “mainstream”, ma anche l’espansione del bacino di argomenti trattati, la moltiplicazione delle prospettive e la “popolarizzazione” di tematiche precedentemente note solo a pochi specialisti. Inoltre, giovani autori alle prime armi hanno a disposizione delle palestre virtuali nelle quali esercitarsi, ricevere feedback e “crescere” come professionisti. 

Tuttavia, nella realtà questa sorta di democratizzazione della creazione e fruizione dell’informazione tramite internet non si è rivelata un idillio in cui individui sempre ben intenzionati e competenti producono contenuti ponderati e utili per un pubblico che ripone la propria fiducia solo in autori affidabili.

Di fatto, siamo sprofondati in una vera e propria selva oscura di articoli farlocchi scritti da sedicenti esperti senza uno straccio di competenza

Accanto ad aspiranti giornalisti e divulgatori animati dalla passione e dall’interesse a diffondere informazione di qualità ci sono gli “imbecilli” profetizzati da Eco. Ma queste “legioni” della disinformazione online non sono formate solo da pittoreschi personaggi vagamente somiglianti ai Compagni di merende che inveiscono in modo sgrammaticato e incoerente contro il primo capro espiatorio che capita loro a tiro. Tra le loro fila ci sono anche individui capaci di porsi in maniera corretta, posata e convincente, magari persino in possesso di un livello di istruzione formale molto alto.  

I social media, per la loro stessa natura, non hanno fatto altro che amplificare oltre ogni misura questo problema. Facebook, Instagram, TikTok prosperano grazie a contenuti brevi che puntano tutto su shocking value, pity o rage baiting. In altre parole, l’obiettivo non è divulgare delle informazioni o sollecitare una riflessione: al contrario, tramite immagini o parole chiave scioccanti e fanfarone si punta a stupire, indignare o disgustare chi legge al fine di sollecitare interazioni (e quindi visualizzazioni). 

In questo caos, non ci sono molti strumenti a disposizione di coloro che vogliono fare informazione non mainstream di qualità. È possibile segnalare contenuti scorretti che incitano all’odio; è possibile scrivere pezzi “in risposta” a questi contenuti; è possibile fornire informazioni, fonti e prospettive alternative.

Ma alla fine dei conti, il vero potere per arginare la disinformazione e favorire il proliferare i contenuti di buon livello è nelle mani dei lettori

Gesti apparentemente banali come visualizzare un articolo, mettere “mi piace” a un post o ripubblicare, avviare un dibattito nei commenti, partecipare a un evento o a un crowdfunding hanno un grandissimo impatto per chi lavora nel mondo dell’informazione (o della disinformazione). L’attenzione del pubblico chiama altra attenzione (e perché no, qualche fondo da investire per migliorare il lavoro). 

Sta quindi a ciascuno di noi scegliere con cura a chi dedicare il nostro tempo, le nostre visualizzazioni e le nostre interazioni seguendo criteri come le competenze degli autori e la qualità dei contenuti, non in base a quanto un post con immagini generate con AI riesce a stupirci o scandalizzarci. 

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