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Kosovo: a pagare le conseguenze dello stallo istituzionale è la popolazione

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Fonte: Wikimedia Commons / Petrit Ibrahimi - CC-BY 2.0

Quaranta giorni per un nulla di fatto. L’ennesimo nella pazza crisi di governo che sta attanagliando la repubblica del Kosovo, che detiene il primato di Stato più giovane (e il secondo più povero) d’Europa. Il 28 aprile è scaduto il termine, fissato dalla Corte Costituzionale, per nominare un nuovo presidente della Repubblica, dopo la fine del mandato di Vjosa Osmani (esponente della Lega Democratica del Kosovo ed ex Guxo!). Il Paese, che già aveva passato tutto il 2025 senza un governo, tornerà alle elezioni il 7 giugno

Ma per Priština, i grattacapi non sono pochi: si passa dall’ingombrante vicino serbo che non riconosce la sua indipendenza all’altrettanto ingombrante figura di Albin Kurti, il padre padrone del Kosovo, poco incline al compromesso.

Un Kurti senza compromessi

All’origine della crisi c’è prima di tutto Albin Kurti, presidente dal 2020 e autore di una strategia massimalista che esclude il compromesso. Lo spiega bene Giorgio Fruscione, ricercatore dell’Ispi: «Penso che il Kosovo sia un caso unico: il premier ha più del 50% dei consensi e non riesce comunque a trovare una sponda parlamentare per arrivare ai due terzi dei voti per nominare un presidente della Repubblica». Ed effettivamente, la natura da “scommettitore” di Kurti è venuta fuori più volte nell’ultimo anno e mezzo.

Alle elezioni di febbraio 2025, il suo partito Vetëvendosje (movimento socialista di orientamento populista) aveva registrato perdite importanti: 48 seggi, 10 in meno rispetto a quelli del voto del 2021. Ciononostante, Kurti rimaneva comunque il deus ex machina della politica kosovara: poteva contare sul 42% dei voti e sul doppio dei seggi del Partito democratico del Kosovo, prima forza di opposizione. Ma Vetëvedosje ha sempre rifiutato mediazioni con i partiti di opposizione. Così, solo ad agosto è stato nominato uno speaker (presidente) del Parlamento, mossa propedeutica alla formazione del governo.

Sembrava l’antipasto della risoluzione di una crisi rapida. Si è invece trasformato in una lunga agonia che ha portato il Parlamento a chiamare le elezioni il 28 dicembre 2025 e ad approvare in fretta e furia un bilancio. Una scommessa che ha pagato: Kurti ha vinto con il 51% ed è tornato al governo. Ma, ad aprile 2026, è scaduto il mandato della presidente della Repubblica, Vjosa Osmani. E Vetëvendosje non vuole di nuovo trattare. 

Penso che questa crisi istituzionale sia il risultato della polarizzazione politica in Kosovo.

«Penso che questa crisi istituzionale sia il risultato della polarizzazione politica in Kosovo», dice Qemajl Marmullakaj, ricercatore del Kosovo law institute (Kli), ex segretario generale del ministero della Giustizia e fra i negoziatori-chiave degli accordi di Bruxelles per la normalizzazione delle relazioni fra Kosovo e Serbia nel 2013. «La Costituzione fornisce tempistiche e meccanismi abbastanza chiari per agire in uno spirito di consenso. Ma è mancata la volontà politica di farlo». Secondo lui, tutti sono responsabili dell’attuale caos istituzionale, ma Vetëvendosje lo è di più, essendo il partito di maggioranza. 

Il problema è anche comunicativo: «Kurti ha presentato la sua vittoria come un mandato per governare senza condividere il potere con gli altri. In questa cornice, il compromesso diventa un segno di debolezza politica, piuttosto che una necessità». Una scelta che però avrà conseguenze negative sul Kosovo, secondo Marmullakaj: «Le nuove elezioni impatteranno sulla credibilità del Paese nei confronti dei suoi alleati internazionali – soprattutto l’Unione europea, la Germania e la Francia – che hanno richiesto spesso a Priština maggiore stabilità, istituzioni più solide, riforme e dialogo con la Serbia». Esattamente il contrario delle politiche di Kurti, che ha spesso preferito lo scontro al dialogo.

Washington è lontana

L’elezione di Donald Trump ha avuto il suo peso, in questa crisi. Priština è uno degli alleati-chiave di Washington nella regione e dipende da Washington per la sua sicurezza militare ed economica. Ma Trump e Kurti sono poco compatibili

«Fin dal primo mandato, con le dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense Richard Grenell, si capiva che Trump mal sopportava Kurti, visto come un leader non abbastanza pragmatico, poco dialogante e poco in sintonia con gli Stati Uniti e i partner occidentali», spiega Fruscione. «Consideriamo che la democrazia kosovara dipende fortemente dalle potenze esterne ed è in uno stato di subordinazione. Aver scavalcato Washington con decisioni unilaterali ha lacerato il rapporto fra Kurti e gli Stati Uniti». 

Entrambi hanno le loro responsabilità. Kurti ha inasprito le tensioni con la comunità serba del Kosovo, con scontri e minacce. Trump ha ritirato fondi utili per Priština, come quelli forniti da Usaid (l’agenzia statunitense per la cooperazione allo sviluppo), e ha più volte teso la mano a Belgrado, il principale avversario del Kosovo. 

La “mossa” Board of peace

Rron Gjinovci, attivista e direttore dell’Organizzazione per il miglioramento della qualità dell’istruzione del Kosovo, non vede crisi. «La relazione con Washington non si è guastata. Guardate gli ultimi sviluppi: il Kosovo è stato invitato per il Board of Peace (BoP). Questo è un segnale di stabilità e allineamento politico». 

In effetti, per un piccolo Stato non riconosciuto dall’Onu e da cinque nazioni europee (Spagna, Romania, Cipro, Grecia e Slovacchia), l’ingresso nell’“Onu di Trump” è stata una mossa intelligente per ricucire i rapporti. Nel BoP sono stati invitati diversi Stati parte “dell’orbita trumpiana”: fra di essi ci sono Israele, Argentina, i Paesi del Golfo, la Turchia. Si tratta di un’organizzazione poco trasparente, il cui scopo è la creazione di un contingente di pace per stabilizzare la Striscia di Gaza. Una missione per la quale Priština si è già detta pronta, approfittandone per utilizzare l’organismo come vetrina internazionale. Ma resta un dubbio: dopo un periodo di “prova” di tre anni, l’accesso nell’organizzazione costa un miliardo di dollari, ovvero circa l’8% del Pil kosovaro. Come pagherà Priština?

«La questione economica è un’ulteriore conferma del valore limitato a livello temporale del BoP: non penso proprio che Priština possa permettersi di spendere un miliardo di dollari per entrare in questo gruppo elitistico», dice Fruscione. «Si tratta di una vetrina internazionale, sia per rilanciare il processo di riconoscimento internazionale di Priština che per ricucire il rapporto lacerato con gli Stati Uniti. Fra l’altro, Kurti lo ha presentato come un’occasione per il Kosovo per «condividere la sua esperienza nella risoluzione dei conflitti», mentre Osmani ha messo l’accento sul rapporto con Washington e ha affermato a gennaio che «nel nostro invito non è menzionato alcun obbligo di pagamento». 

Bisognerà capire se Donald Trump è dello stesso avviso e quanto il BoP possa sopravvivere a una caduta del presidente statunitense. Per il momento, Marmullakaj è scettico: «In Kosovo, non è chiaro quali siano gli obblighi finanziari a lungo termine, come verranno sostenuti questi contributi e quali saranno i benefici per Priština, al di là del riconoscimento diplomatico. Il Paese ha una spesa pubblica di 4 miliardi l’anno, spendere un miliardo per il BoP è irrealistico».

Gli effetti della crisi sul Kosovo

Due anni di vuoto di potere, hanno impattato anche sul funzionamento delle istituzioni e sulla popolazione. Marmullakaj ci spiega come tutto formalmente funzioni, ma la paralisi politica abbia in realtà bloccato il funzionamento degli uffici e la loro efficienza. E Priština ha perso tante opportunità: «L’inflazione è in aumento, così come i prezzi dell’energia e del cibo. Il governo ha potuto fare poco, così come per l’accesso a più di 800 milioni di euro del fondo europeo per la crescita e per attrarre investimenti».

L’inflazione è in aumento, così come i prezzi dell’energia e del cibo.

Malgrado non ci siano rischi di default e la fragile economia kosovara (11 miliardi di Pil nel 2024) sia in crescita del 4%, la popolazione è fortemente frustrata. Gli stipendi sono stabili, ma i prezzi aumentano. E i kosovari sanno bene quanto la loro situazione sia complicata: Ginoavci incolpa anche l’Albania, l’alleato storico di Priština: «Non ci aspettiamo supporto da Tirana, in caso di accesso all’Unione europea nel 2030. Addirittura, hanno votato le sanzioni contro di noi insieme ai serbi». 

E il pesante riarmo di Belgrado, unito alla presenza di tre villaggi a maggioranza etnica serba nel nord del Paese e alla retorica di “tornare in Kosovo”, mette a disagio un po’ tutti. Anche se la presenza delle forze Nato, per il momento, dovrebbe essere un deterrente sufficiente per evitare interventi diretti. «La nostra paura è la stagnazione continua. Questa potrebbe bloccare i grandi progressi che abbiamo fatto, soprattutto per la lotta alla corruzione. Che è poi una causa primaria per superare una serie di sfide sociali fondamentali, come l’aumento dell’emigrazione».

Elezioni: il compromesso al centro

A inizio maggio, Osmani ha annunciato la sua candidatura con il Partito democratico del Kosovo, la prima forza di opposizione a Kurti. La presidente era già stata candidata da loro nel 2019, perdendo. Poi, aveva deciso di uscire dal Partito per fondare il proprio movimento, Guxo!, necessario a Kurti per assicurarsi una maggioranza, ed era stata premiata con la presidenza.

Adesso, i rapporti con Kurti sembrano essersi guastati. «L’eredità di Osmani è diversa se si parla di interni o esteri. Internazionalmente, ha giocato un ruolo di equilibratrice in un momento in cui l’immagine del Kosovo presso i suoi alleati era in calo», dice Marmullakaj. «Ma a livello interno, è stata più volte accusata di essere troppo vicina a Kurti e al suo partito Vetëvendosje».

La nostra paura è la stagnazione continua. Questa potrebbe bloccare i grandi progressi che abbiamo fatto, soprattutto per la lotta alla corruzione.

Una parentesi che sembra chiusa: il 10 maggio, nell’accettare la candidatura, Osmani ha invitato gli elettori a una scelta fra «chi vuole mandare il Paese alle elezioni ogni tre mesi, governare tramite propaganda per il proprio tornaconto ed eliminare gli avversari politici» e «chi mette al primo posto il Kosovo rispetto al proprio partito e tiene alta la sua bandiera nei consessi internazionali».

Malgrado il suo peso specifico, difficilmente i risultati saranno troppo diversi da quelli delle elezioni precedenti: il consenso di Kurti è stabile ed è improbabile che scenderà sotto il 33% dei voti. «Il mio timore è che il giorno dopo le elezioni, il Kosovo entri in un’altra fase di blocco istituzionale. Il punto centrale è la volontà politica di collaborare fra le forze politiche su temi che richiedono per forza un compromesso, come l’elezione del presidente», dice Marmullakaj. Anche per questo, Fruscione non pensa che i toni saranno così accesi dopo il 7 giugno. «Se l’opposizione vincesse, non lo farebbe con un anti-Kurti. In questo contesto, il ruolo di Vjosa Osmani potrebbe essere quello di figura di compromesso fra maggioranza e opposizione per collaborare». 

In caso contrario, la strada è segnata secondo Marmullakaj «Si normalizzerebbe uno stile di governo che funziona tramite legislazione d’emergenza, elezioni continue, negoziati e dispute continue. Uno scenario incompatibile con istituzioni stabili e funzionanti». Gjinovci aggiunge che, in ogni caso, l’impatto sarà difficile da smaltire: «Spero in una soluzione alla crisi per l’autunno e istituzioni funzionanti a fine anno. Detto ciò, più di due anni di crisi istituzionale sono stati devastanti sia dal punto di vista politico che economico: non dimentichiamo che le elezioni hanno un costo».

 

Fonti

Commissione elettorale del Kosovo. “Acting President Haxhiu: Early elections for the Assembly of the Republic of Kosovo will be held on June 7th”.

Europe Western Balkans. “Osmani’s decree to dissolve parliament challenged before Constitutional Court”. 09 marzo 2026.

Isufi, Perparim. “Kosovo Elects Parliament Speaker, But Deadlock Continues”. BalkanInsight. 26 agosto 2025.

Kossev. “Once Allies, Now Rivals: Osmani Says She Raised Kosovo’s Flag on Global Forums, “They Can’t Even Do It at Home””. 

Reporteri.net. “Osmani accepts Trump’s invitation to the Peace Board: Kosovo’s participation does not include financial obligations”. 21 gennaio 2026.

Tela, Velona. Furlong, Ray. “Why The US Suspended A ‘Strategic Dialogue’ With Kosovo Before It Even Began”. Radio Free Europe. 16 settembre 2025.

World Bank. Gdp Kosovo.

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