Il protrarsi della violenza nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) fa sì che numerosi attori internazionali siano coinvolti nelle vicende del Paese. Il più delle volte, però, essi non sono in grado di svolgere un ruolo efficace. Si attirano piuttosto numerose critiche dal governo congolese e, soprattutto, dai cittadini della Rdc.
I passi falsi dell’Onu
Le Nazioni Unite sono nel Paese dal 2000 (prima con la Monuc e poi con la Monusco). In questi ventiquattro anni, la loro presenza è stata più criticata che apprezzata. Raramente, i peacekeeper hanno infatti realizzato il loro compito: proteggere i civili. In molti casi, sono giunti troppo tardi per impedire i massacri. In altri, sono rimasti a guardare.
Anche la creazione della Brigata d’intervento – un corpo speciale autorizzato a combattere i gruppi armati – non ha sancito particolari cambiamenti. I ribelli continuano a operare e, addirittura, con il tempo, sono nati nuovi raggruppamenti, mentre vecchi movimenti sono tornati in attività.
Il malcontento della popolazione congolese nei confronti della Monusco è forte: la missione è considerata un attore inutile perché immobile. Soprattutto a Goma, capitale del Nord Kivu (la provincia più duramente colpita dalla violenza), i caschi blu sono frequentemente oggetto di proteste che negli ultimi anni sono arrivate a chiederne il ritiro.
Contro la Monusco
Proprio a Goma è particolarmente visibile il contrasto tra il mondo delle Nazioni Unite e la realtà quotidiana dei congolesi. Mentre i civili faticano sempre più a sopravvivere a causa dell’avanzata e delle violenze dei gruppi armati, i caschi blu affollano ristoranti e nightclub.
Lo stile di vita confortevole che, nonostante tutto, conducono i rappresentanti Onu crea una profonda distanza con la popolazione locale. Tant’è che essa ritiene che i caschi blu si preoccupino più del proprio interesse che di fare tutto il possibile per raggiungere la pace e proteggere i civili.
Ad aggravare ulteriormente la posizione degli operatori contribuiscono le frequenti accuse di abusi e violenze sessuali nei confronti dei civili. Oltre al fatto che a Goma nel 2022, durante alcune proteste contro la Monusco, i peacekeeper stessi abbiano aperto il fuoco sui manifestanti.
I mezzi e le risorse a disposizione della missione sono notevoli. Tali da aver creato tra i congolesi la percezione che le Nazioni Unite abbiano tutte le possibilità per intervenire in modo risoluto. Se non lo fanno, è perché non vogliono realmente farlo.
L’Occidente nel mirino
Le proteste che stanno attraversando numerose città congolesi hanno però un bersaglio più ampio: il mondo occidentale. Molti cittadini si sono riuniti sotto agli edifici delle Nazioni Unite e fuori dalle ambasciate di Regno Unito e Francia. Altri, per le strade di Kinshasa e Goma, hanno bruciato le bandiere di Stati Uniti e Belgio (l’ex colonizzatore).
L’ondata di manifestazioni è iniziata nell’estate del 2022 ed è stata scatenata dalla violenta avanzata del Movimento del 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda. Il supporto logistico e militare che Kigali ha fornito ai ribelli e la presenza illegale dei militari ruandesi nella Rdc sono stati denunciati in numerosi report. Nonostante ciò, l’Occidente, a lungo, non ha reagito di fronte alla politica aggressiva di Paul Kagame e alle sue interferenze nel Paese vicino.
Tra i congolesi si è diffuso un senso di disincanto. Ha preso piede una nuova consapevolezza su Unione europea (Ue) e Stati Uniti. Questi preferiscono mantenere buoni rapporti con il Ruanda – dal 1994 stretto alleato dell’Occidente – piuttosto che denunciarne la complicità con l’M23 e la presenza illegale nella Rdc.
La complicità europea
Solo recentemente alcuni Paesi si sono mossi. Le violenze che hanno portato il movimento ribelle a pochi chilometri da Goma sono state talmente forti che la comunità internazionale non ha potuto ignorarle. Ma per ora i diplomatici occidentali si sono comunque limitati alle parole, chiedendo il ritiro dei militari ruandesi e condannando le ostilità.
Azioni concrete non si sono viste. Anzi, alcuni legami si sono rafforzati. Mentre l’M23 e i militari ruandesi erano a pochi chilometri da Goma, l’Ue ha siglato con Kigali un accordo per lo sviluppo della catena produttiva ruandese di minerali critici. Risorse che, in realtà, sono in larga parte contrabbandate in Ruanda dai movimenti armati o saccheggiate dai militari di Kigali nella Rdc.
Diverse organizzazioni internazionali avevano denunciato i flussi illegali di minerali. Ma per l’Ue ottenere queste risorse (essenziali per la transizione ecologica) è fondamentale. E, a quanto pare, lo è ancor di più che denunciarne l’accaparramento ruandese e la sistematica interferenza politico-militare di Kigali nella Rdc. Anche a costo di incentivare la prosecuzione della violenza.
Proteste censurate
All’inizio del 2024, le tensioni tra Rdc e mondo occidentale hanno toccato anche lo sport. Un’ondata di sdegno si è levata nel Paese africano dopo la decisione del canale televisivo francese Canal+ di censurare la protesta dei calciatori congolesi contro la guerra durante la semifinale dell’ultima Coppa d’Africa.
Coprendosi la bocca con una mano e mimando una pistola puntata alla tempia con l’altra, i giocatori della nazionale hanno denunciato il silenzio internazionale intorno a un conflitto che si protrae ormai da tre decenni. L’Occidente, messo di fronte a questa denuncia, ancora una volta ha tentato di nascondere una guerra scomoda, piuttosto che preoccuparsene.
Fonti e approfondimenti
Al Jazeera, “Congolese protest against West, Rwanda in eastern city of Goma”, 20 febbraio 2024.
Fraulin, Georgia, Lee, Sabine, Lusamba, Sandrine, Bartels, Susan A. “It was with my consent since he was providing me with money”: a mixed methods study of adolescent perspectives on peacekeeper-perpetrated sexual exploitation and abuse in the Democratic Republic of Congo. Conflict and Health 15, 80 (2021).
Ilunga, Patrick, “DR Congo protest ‘censorship’ during Afcon semi-final”, The Nation, 10 febbraio 2024.
Kniknie, Sam, “‘A playground for colonial forces’: Unpacking the anti-UN protests in DR Congo”, The New Humanitarian, 23 agosto 2022.
Titeca, Kristof, “DRC protests: expert explains why Congolese anger against the west is justified – and useful to the government”, The Conversation, 19 febbraio 2024.