Francesca Moriero e Zalib
“Noi libanesi abbiamo un rapporto di amore e odio con la nostra terra, vogliamo molto bene al Libano, ma in Libano non c’è più niente: non ci sono più opportunità di lavoro, la situazione economica è pessima. Tutti prima o poi lasciamo questo Paese, e lo facciamo con dolore”, racconta Tala Al Harakeh, traduttrice libanese e attivista.
La incontriamo in un locale nel centro di Beirut, l’Aaliya’s Bar, una piccola libreria indipendente che ogni giorno organizza al suo interno eventi culturali e musicali.
Mentre sorseggia il suo tè, Tala ci racconta della debilitante crisi economica e finanziaria che attanaglia il Paese dal 2019.
“La sterlina è crollata a meno del 10% del suo valore prima della crisi, i risparmi sono scomparsi sia in termini di tassi di cambio che di depositi effettivi. Le banche hanno annunciato di non avere liquidità da erogare. E sempre più persone si preoccupano semplicemente di sopravvivere”.
Circa l’80% della popolazione libanese oggi vive al di sotto della soglia di povertà e il 36% al di sotto della soglia di povertà estrema, vivendo con meno di 2,15 dollari al giorno.
Questo significa che la maggior parte delle persone nel Paese è esposta a insicurezza alimentare. È inoltre incapace di ottenere medicinali, quindi non può curarsi. Con una cattiva gestione del settore elettrico per decenni, le autorità libanesi hanno poi eliminato totalmente il diritto all’elettricità, che Human Rights Watch ha ritenuto essenziale per mantenere un adeguato tenore di vita.
I rifugiati palestinesi
“C’è poi un altro enorme problema, in Libano. Qui una persona su quattro è un rifugiato. Circa 1,5 milioni proviene dalla Siria, 250.000 sono invece i rifugiati di origine palestinese”, racconta Tala.
I rifugiati palestinesi arrivarono in Libano dopo il 1948 con il primo conflitto arabo-israeliano. Altri continuarono ad arrivare nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni, altri ancora dopo il settembre nero, nel 1970, creando una tra le più grosse comunità palestinesi.
Il Paese dei Cedri ospita al momento 12 campi profughi per i rifugiati palestinesi: Ain al-Hilweh, Rashidieh, Burj al-Shemali, Nahr al-Bared, Burj el-Barajneh, Shatila, Beddawi, Bass, Wavel, Meh Mieh, Dbayeh, Mar Elias.
Ain al-Hilweh è il campo più popoloso del Libano, ospita più di 60mila persone, ed è regolarmente teatro di scontri tra fazioni rivali.
A differenza di altri campi profughi, Ain al-Hilweh funge da rifugio per molte fazioni palestinesi armate. Con alleanze che cambiano col tempo e talvolta interessi in competizione.
Il campo di Shatila si trova nella parte Sud-occidentale di Beirut, vicino al quartiere di Sabra, costruito ufficialmente nel 1949 per accogliere i profughi palestinesi cacciati dalle proprie terre, occupate dall’esercito israeliano.
Nella periferia sud di Beirut c’è invece il campo di Burj El Barajneh, costruito nel 1948 e situato vicino all’Aeroporto Internazionale.
“In Libano i rifugiati palestinesi non godono di alcun diritto fondamentale. Non hanno diritto di lavoro, di proprietà, insomma non possono fare niente. Posseggono solo un documento, una sorta di carta di identità in cui vi è scritto sopra: “rifugiato palestinese residente in Libano”.
La guerra in Libano
Per questa fetta della popolazione, la sopravvivenza è garantita dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite accusata ingiustamente da Israele di essere legata ad Hamas e a piccole realtà indipendenti sul campo.
Queste accuse hanno inizialmente portato 18 stati a sospendere i finanziamenti, causando all’Agenzia perdite per circa 450 milioni di dollari. Solo in seguito, molti Paesi hanno deciso di ripristinare la loro collaborazione.
“Iniziamo a sentire la guerra anche qui, all’inizio non credevamo che si sarebbe dilagata così velocemente”, dice ancora Tala. L’offensiva israeliana nei Territori palestinesi ha visto infatti il conseguente scoppio di una guerra sul fronte libanese.
Benyamin Netanyahu guarda oggi al nord e, nel giro di pochi giorni, potrebbe ordinare alle proprie forze armate di invadere il Libano. Così da spingere i combattenti di Hezbollah lontano dal confine.
“Il sud viene bombardato da tempo e centomila libanesi sono stati costretti fin da subito ad abbandonare le proprie case per spostarsi al centro. Alcune persone hanno aderito a una campagna online “non affittate case alla gente del sud – voi non siete i benvenuti a Beirut”.
La crisi irrisolta
Salutiamo Tala e ci dirigiamo verso l’ex quartiere industriale di mar Mikhael. Qui incontriamo Michel Helou, politico del National Bloc, il partito liberale di centro sinistra libanese. Lo facciamo nella sua sede, un piccolo edificio dalle pareti azzurro cielo.
“Vedo l’umiliazione che i libanesi devono affrontare ogni giorno, ed è terribile” ci racconta Helou. “Se sei giovane vivrai nella povertà assoluta, senza prospettive di futuro, di avvenire. Ogni libanese sa che dopo i diciott’anni dovrà lasciare il Paese, per lavorare e mandare i propri guadagni ai genitori. La situazione è molto complessa”.
Con la rivoluzione del 17 ottobre 2019, dopo le proteste antigovernative che hanno visto centinaia di migliaia di libanesi scendere in piazza contro la crisi finanziaria e la corruzione del governo, un numero crescente di persone ha iniziato a lasciare il Libano, raggiungendo i 17.720 migranti all’inizio del 2020.
“Più di 60mila persone hanno lasciato il Paese dopo l’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020. A questo tragico evento vanno aggiunte le successive crisi economiche, la disoccupazione, povertà e fame, la svalutazione della sterlina libanese e il crollo della situazione politica. Inoltre c’è un problema anche a livello di istruzione: le scuole pubbliche non pagano i salari ai professori, gli studenti non hanno più corsi, manca il materiale scolastico, i libri”, conclude Helou.
I genitori sono costretti a scegliere così tra vendere gli ultimi averi rimasti per garantire un’istruzione dignitosa ai propri figli, spesso con la scelta di una scuola privata, o sacrificare il loro futuro e mandarli a lavorare per pochi soldi al mese. A pagare le conseguenze maggiori sono quindi giovani e giovanissimi.
“Se hai uno strappo sui vestiti e ci metti una toppa sopra, lo strappo lo nascondi e basta. La nostra politica è così. Quando hai un problema, metti sopra una toppa”, racconta sorseggiando un caffe caldo Mohammad Serhan, attivista politico, membro del National Bloc.
“Non hai abbastanza acqua? Qualche privato te la porterà. Non hai elettricità? Qualcuno te la farà ottenere. Funziona così. Il giorno dopo nessuno ricorderà il problema del giorno prima e cercheremo tutti di andare avanti. Questo è ciò che abbiamo imparato dal trauma collettivo, dalla memoria collettiva che il nostro popolo ha. Dobbiamo essere resilienti” aggiunge Serhan e conclude: “È così che le persone vivono qui in Libano”.
Questo articolo fa parte di Voci dal Libano, progetto nato dalla collaborazione tra Lo Spiegone e Zalib che si pone l’obiettivo di raccontare in prima linea tutte le sfaccettature di un Paese che oggi attraversa multiple crisi, esacerbate dal conflitto mediorientale.