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COP29 in Azerbaijan, tra dissenso, peacewashing e crisi climatica

cop29 baku

Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Fino al 22 novembre Baku ospita la 29° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. La capitale azera nei mesi scorsi si è preparata a un evento cruciale per il percorso verso l’uscita progressiva dalle fonti fossili iniziato con la COP28 di Dubai. In questa nuova occasione il cammino verso l’ambizioso obiettivo prosegue con la presentazione dei piani nazionali di riduzione delle emissioni. A Baku in particolare si discute principalmente di finanza, per definire il “nuovo obiettivo collettivo quantificato per il clima” (New Collective Quantified Goal on Climate Finance – NCQG).

I numerosi conflitti in corso, tuttavia, minano il buon esito del summit. In vista della Conferenza, il Paese ospitante ha lanciato un appello per un cessate il fuoco collettivo durante il mese di svolgimento della COP29. Appello poi firmato da centinaia di Paesi ed enti partecipanti. La dichiarazione però non convince del tutto e molti sono gli scettici che accusano l’Azerbaijan di ipocrisia e di voler distogliere l’attenzione dai propri affari interni. L’accusa di peacewashing si accompagna inoltre alla repressione del dissenso che ha messo in atto negli scorsi mesi il Paese più grande del Caucaso. Criticità che sollevano ben più di un interrogativo sul significato e le vere conseguenze del forum.

Le sfide della COP29 in Azerbaijan

La richiesta azera prevede la sospensione dei conflitti armati durante le due settimane dei lavori e nelle settimane immediatamente precedente e successiva. Nella volontà degli organizzatori, la COP29 vuole essere “di pace”. Con la speranza che la cooperazione sui temi ambientali possa allentare le tensioni globali e consentire un’azione congiunta ed efficace per il futuro del Pianeta. 

La crisi climatica potrebbe infatti generare ulteriori tensioni e urgenze umanitarie, dovute a scarsità di cibo e acqua, carenze abitative e aumento di migranti climatici. Allo stesso tempo, i conflitti causano inquinamento, incrementando l’emissione di gas serra e deteriorando la qualità di terreno, acqua e aria. La devastazione degli ecosistemi che ne consegue influisce sul clima e sulla disponibilità di risorse, rendendo vani gli sforzi. 

Sulla carta, l’intento è condivisibile e ha portato alla sottoscrizione da parte di un elevato numero di partecipanti. Anche se la lista effettiva sarà resa pubblica solo il 15 novembre, in occasione della speciale “giornata della pace” prevista all’interno della Conferenza.

Sono però molti i detrattori dell’iniziativa, che viene vista come mero esercizio comunicativo. L’appello risulterebbe infatti generico e non vincolante. Ai partecipanti si chiede di aderire senza che questo comporti la messa in campo azioni reali per la risoluzione dei conflitti che li vedono protagonisti. La tregua sarebbe temporanea e non risolutiva, andando solamente a spostare il problema nel tempo. 

COP29 tra dissenso e peacewashing

Il fatto che la richiesta provenga dall’Azerbaijan gioca poi a svantaggio dell’adesione. Il Paese, pur presentandosi come promotore della cultura di pace, non spicca per il rispetto dei diritti umani, specialmente nell’ultimo anno. Già in seguito alle elezioni di febbraio si è registrato un aumento della repressione al dissenso. Numerosi attivisti, tra cui in particolare quelli per la causa climatica, sono finiti nel mirino delle forze dell’ordine, vittime di arresti o processi sommari. Secondo locali centri di monitoraggio dei diritti umani, sarebbero circa 300 i prigionieri politici attualmente detenuti

Anche i giornalisti affollano le carceri azere, con una quindicina di arresti solo nell’ultimo anno secondo RSF. Mentre l’azienda di comunicazione incaricata di gestire l’immagine del Paese in vista della COP29, Teneo, non bada a spese per invitare reporter e rappresentanti istituzionali esteri a testare il meglio dell’ospitalità azera. E fornire resoconti entusiastici a favore dell’organizzatore della Conferenza.

Questa mossa ha portato l’Azerbaijan a essere accusato di peacewashing. Ovvero di un’azione di marketing politico che, sfruttando la COP29, intende distogliere l’attenzione dal proprio operato. 

La COP29 nell’equilibrismo dell’Azerbaijan 

Tra le accuse rivolte a Baku c’è anche la volontà di passare sotto silenzio il conflitto con la vicina Armenia, che da oltre trent’anni esaspera la regione con accuse reciproche di pulizia etnica. 

Solo un anno fa si è arrivati a una tregua nelle dispute territoriali, in seguito all’occupazione azera del Nagorno-Karabakh che ha comportato l’allontanamento di centinaia di migliaia di armeni etnici dalla regione, dopo un assedio durato quasi un anno. Ma il contenzioso tra i due Stati rimane irrisolto. Anche l’eco del conflitto ha avuto conseguenze a livello globale. Per esempio nelle proteste in Nuova Caledonia, dove le autorità azere si sono schierate dalla parte della comunità kanaki in rivolta contro Parigi. 

L’occasione della Conferenza abbassa notevolmente il rischio di una nuova escalation nei rapporti tra i due Paesi, ma la situazione resta tesa e incerta, allontanando eventuali investitori. La COP29 rappresenta dunque per l’Azerbaijan una fondamentale occasione per rilanciare la propria credibilità internazionale. Stringendo nuovi accordi e facendo rete anche con altri Stati per ristabilire la propria supremazia nell’area.

COP29 in Azerbaijan: i conflitti irrisolti 

Secondo gli attivisti e i contestatori, per dare veramente l’esempio e richiedere collaborazione internazionale il governo azero dovrebbe liberare i prigionieri politici e impegnarsi seriamente a decarbonizzare la propria economia. Economia basata principalmente sull’esportazione dei combustibili fossili. 

Oltre a non rappresentare una garanzia per la tutela dei diritti umani, quello di Baku è un profilo tutt’altro che positivo per il contrasto al cambiamento climatico. Nonostante includa numerose iniziative per ridurre le emissioni di biogas e promuovere l’utilizzo di idrogeno come carburante green, il programma dell’Azerbaijan per la COP29 infatti non fa riferimento all’impegno della COP28 per la transizione graduale dai combustibili fossili.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina e l’imposizione delle sanzioni UE alla Russia il gas azero ha del resto assunto importanza fondamentale nello scambio con l’UE. Il Paese, che in passato è stato sospettato di aver fatto da transito per gas proveniente proprio dalla Russia, punta a diventarne il principale esportatore. Tale conflitto d’interessi fa storcere il naso a chi vede nella Conferenza un’occasione per affrontare e superare l’impatto che le guerre hanno sulla crisi climatica. Una coalizione di 30 organizzazioni della società civile ha riunito queste critiche sotto il banner Peace@Cop, nel tentativo di promuovere un approccio alla politica climatica vincolato all’impegno per la pace. 

Il settore energetico è del resto elemento strategico e destabilizzante nello scenario internazionale. La stessa Europa (e in primis l’Italia), che spinge per la riduzione della dipendenza da olio e gas dell’Azerbaijan, dal 2022 ha stretto sempre più i rapporti col Paese per assicurarsi una fornitura altrimenti assente. I lavori della Conferenza appaiono ancora più complessi alla luce di queste premesse.

Dissenso e peacewashing oltre la COP29 

Le discussioni avvenute durante la COP28 negli Emirati Arabi Uniti erano culminate in una dichiarazione dettagliata, nella quale oltre 100 governi, Ong ed enti pubblici e privati avevano assicurato il proprio impegno ad aumentare l’azione per il clima sulla base delle specificità locali. Portando anche maggiori investimenti nelle regioni colpite da guerre o crisi umanitarie. Uno tra gli sviluppi che, nelle tante ombre del forum, ha lasciato intravedere qualche spiraglio di luce nella comunità scientifica.  

La COP29 a Baku si è aperta con grandi criticità. Dall’organizzazione in un Paese non democratico alla timidezza nell’intraprendere la strada della decarbonizzazione. Insieme a un cessate il fuoco temporaneo, senza impegno aggiuntivo su tutti i fronti, compreso quello climatico. Che non può andare ad affrontare le radici stesse del problema senza la collaborazione di tutte le parti, inclusa la società civile attualmente posta sotto silenzio in Azerbaijan. 

Resta da vedere se l’iniziativa “di pace”, già boicottata da diversi Paesi ed istituzioni europee, porterà a un effettivo passo avanti nell’azione collettiva. Se c’è una buona notizia è che la spinta dal basso in questa direzione forse non è mai stata così forte. E anche i governi più dispotici faranno molta fatica a silenziarla. 

Fonti e Approfondimenti

Cleveland-Stout, N. “How Azerbaijan is ‘peacewashing’ its image ahead of COP 29Responsible Statecraft, 6/10/2024

Cheterian, V., “Crisis to Watch 2024: Armenia-Azerbaijan”, ISPI, 21/12/2023 

Harvey, F., “Azerbaijan accused of hypocrisy after calling for Cop29 global truce”, The Guardian, 17/09/2024

ProtectDefenders. 11/2024. Azerbaijan – Unprecedented repression against civil society in the aftermath of national elections and ahead of COP29

International Federation for Human Rights, “Azerbaijan: Civil society demands attention to human rights and climate justice ahead of COP29”, 11/09/2024

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