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Il processo di pace parte dal Parlamento | Intervista a Gülistan Kılıç Koçyiğit (DEM)

kurdistan parlamento

Dopo essere stati in Iraq per parlare degli ultimi sviluppi della questione curda con Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle comunità del Kurdistan (KCK) ed esponente del PKK, abbiamo deciso – al fine di avere anche una voce legalista inquadrata in un contesto democratico – di spostarci in Turchia e intervistare Gülistan Kılıç Koçyiğit, deputata e vicepresidente del gruppo parlamentare del DEM Partisi (sinistra radicale), curda di nazionalità turca eletta rappresentante di Kars (città della Turchia orientale) nelle elezioni amministrative del 2023.  

Il 29 dicembre, una delegazione del Partito Democratico composta da Sırrı Süreyya Önder e Pervin Buldan ha ricevuto il permesso di visitare il carcere di İmralı e di incontrare Abdullah Öcalan, il fondatore del PKK, detenuto in un carcere di massima sicurezza – in isolamento – da oltre 25 anni. Prima di parlare di politica, è importante parlare del lato umano della questione. In che condizioni era Öcalan? Quali sono state le impressioni di Sırrı Süreyya Önder e Pervin Buldan dopo l’incontro?

Sì, la nostra delegazione ha annunciato al pubblico che era in buone condizioni di salute e di morale. Naturalmente, il fatto che sia in buona salute non cancella tutte le ingiustizie subite da Öcalan. Nel suo precedente messaggio, egli stesso ha affermato che l’isolamento continua. In questo senso, devo limitarmi a dire che è inaccettabile che egli sia attualmente tenuto in questa condizione, che sia detenuto in un’isola-prigione, che non si possano tenere incontri con i familiari-avvocati. In questo senso, voglio sottolineare che l’isolamento è di per sé un problema di salute, visto cosa comporta a livello fisico e mentale.

Si è trattato certamente di un evento storico, interpretato da molti come un’apertura dello Stato turco alla ricerca di una soluzione comune e politica alla questione curda – dopo la proposta di Devlet Bahçeli (leader dell’MHP) di ottobre di invitare Öcalan in Parlamento. Tuttavia, non è la prima volta che si aprono spiragli simili. Nel 2013, ad esempio, a Öcalan fu concesso di parlare pubblicamente per riavviare il processo di pace. Nonostante l’ottimismo, il processo si è poi arenato e la repressione del governo contro le minoranze, l’opposizione e i curdi è aumentata. Come si sente ora, c’è fiducia nell’AKP/MHP?

Ad essere onesti, al momento non ci sono passi compiuti dall’AKP e dall’MHP, o dal governo in generale, per costruire un rapporto di fiducia con noi. In questo senso, quando sono iniziate le discussioni il 1° ottobre, abbiamo ribadito una cosa ben precisa, e l’abbiamo ribadita spesso: in realtà, questi discorsi devono essere sostenuti da passi pratici e di costruzione della fiducia reciproca. Ogni passo avrebbe dovuto aumentare la fiducia. Ma già ora, soprattutto con la nomina di fiduciari nella nostra ultima municipalità di Akdeniz (distretto elettorale dove il governo ha rimosso i rappresentanti eletti del DEM Partisi con accuse mai provate di corruzione, sostituendoli con propri rappresentanti), il governo ha assunto una posizione che approfondisce la crisi di fiducia. Anziché andare nella direzione opposta. 

Sebbene i messaggi dello Stato turco siano diretti al PKK, molti vedono il partito DEM come un attore chiave nella situazione attuale e un possibile mediatore tra Ankara e Qandil. Come sta lavorando DEM a questa nuova iniziativa? Limitate i vostri sforzi all’interno dei confini nazionali della Turchia o potete esercitare una certa influenza anche al di là dei confini nazionali?

In realtà guardiamo al processo da un punto di vista che crede nella pace e nella lotta per la pace, e ci battiamo per la pace e la soluzione democratica del problema curdo. Ma al momento non abbiamo un’idea chiara se il governo voglia o meno risolvere questo problema, con noi o con il PKK. 

Pochi giorni dopo l’invito di Bahçeli c’è stato un attacco al complesso militare-industriale vicino ad Ankara da parte di membri del PKK in Turchia. Sebbene il PKK stesso abbia riferito che a condurre l’attacco è stata una cellula indipendente senza l’approvazione della leadership, questa azione rappresenta un ostacolo politico non da poco e rappresenta la complessità del movimento curdo in tutte le sue ali. C’è il rischio che le ali più estreme e indipendenti possano sabotare il processo di pace?

Ovviamente non sono in grado di rispondere alle domande a nome del PKK, ma posso parlare come rappresentante di un partito posizionato nello spettro della politica democratica e come parlamentare. Naturalmente, sappiamo dagli esempi storici che tali azioni sono comuni anche nei processi in cui si discute di una soluzione, se non si è ancora raggiunto un cessate il fuoco. In questo senso, forse oggi è urgente mettere in atto meccanismi che eliminino la spirale del conflitto e della violenza, sulla base dell’esperienza di Öcalan. È necessario creare le condizioni per farlo. 

Permettetemi inoltre di affermare che abbiamo fornito una piena e chiara dichiarazione di volontà in termini di soluzione della questione, che anche il popolo curdo vuole la pace, che anche l’HDP vuole la pace e che anche il signor Öcalan ha espresso la sua volontà a favore di una soluzione politica e della pace. Per quanto possiamo vedere e monitorare, sia il PKK che la KCK (Unione delle Comunità Curde) hanno rilasciato dichiarazioni che sostengono la volontà di Öcalan per una soluzione e la pace. Non abbiamo informazioni contrarie, almeno non sono state rese pubbliche. 

La possibilità di avviare un processo di pace coincide con un momento particolare nella regione, con la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria e una nuova offensiva dell’SNA (armato e guidato dalla Turchia) in Rojava. In che modo il conflitto armato nel nord-est della Siria può influenzare il dialogo politico in Turchia? Come interpreta l’indecisione della Turchia (che da un lato cerca di riaprire il processo politico e dall’altro attacca il Rojava)?

Si tratta di un paradosso, mettiamola così. È chiaro che le azioni della Turchia e dei suoi alleati ostili alla popolazione curda siriana hanno un impatto negativo sulla nostra percezione delle reali intenzioni del governo, così come sul processo in sé. Ma noi nel frattempo portiamo avanti le discussioni per una soluzione pacifica. Abbiamo detto fin dal primo giorno che né l’HDP né il popolo curdo accettano un doppio approccio. In altre parole, non possiamo accettare iniziative militari o attacchi di bande armate contro la Siria nord-orientale né ignorare la minaccia all’esistenza dei curdi in Siria mentre discutiamo di soluzioni e pace.

Pensiamo che il processo debba essere portato avanti in una prospettiva che rispetti i diritti collettivi dei curdi, in particolare il diritto alla vita, anche per i curdi che vivono in Paesi diversi. La Turchia deve smettere di percepire i curdi come una minaccia nel Paese e negli Stati confinanti, e magari iniziare a impegnarsi nel dialogo con tutti i curdi, con i loro rappresentanti, anche quelli della Siria nordorientale, proprio come ha dialogato con l’HTS. Purtroppo, al momento, sembra che l’approccio di Ankara non solo non favorisca la pace ma vada nella direzione opposta.

I Paesi occidentali hanno sempre avuto un ruolo nella questione curda, sostenendo i movimenti, tradendoli (come nel caso dell’arresto di Öcalan) o sostenendoli militarmente (anche in questo caso al limite della strumentalizzazione) con un approccio anti-ISIS. Come vi stanno aiutando i vostri alleati europei e nordamericani in questa nuova delicata fase politica che potrebbe portare a un nuovo dialogo? C’è un messaggio che vorrebbe inviare in particolare all’opinione pubblica europea?

La sua è un’osservazione storica, che ricalca però la causa principale di tutti i problemi che il popolo curdo sta vivendo ancora oggi: l’atteggiamento delle potenze internazionali, che spesso non tengono conto dei diritti del popolo curdo e privilegiano i propri interessi. Oggi il Medio Oriente è in fase di rimodellamento. I regimi vengono rovesciati e ne vengono istituiti di nuovi. In questo riassetto regionale, per noi, l’esistenza e i diritti del popolo curdo rimangono la questione principale. Insieme ai curdi, proteggere i diritti di tutti i popoli che vivono in quei Paesi è la nostra priorità assoluta. 

La nostra aspettativa fondamentale dalla comunità internazionale è che essa guidi e sostenga una trasformazione in cui tutti i popoli di ogni Paese vivano in modo equo, libero e democratico, piuttosto che una posizione che ignori il popolo curdo, i suoi diritti e negozi sulla sua esistenza. In questo senso, vediamo che gli approcci che favoriscono una parte ed escludono un’altra creano crisi anche dopo cento anni (riferendosi al Trattato di Losanna). Coloro che hanno avuto un ruolo nel plasmare il Medio Oriente cento anni fa avevano in realtà previsto questa crisi. Forse oggi è necessario fare un passo indietro rispetto alla logica che ha portato fin qui. 

Ovvero, invece di tracciare da lontano i confini di popoli e società e decidere come questi devono vivere, abbiamo bisogno di un sostegno che faciliti una vita equa, libera e democratica e che apra vie e canali che servano da riferimento per questo processo. Oggi, la nostra più grande aspettativa nella società siriana e in tutte le altre regioni che stanno vivendo una crisi viene ovviamente dai popoli. Crediamo fortemente nell’importanza della solidarietà tra popoli. Ma pensiamo anche che tutti i nostri amici in Europa e la stessa comunità internazionale dovrebbero adottare un approccio che riconosca veramente i diritti dei curdi, invece di una posizione che li ignora. 

Per il messaggio, vorrei ribadire che oggi, se l’ISIS non compie attentati e bombardamenti nelle capitali europee e in altre parti del mondo, è grazie al popolo curdo, al popolo di Kobanê – che ha seppellito in questa guerra 12 mila persone. Penso che nessuna potenza, comunità internazionale o istituzioni internazionali dovrebbero ignorare questo immenso sacrificio, questo prezzo. I curdi dovrebbero ricevere il valore che meritano nel nuovo secolo. Ci aspettiamo che tutti contribuiscano e facilitino la loro vita nel modo che meritano.

Quali sono i prossimi passi per andare incontro a questo obiettivo?  

Le discussioni avviate con lo Stato turco possono procedere e svilupparsi positivamente solo grazie alla Grande Assemblea Nazionale della Turchia, il Parlamento. Ci aspettiamo che tutti i partiti politici presenti, che abbiano o meno un gruppo, contribuiscano alla soluzione democratica della questione curda, che la discussione avvenga all’interno di un quadro legale e costituzionale e che il Parlamento assuma un ruolo per la costruzione di una pace veramente duratura, una pace onorevole, promulgando le proposte di soluzione in questa sede. 

Noi (il DEM Partisi) abbiamo già iniziato a fare dei preparativi in questa direzione, per facilitare questo lavoro collettivo. La nostra delegazione ha già tenuto il primo ciclo di colloqui su base parlamentare. Infine, vorrei esprimere la nostra aspettativa che il Parlamento svolga il suo ruolo storico nella costruzione di una repubblica veramente democratica nel secondo secolo della Repubblica di Turchia.

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