Dal 6 al 22 febbraio 2026 si tiene la XXV edizione dei Giochi olimpici e paralimpici invernali e, per la prima volta, le città assegnatarie sono due, Milano e Cortina d’Ampezzo. Si tratta della terza edizione dei Giochi invernali ospitata in Italia, dopo Cortina 1956 e Torino 2006, e della quarta in assoluto, se includiamo l’edizione estiva organizzata a Roma nel 1960.
La fase di avvicinamento al conto alla rovescia finale per l’inizio dei Giochi è stata segnata da numerose polemiche per l’esplosione della spesa pubblica, i ritardi nella preparazione degli impianti e soprattutto un approccio invasivo a spese delle montagne.
Olimpiadi (in)sostenibili
Sulla scia di quanto successo per i Giochi olimpici di Parigi 2024, il comitato organizzatore di Milano-Cortina 2026 ha posto grande enfasi sul concetto di sostenibilità, tanto da nominarla ben 96 volte nelle 127 pagine del dossier di candidatura.
Il programma di sostenibilità e legacy delle Olimpiadi di Milano-Cortina, Now2026, riassume in cinque punti i principali obiettivi legati alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica: proteggere gli ecosistemi e contrastare i mutamenti climatici tramite l’utilizzo di energia proveniente al 100% da fonti rinnovabili (protect now); ridurre l’utilizzo di risorse, comprese quelle idriche (renewing now); favorire opportunità lavorative inclusive (including now); incentivare l’attività fisica soprattutto tra i giovani (moving now); garantire che gli investimenti per i Giochi rappresentino una spinta allo sviluppo economico locale sostenibile (empowering now).
Un impegno di questo tipo però stride nettamente con quanto rilevato nel secondo report della campagna internazionale di monitoraggio Open Olympics 2026: per il 60% delle opere non è stata prevista alcuna valutazione di impatto ambientale (Via).
Questa procedura ha lo scopo di individuare, descrivere e valutare, in via preventiva, gli effetti sull’ambiente derivanti dalla realizzazione di un’opera. L’assenza di Via per la maggior parte delle infrastrutture olimpiche è stata resa possibile grazie ai commissariamenti straordinari, che hanno di fatto permesso di bypassare procedure che avrebbero garantito un maggior controllo sull’impatto ambientale.
Lo strano (ed emblematico) caso della pista da bob
Il caso della pista da bob, skeleton e slittino di Cortina è diventato l’emblema dell’ennesima occasione mancata.
In fase di candidatura, il dossier degli organizzatori proponeva di utilizzare la pista da bob Eugenio Monti – costruita in occasione dei Giochi del 1956 – classificando la struttura come «esistente» e bisognosa solamente di «interventi di ristrutturazione». In altre parole, sarebbe bastato ristrutturare l’impianto esistente, senza costruirne uno nuovo. In realtà, la pista Eugenio Monti, chiusa dal 2008, era poco più che un rudere di cemento senza impiantistica e, per funzionare, avrebbe necessitato ben più che una ristrutturazione.
Secondo il cronoprogramma, i lavori sarebbero dovuti iniziare a giugno 2021 e terminare dopo 40 mesi, per permettere i collaudi a febbraio 2025, a un anno dall’inizio dell’evento. Quanto ai costi, trattandosi solamente di una ristrutturazione, il preventivo iniziale corrispondeva a circa 47 milioni di euro.
I costi hanno cominciato a lievitare già da ottobre 2021, prevalentemente a causa dei rincari sulle materie prime, fino ad arrivare, nel 2023, a 124,8 milioni di euro. Di questi, 3,8 milioni per lo smantellamento della vecchia pista (quella che – stando al dossier degli organizzatori – avrebbe avuto bisogno solamente di interventi di ristrutturazione), 118,4 milioni di euro per la costruzione dell’impianto nuovo e 2,6 milioni per un memorial della pista del 1956.
Più volte il Comitato internazionale olimpico (Cio) ha provato a dissuadere l’Italia dal compimento di un’impresa così impattante per l’ambiente e per la spesa pubblica. In particolare, il Cio ha suggerito l’utilizzo dei vicini impianti di Innsbruck (in Austria), già funzionanti e disponibili al costo di soli 12 milioni di euro (necessari per affitto e utilizzo della pista nel periodo di svolgimento dei Giochi).
Nonostante un’ipotesi temporanea di retromarcia da parte del governo italiano, alla fine il Cio ha concesso una deroga di un anno, spostando la data di consegna dei lavori a ottobre 2025, a patto che fosse senza spese aggiuntive oltre ai 124 milioni di euro già previsti.
Tuttavia, alla data di inaugurazione delle Olimpiadi, il costo ha raggiunto i 131,7 milioni di euro (alle spese precedenti si sono aggiunti 4,8 milioni per una Guest house per gli atleti e 2,1 milioni per il recupero della Cabina S della vecchia pista Eugenio Monti). Inoltre, è sicuro che tutte le opere accessorie previste, tra cui un ristorante ed un centro mostre, non verranno consegnate prima di luglio 2026.
Il danno ecologico e alla biodiversità
Il miracolo ingegneristico grazie a cui è stato possibile ultimare un’opera da 40 mesi di lavori nella metà del tempo (effettivamente la pista è stata costruita tra il 2023 ed il 2025) si è realizzato a mezzo di una versione “light” dell’impianto, fortemente voluto dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini.
Questa nuova versione prevede la sostituzione delle tribune con dei semplici terrapieni, non prevede l’impianto di illuminazione (che verrà realizzato in un secondo momento) e soprattutto rimanda a data da destinarsi l’installazione delle schermature verdi, che avrebbero dovuto coprire il tetto chiarissimo della pista. L’impatto visivo di questo serpentone color cemento dentro il bosco di Ronco, alle pendici delle Tofane è tremendo.
Inoltre, ci vuole poca immaginazione per capire che la costruzione di un impianto del genere ha implicato l’abbattimento di circa due ettari di bosco, quasi 560 larici (molti di questi secolari) e centinaia di arbusti. In un’intervista ad Altreconomia, Giorgio Vacchiano, docente in Gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, sostiene che si tratti di vera e propria deforestazione, poiché gli alberi in questione sono stati tagliati senza seguire i protocolli previsti dalla pianificazione forestale ordinaria e, perciò, al loro posto non ne nasceranno di nuovi.
A poco servirà la piantumazione, fortemente voluta dal governatore del Veneto Luca Zaia, di migliaia di alberelli che impiegheranno decine di anni per crescere. I larici, per gli ecosistemi di montagna, non sono alberi qualunque. Si tratta di specie pioniere, ossia le prime in grado di inserirsi in terreni franosi e di nuova formazione e, tramite la caduta annuale delle foglie, contribuiscono a creare il substrato per le specie secondarie. Inoltre, la struttura dei loro rami permette al sole di penetrare fino al sottobosco, favorendo un’ampia biodiversità anche faunistica.
Quadrare i conti con gli affitti
Altrettanto preoccupante è l’impatto economico della nuova pista Eugenio Monti. Alle spese di costruzione, per buona parte pubbliche, si aggiungono quelle di gestione dell’impianto, completamente a carico del Comune di Cortina d’Ampezzo. Il mantenimento post-Olimpiadi della pista – nei vent’anni di vita utile dell’infrastruttura – potrebbe causare all’amministrazione comunale un disavanzo di gestione superiore ai 12 milioni di euro.
Le principali fonti di introito legate alla pista da bob sono attese dall’uso agonistico e dalle sponsorizzazioni. Tuttavia bob, skeleton e slittino sono discipline sportive che contano relativamente pochi partecipanti e appassionati in Italia. A queste entrate, si aggiunge l’uso turistico, con il taxi bob, invernale ed estivo, e il mono-bob, che prevedono la possibilità di corsi per provare l’esperienza in massima sicurezza.
Tuttavia, i costi legati all’energia per la refrigerazione della pista, al personale amministrativo e tecnico (ghiacciatori, addetti ai trasporti, manutentori, medici) e ai servizi di trasporto, pubblicitari e assicurativi sono nettamente più elevati.
Per far fronte ai debiti, il Comune di Cortina sta pensando di puntare sugli affitti, grazie alla ristrutturazione e riconversione in appartamenti di alcuni stabili pubblici. Pensati per soddisfare le esigenze abitative locali con canoni calmierati, in realtà, gli affitti – che vanno da un minimo di 900 euro a un massimo di 2.400 euro mensili – non sembrano essere pensati per i lavoratori. E soprattutto non riuscirebbero comunque ad annullare il disavanzo.
L’unica strategia vincente per non andare in rosso, è quella di puntare sugli affitti brevi per turisti, affittando ciascun appartamento ricavato dalla riconversione a un minimo di 400 euro a notte e confidando nella disponibilità dei ricchi visitatori di Cortina di sborsare quanto basta a pagare il buco di bilancio.
Eredità
Il ritorno di immagine atteso dalla pista da bob e la visibilità che garantirebbe a Cortina sono destinati a esaurirsi in breve tempo. Basta guardare a quello che è successo con la pista da bob di Cesana Pariol. Una vera e propria bomba ambientale carica di ammoniaca, costruita per le Olimpiadi invernali di Torino 2006 e abbandonata dopo circa sei anni per gli elevati costi di gestione e lo scarso utilizzo. Per il suo smaltimento servirebbero circa 15 milioni di euro, ma per il momento l’impianto giace abbandonato sui versanti delle montagne piemontesi.
Per Cortina d’Ampezzo e la sua strategia di puntare tutto sul turismo non sarebbe di sicuro un bel biglietto da visita. Anzi, la pista da bob sarebbe il secondo cadavere ecologico insieme al trampolino di salto con gli sci costruito proprio all’ingresso del paese per la precedente edizione delle Olimpiadi del 1956.
Anche gli interventi infrastrutturali previsti per favorire la viabilità durante i giochi lasceranno un’impronta chiara sui territori che ospitano le Olimpiadi. Il 68% dei fondi è destinato a opere stradali che incentivano il trasporto su gomma a propulsione fossile, anziché – ad esempio – potenziare la rete ferroviaria.
Da non dimenticare è l’impatto dei Giochi sul consumo di acqua, in una fase storica in cui – a causa del cambiamento climatico – nevica sempre di meno e l’innevamento artificiale è una pratica sempre più diffusa. A Livigno, per una spesa rigorosamente pubblica di 21,7 milioni di euro, sono stati realizzati un nuovo bacino di accumulo e una stazione di pompaggio. Queste opere hanno modificato irrimediabilmente, con una colata di cemento, oltre tre ettari della sagoma naturale del monte Sponda e sono destinate a drenare ingenti risorse idriche per l’innevamento artificiale, anche dopo la conclusione dei Giochi.
Queste Olimpiadi dovevano creare l’immagine di un’Italia attenta alla sostenibilità, attiva contro la crisi climatica e in grado di garantire un rapporto di rispetto con la montagna. Invece rischiano di lasciare alle future generazioni un’eredità di debiti, consumo di suolo, speculazioni e mancata trasparenza.
Fonti
Facchini Duccio. 2025. “Prima e dopo Milano Cortina. L’impatto delle opere viste dall’alto, da Cortina a Livigno”. Altreconomia. 22 dicembre 2025.
Legambiente. 2025. A un anno dall’avvio dei Giochi invernali, che cosa rivelano i dati del portale Open Milano Cortina 2026.
Michelini Lucia. “L’impatto simbolico ed ecologico del taglio del bosco di larici a Cortina per la pista di bob”. Altreconomia. 11 marzo 2024.
Milano Cortina 2026. Sostenibilità Now26.
Pietrobelli Giuseppe. 2025. “Pista da bob, la politica si pavoneggia (e tranquillizza) per il fine lavori: “Nostra Cupola del Brunelleschi””. Il Fatto Quotidiano. 25 marzo 2025.
Pisapia Luca. 2024. “La pista di bob è l’ennesimo orrore di Milano Cortina 2026”. Valori. 28 febbraio 2024.
Santillo Lisa. “Pista da bob a Cortina: l’impatto sulla biodiversità”. 3Bee. 28 marzo 2024.
Vantaggi Valeria. 2025. “Milano Cortina 2026, quanto sono sostenibili queste Olimpiadi invernali?”. Vanity Fair. 12 dicembre 2025.