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Uno dei peggiori naufragi del Mediterraneo centrale

Humanity1 Sos Humanity

Nave Humanity1 di Sos Humanity in mare aperto. © Francesco Torri

Indice

Il Mediterraneo in inverno è severo. Da un momento all’altro, le onde possono crescere fino a oltre tre metri di altezza e il vento può sorpassare i 30 nodi. Nella plancia di comando della Humanity1, nave search and rescue (SaR) della Ong tedesca Sos Humanity, il capitano decide di cercare riparo vicino a Lampedusa per evitare una tempesta in arrivo. È domenica 1 febbraio 2026.

Pochi giorni prima, il ciclone Harry aveva devastato le coste di diverse regioni del sud Italia e stare in mare è pericoloso. Nonostante ciò, molte persone hanno preferito affrontare la ferocia del mare che rimanere intrappolate in Libia o Tunisia. L’ultima settimana di gennaio 2026 veniva confermata la notizia che circa mille persone, probabilmente partite dalle coste tunisine, erano disperse in mare: quando fa brutto tempo, ci sono meno possibilità che la guardia costiera intercetti le barche ed effettui respingimenti forzati.

Naufragi durante il ciclone

Qualche giorno dopo, la nave SaR Ocean Viking di Sos Méditerranée ha trovato un corpo morto galleggiante mentre faceva ritorno in Sicilia. A non molti giorni di distanza è diventato virale il video di un ragazzo della Sierra Leone, Ramadan Konte, messo in salvo da una nave cargo dopo essere stato in mare aperto per oltre 24 ore. Era l’unico sopravvissuto a un naufragio che è costato la vita a 46 persone. Intorno a lui, diversi corpi senza vita venivano trasportati dalle onde e dal vento.

A bordo della Humanity1, la notizia non ha lasciato l’equipaggio indifferente. «Non ci si abitua mai a tutto questo. La notizia di quelle persone trovate morte in mezzo al mare per me è la testimonianza muta di una tragedia evitabile, della violenza sistematica delle nostre politiche» dice Sara Podetti, care coordinator di Sos Humanity.

Humanity1 simulazione
Il team di soccorso della Humanity1 mentre studia le diverse manovre da effettuare con i gommoni durante un soccorso. © Francesco Torri

Passa ancora qualche giorno e la stessa Humanity1 nel giro di qualche ora individua i corpi di altre due persone morte uno a distanza di poche ore dall’altro. Viene messo in azione il protocollo per recuperarli e una parte dell’equipaggio si avvicina con il gommone per valutarne lo stato più da vicino: indossano camici bianchi, guanti in lattice e mascherine per coprirsi dal forte odore. In entrambi i casi, il medico di bordo ha considerato i corpi in uno stato di decomposizione troppo avanzato per riuscire a caricarli a bordo.

«Molto probabilmente erano anche loro tra le persone naufragate durante il ciclone Harry» spiega Viviana di Bartolo, SaR coordinator di Sos Humanity. Nella sua voce è tangibile il dispiacere di non aver potuto far niente per consentire a quelle persone una degna sepoltura ed eventualmente identificarle, così da riuscire a comunicare la notizia alle famiglie.

La macabra celebrazione del ministro Piantedosi

Proprio mentre si contano le vittime di uno dei peggiori capitoli del Mediterraneo centrale, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, commenta i dati degli sbarchi di gennaio 2026 – diminuiti del 50% rispetto al 2025 -, celebrandoli come un successo. Dietro a questo, tuttavia, si cela il macabro meccanismo di esternalizzazione delle frontiere, respingimenti forzati, violazioni dei diritti umani e criminalizzazione della solidarietà.

Stare in mare oggi non è come stare in mare dieci anni fa. La presenza della Guardia costiera libica è aumentata esponenzialmente, così come l’avanguardia dei loro mezzi e la violenza dei loro interventi.

«Stare in mare oggi non è come stare in mare dieci anni fa» spiega Viviana, mentre all’orizzonte iniziano ad apparire le prime piattaforme di petrolio libiche. «La presenza della Guardia costiera libica (Gcl) è aumentata esponenzialmente, così come l’avanguardia dei loro mezzi e la violenza dei loro interventi». Secondo Viviana, il culmine è stato raggiunto nell’agosto 2025, quando una motovedetta della guardia costiera libica ha aperto il fuoco sulla nave SaR dell’Ong Sos Méditerranée, con oltre 200 colpi sparati ad altezza uomo.

Non sono comunque meno gravi i molteplici attacchi alle persone migranti a bordo di mezzi precari, spesso con armi da fuoco, violenza fisica e verbale e che si ripetono regolarmente nel Mediterraneo centrale. L’obiettivo è quello di respingere forzatamente migliaia di persone, costringendole a fare ritorno nel luogo da cui sono fuggite, la Libia, considerato internazionalmente un Paese non sicuro. «L’importanza della nostra presenza in mare, come flotta civile e umanitaria, è anche quella di continuare a testimoniare questa violenza, queste ingiustizie. E quindi denunciare i crimini commessi dagli attori libici» conclude Viviana.

Diversi tipi di salvataggio

È la notte tra il 2 e il 3 febbraio quando un’imbarcazione di legno non identificata si avvicina alla Humanity1. All’orizzonte, i fuochi delle piattaforme di petrolio libiche creano un alone rossastro nel cielo e permettono di vedere alcune sagome muoversi sull’imbarcazione. In pochi minuti, il SaR team (l’equipaggio che si occupa della parte operativa del soccorso in mare, a bordo dei gommoni di salvataggio) è sul ponte, pronto a salire sulla Tango, il più grosso dei due gommoni di salvataggio della Humanity1.

Viviana di Bartolo Humanity1
Viviana di Bartolo, SaR coordinator di Sos Humanity durante la preparazione del primo soccorso del 2 febbraio 2026. © Francesco Torri

Sono circa le 2.55 quando Viviana conferma che a bordo dell’imbarcazione ci sono 16 persone, tra cui 4 uomini a volto coperto e armati, come poi ha confermato uno dei sopravvissuti. Sono proprio questi uomini che, quando la Tango arriva vicino all’imbarcazione, iniziano a urlare e creare panico, strattonando e insultando gli altri passeggeri. In un inglese poco comprensibile, incitano l’equipaggio a fare veloce, dicendo che ci sono bambini a bordo. La Tango mette in salvo 12 persone, tutti uomini, e in un batter d’occhio la barca di legno si perde nel buio.

Queste imbarcazioni sono chiamate runaway boats e sono un fenomeno sempre più presente nel Mediterraneo centrale. La prassi è quella di avvicinarsi alle navi SaR e scappare una volta che il soccorso è stato portato a termine, spesso dopo aver buttato i passeggeri in mare e averli maltrattati per velocizzare il trasbordo. Probabilmente in risposta all’aumento dei respingimenti forzati da parte delle autorità libiche, finanziate dall’Unione europea, queste barche – essendo molto più veloci e resistenti a condizioni di mare avverse – sono in grado dare più garanzie sull’arrivo in territorio europeo.

È assolutamente necessario mettere in salvo chi si trova a bordo di queste imbarcazioni dal momento che sono persone che scappano dalla Libia.

«Per noi – spiega Viviana – è assolutamente necessario mettere in salvo chi si trova a bordo di queste imbarcazioni dal momento che sono persone che scappano dalla Libia. E quindi sono vittime di violenza che si trovano in mare aperto e in condizioni di pericolo. Non sono equipaggiate per navigare e si trovano in mano a persone armate non identificate. Noi prestiamo assistenza a chi ha bisogno e a chi è in una situazione di difficoltà in mare: è questo il motivo per cui siamo nel Mediterraneo».

Sopravvivere alla Libia e al mare

Qualche ora dopo, intorno alle 13.00, una segnalazione dall’areo Sea bird dell’Ong Sea watch indica un’imbarcazione in emergenza a circa 27 miglia nautiche dalla posizione della Humanity1. Una volta in posizione, vengono messi in mare i gommoni di salvataggio, che si avvicinano all’imbarcazione.

salvataggio Humanity1
Immagine del secondo soccorso effettuato dalla Humanity1 il 2 febbraio 2026. © Francesco Torri

A bordo ci sono 21 persone, anche in questo caso tutti uomini e tutti messi in salvo, alcuni in chiaro stato di shock e ipotermia. Non appena vengono caricati a bordo del gommone, due di loro perdono coscienza. Hanno il corpo freddo e sono completamente bagnati. Dal gommone vengono fatti salire a bordo della Humanity1 dove Sara, care coordinator di Sos Humanity, prende in gestione tutta l’assistenza dei sopravvissuti. Si va dalla distribuzione di cibo, beni di prima necessità, coperte, vestiti, assistenza medica, fino a informazioni legali e sui diritti delle persone. Vengono fornite anche indicazioni specifiche per persone vulnerabili come i minori non accompagnati e le donne che viaggiano da sole.

«Oltre all’assistenza medica, che è fondamentale, per noi è molto importante supportare le persone con l’accesso a una valutazione delle vulnerabilità. Per noi, chiunque arrivi dalla Libia dovrebbe avere questo diritto» spiega Sara. «A bordo, abbiamo un approccio molto focalizzato sulla protezione della persona e facciamo il possibile per stabilire le vulnerabilità dei soggetti. A volte, però, questo significa dover riesumare i traumi della Libia. E, in tal caso, preferiamo che la valutazione continui a terra».

Infatti, Sara spiega che la nave è uno spazio di transizione tra due viaggi, quello che c’è stato prima e quello che inizierà in Italia, dove le persone si sentono al sicuro dopo molto tempo e dove è giusto che godano della possibilità di riposare.

Alle spalle dei sopravvissuti c’è un inferno: la Libia

«In Libia, ci finiscono persone provenienti da diversi Paesi dell’Africa subsahariana, ma anche da Bangladesh, Pakistan e Kurdistan. Molti non sanno cosa succede in Libia e, quando lo scoprono, è troppo tardi» spiega Zeina Nasser, mediatrice culturale di Sos Humanity. «Una volta che sono in Libia, queste persone perdono la loro identità. Non importa se erano medici, madri, banchieri, ingegneri, avvocate, muratori o contadine. E questa disumanizzazione li seguirà anche in Europa».

Dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, la Libia ha attraversato un lungo periodo di instabilità politica e conflitti armati, caratterizzato dal proliferare di milizie locali e dal dualismo di potere tra il governo riconosciuto internazionalmente a Tripoli (Libia occidentale) e le autorità della Cirenaica con baricentro a Bengasi.

Molti non sanno cosa succede in Libia e, quando lo scoprono, è troppo tardi. Una volta che sono in Libia, queste persone perdono la loro identità.

In questo contesto, la situazione dei migranti e dei richiedenti asilo è estremamente critica: i centri di detenzione, molti dei quali illegittimi e gestiti da milizie più che dalle autorità statali, espongono le persone a violenze sistematiche, torture, lavoro forzato ed estorsioni.

La Libia è diventata uno snodo centrale nella tratta di esseri umani verso il Mediterraneo, con reti criminali che sfruttano la vulnerabilità di chi fugge da guerre, povertà e persecuzioni. La frammentazione politica e l’instabilità strutturale impediscono il rispetto dei diritti umani e rendono difficile qualsiasi intervento internazionale, mentre la pressione delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere conferisce al Paese un ruolo chiave nel “contenimento” dei flussi migratori diretti verso Italia ed Europa.

«Ci davano da mangiare una volta al giorno. Ricevevamo un piatto di riso per dodici persone e ci picchiavano in continuazione. Questo è durato per sei lunghi mesi» racconta uno dei sopravvissuti, messo in salvo dalla Humanity1 il 2 febbraio 2026. Originario del Bangladesh, continua: «Abbiamo dovuto pagare 18.000 euro per uscire di prigione e imbarcarci sul gommone».

piatto di riso
Fotografia dell'unico pasto quotidiano per 12 persone all'interno di un centro di detenzione in Libia. Il telefono con cui è stata scattata l'immagine è di un sopravvissuto. © Francesco Torri

La gestione delle aree costiere e delle acque territoriali è frammentata e nelle mani di alcune fazioni della Gcl, riconosciuta come autorità competente dall’Organizzazione marittima internazionale (Imo) nel 2018. Ufficialmente, la Gcl opera in coordinamento con l’Unhcr, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’agenzia europea per le frontiere, Frontex.

La collaborazione Italia-Libia 

A partire dal governo di Paolo Gentiloni (2016–2018), con Marco Minniti al Viminale, l’Italia ha avviato una strategia sistematica di esternalizzazione delle frontiere nel Mediterraneo centrale.

Ha puntato a rafforzare e rendere operativa la cosiddetta Guardia costiera libica come attore di contenimento dei flussi migratori, prima che i migranti raggiungessero le acque europee. Nel 2017, il Memorandum d’intesa Italia–Libia firmato con il governo di Fayez al-Sarraj ha previsto supporto tecnico, addestramento, fornitura di motovedette e coordinamento operativo. Mentre la missione europea Eunavfor Med ha contribuito alla formazione degli equipaggi libici.

Se oggi la Libia ha ufficialmente una zona SaR riconosciuta dall’Iom, ovvero una propria zona di ricerca e salvataggio in mare, è anche grazie ai fondi italiani. Negli anni successivi, dai governi di Giuseppe Conte fino a quello di Giorgia Meloni, il sostegno operativo e materiale alla Gcl è proseguito, inserendosi stabilmente nella politica di esternalizzazione delle frontiere.

Il tutto nonostante le denunce di Ong e organismi delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani nei centri libici e sul ruolo delle autorità libiche nelle intercettazioni e nei respingimenti verso un Paese considerato non sicuro. E, soprattutto, nonostante i principali gruppi operativi della Gcl siano affiliati a gruppi armati responsabili della gestione di diversi centri di detenzione.

Abbiamo visto molte volte il loro modus operandi: arrivano a tutta velocità, ci ordinano in modo aggressivo di allontanarci, ci impediscono di effettuare il soccorso e recuperano le persone senza alcuna distinzione.

Parallelamente, l’Ue ha integrato questo approccio nel quadro più ampio di cooperazione con i Paesi di transito africani, finanziando capacità di controllo e centri di detenzione attraverso fondi fiduciari. L’obiettivo dichiarato era contrastare i trafficanti, ma l’effetto sostanziale è stato spostare verso sud la gestione (e il blocco) delle domande di protezione internazionale.

I principali mezzi di finanziamento oggi attivi sono il programma Support to integrated border and migration management in Libya (Sibmmil) che da solo ammonta a centinaia di milioni di euro, investiti per il “controllo” della migrazione in Libia. Ma anche l’Eu trust fund for Africa (Eutf), il Neighbourhood, development and international cooperation instrument-Global Europe (Ndici), l’operazione Eunavfor Med Irini (2020-2027), il programma European integrated border management assistance mission (Eubam) e l’Internal security fund. Tutti insieme questi programmi ammontano a oltre 130 milioni di euro.

Oggi la Gcl possiede mezzi veloci, personale altamente formato ed è sempre più attiva nei respingimenti forzati delle persone in movimento. «Noi abbiamo barche vecchie e lente e perciò non riusciamo a competere con la Gcl quando c’è un’imbarcazione in emergenza: spesso arrivano prima loro» spiega Viviana.

«Abbiamo visto molte volte il loro modus operandi: arrivano a tutta velocità, ci ordinano in modo aggressivo di allontanarci, ci impediscono di effettuare il soccorso e recuperano le persone senza alcuna assistenza medica, senza distinzione tra minori, donne incinte o casi vulnerabili. Le persone vengono caricate sulle motovedette, spesso senza alcuna protezione, e riportate in Libia. Queste non sono pratiche legali: chi fugge da un luogo dove i diritti fondamentali non sono garantiti non può essere riportato indietro».

La Justice fleet

«Quello che mi fa più rabbia è che tutto questo viene fatto nel nome della sicurezza» commenta Zeina. «Ma di quale sicurezza stiamo parlando? Di certo non della sicurezza delle persone che sono su quelle barche. Non della sicurezza delle donne che vengono violentate. Non della sicurezza dei bambini che spariscono. Non della sicurezza delle persone che muoiono in mare. È solo la sicurezza dei confini. E per proteggere i confini, si è deciso che alcune vite valgono meno di altre».

È proprio in risposta a questo scenario di violenza sistematica e crimini contro l’umanità mascherati da politiche di “gestione dei flussi migratori” che nasce la Justice fleet: una coalizione di 14 Ong che effettuano attività di SaR nel Mediterraneo centrale, tutte accomunate dalla scelta di smettere di collaborare e comunicare con la guardia costiera libica, come invece impone la legge italiana.

Justice Fleet Sos Humanity
Bandiere di Sos Humanity e della Justice fleet in cima alla nave Humanity1. © Francesco Torri

Secondo la legge Piantedosi 1/2023, infatti, le navi SaR delle Ong hanno l’obbligo di comunicare via email alla guardia costiera libica i dettagli delle proprie operazioni di soccorso. Non farlo comporta il fermo amministrativo fino a 60 giorni della nave. Tuttavia, le organizzazioni parte della coalizione non riconoscono la guardia costiera di Tripoli come un’autorità di riferimento con cui comunicare per mettere in salvo le persone che fuggono dalla Libia.

«Abbiamo visto troppe volte che intercettano le persone, le riportano indietro, sparano in acqua, sparano verso le persone che cercano rifugio, sparano contro le Ong. Non possiamo considerarla una guardia costiera che fa il suo lavoro» spiega Juan Cruz, coordinatore dei soccorsi di Sos Humanity con oltre nove anni di esperienza nel Mediterraneo centrale. «Per questo, non comunichiamo più con loro, non mandiamo più email, non vogliamo essere complici».

Secondo le organizzazioni, infatti, collaborare con la guardia costiera libica significherebbe venire cooptati all’interno del meccanismo di esternalizzazione delle frontiere, per cui le persone che si mettono in mare verso l’Italia devono essere riportate in Libia, dove nella maggior parte dei casi tornano a essere vittime di tratta e di violenza. Questo e nient’altro fa la guardia costiera libica: riportare le persone in Libia. In mare, si è dimostrata violenta in diverse situazioni, in cui è stata vista sparare contro le imbarcazioni con a bordo decine di persone, così come contro le navi umanitarie.

Nei tribunali italiani, la visione della Justice fleet è stata confermata dai giudici per ben sette volte. Il tribunale di Crotone, per primo, il 26 giugno 2024, ha stabilito che «il centro di coordinamento libico e la cosiddetta guardia costiera libica non possono essere considerati soggetti legittimi nel campo del soccorso in mare», giudizio che è stato poi confermato dalla Corte d’appello di Catanzaro.

Una nuova detenzione

Oggi la Humanity1, dopo essere stata sottoposta a 20 giorni di fermo a dicembre 2025, si ritrova nuovamente bloccata dal decreto Piantedosi per 60 giorni. Questo dopo aver salvato 33 persone nella cosiddetta SaR libica, senza aver collaborato con le autorità libiche. Una detenzione motivata puramente da ragioni politiche secondo Sos Humanity, soprattutto considerata la dichiarazione sui social del ministro Piantedosi che accusa l’Ong di «comportamento irresponsabile che mette a rischio la vita stessa delle persone».

Salvare persone in pericolo in mare è un obbligo previsto dal diritto internazionale. E questo obbligo non deve mai essere superato da logiche di deterrenza politica.

«Impugneremo questo fermo in tribunale. Salvare persone in pericolo in mare è un obbligo previsto dal diritto internazionale. E questo obbligo non deve mai essere superato da logiche di deterrenza politica» chiarisce l’Ong sempre sui social in risposta all’attacco del ministro.

È proprio questo l’obiettivo della Justice fleet: spostare la questione sulla legittimità dei soccorsi in mare alle aule dei tribunali, tentando così di ridefinire il confine giuridico della giustizia nel contesto di una delle rotte migratorie più letali di sempre.

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