Sit-in, proteste e centinaia di arresti stanno infiammando le università degli Stati Uniti che si stanno mobilitando per chiedere il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e per interrompere le collaborazioni con università e aziende israeliane. Non si tratta solo di atenei minori, ma di alcune tra le più conosciute istituzioni negli Usa e in tutto il mondo. Columbia, Harvard, Yale, Berkeley, Princeton, MIT e Stanford sono tra quelle in prima linea.
La centralità delle università
Erano cinquant’anni che la polizia non entrava nei campus per reprimere le manifestazioni studentesche. Da quando il movimento pacifista attraversò il Paese da est a ovest per chiedere la fine della guerra in Vietnam, che tanto sangue aveva sparso sia nel sud-est asiatico che tra le file dell’esercito di Washington.
Anche in quell’occasione tutto partì dalla Columbia, dove a lungo ha insegnato l’intellettuale americano-palestinese Edward Said. Ma nonostante quello che sostiene il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid, che ha parlato di “antisemitismo nei campus statunitensi”, chi occupa una delle facoltà più prestigiose al mondo è soprattutto la componente di alunni ebrei.
Le proteste nelle università oggi
Per la pasqua ebraica i giovani hanno celebrato un seder dedicato alle sofferenze del popolo palestinese. E in solidarietà con le centinaia di arresti anche i docenti della Columbia si sono mossi, non andando in classe a fare lezione.
Il 18 aprile, infatti, la preside Minouche Shafik aveva fatto sgomberare il campus con la forza e che ora rischia la sfiducia del senato accademico. Shafik ha aperto alla possibilità di lezioni online per quegli studenti che si sentirebbero minacciati dai manifestanti e ha ricevuto in cambio la protesta dei genitori, pronti a non pagare la costosissima rata universitaria.
Anche a Yale una cinquantina di studenti che chiedevano di chiudere i legami con le aziende israeliane sono finiti in manette. Alla New York University hanno fatto la stessa fine in 150 dopo aver subito cariche e sari con spray urticante. Al Mit sono state montate una ventina di tende.
Differenze generazionali
Le proteste nei campus fotografano una situazione già illustrata da un sondaggio di YouGov di fine ottobre. Sono soprattutto i giovani a sostenere la causa palestinese e la fine della mattanza nella Striscia di Gaza.
Persone di età compresa tra 18 e 29 anni simpatizzavano sia con i palestinesi che con gli israeliani: il 28% ha espresso più simpatia per i palestinesi contro il 20% che ha preferito gli israeliani, il 31% simpatizzava in egual misura con entrambi i popoli. I gruppi più anziani erano più propensi a sentirsi vicini agli israeliani rispetto ai palestinesi o con entrambi i gruppi allo stesso modo, in particolare quelli di età pari o superiore a 65 anni. Il 14% dei giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni ritiene che sia “molto importante” per gli Stati Uniti proteggere Israele, rispetto ai due terzi di quelli di età pari o superiore a 65 anni.
Le ragioni delle differenze
Secondo Dov Waxman, direttore del Centro Younes e Soraya Nazarian per gli studi israeliani dell’UCLA, ogni fascia d’età ha una memoria storica diversa. Nello specifico, le generazioni più anziane hnno più vivido il ricordo della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto e per questo tendono a vedere Israele come un rifugio vitale per gli ebrei. Si immaginano la storia di un popolo che ritorna al sicuro nella propria patria dopo aver vissuto una diaspora per 2.000 anni.
Per Millenials e nuove generazioni non è così. Non hanno la memoria della Shoah o degli Accordi di Oslo, sono cresciuti con un altro tipo di violenza: quella degli israeliani sui palestinesi. Una repressione fatta di uccisioni di civili, di negazione dell’accesso all’acqua, alla libertà di movimento. Hanno vissuto arresti arbitrari, l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania, le barbarie dei coloni.
Interessante anche la questione razziale. Secondo Eitan Hersh, professore di scienze politiche alla Tufts University, il conflitto sembra essere visto dai giovani di sinistra come un popolo razzializzato, i palestinesi, che si solleva contro un oppressore bianco, gli israeliani.
Le ripercussioni sulla politica
La politica estera si intreccia inevitabilmente con quella interna. In primis, perché i giovani continueranno a manifestare finché la situazione in Medio Oriente non sarà cambiata e questo potrebbe avere un effetto anche sulla convention dem di Chicago. Un luogo simbolo delle proteste in Vietnam, considerando che nel 1968 ci furono scontri tra polizia e decine di migliaia di studenti.
I democratici erano deboli, soprattutto dopo la rinuncia di Lyndon Johnson: le elezioni di novembre segnarono la sconfitta del Partito Democratico e la vittoria di Richard Nixon. Il presidente Joe Biden spera che la storia non si ripeta e anche per questo sta piano piano cambiando la sua politica nei confronti di Israele.
Allo stesso tempo, però, anche le persone di religione ebraica votano. Biden sta perciò cercando di mantenere una rischiosa e fragile equidistanza che potrebbe costargli caro: “Condanno le proteste antisemite nelle università”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, ma anche “coloro che non capiscono cosa sta succedendo ai palestinesi”.
Fonti e approfondimenti
Caitlin Ochs e Jonathan Allen, “Pro-Palestinian protesters arrested at Yale, NYU; Columbia cancels in-person classes“, Reuters, 23/04/2024
Frances Vinall, “Young Americans are more pro-Palestinian than their elders. Why?“, The Washington Post, 21/12/2023
Gloria Oladipo e Erum Salam, “Columbia faculty members walk out after pro-Palestinian protesters arrested“, Guardian, 23/04/2024
Sondaggio YouGov, ottobre 2023