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Che cos’è il corridoio Filadelfia

corridor

Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Lungo 14 chilometri e largo 100 metri, il corridoio Filadelfia – e il suo relativo controllo – è diventato sempre di più una linea rossa invalicabile nelle trattative tra Israele e Hamas per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. 

Lo Stato ebraico controlla militarmente questo lembo di terra, che si estende dal Mar Mediterraneo fino al valico di Kerem Shalom, includendo anche il valico di Rafah, e che funziona da cuscinetto al confine tra Egitto e Striscia di Gaza. Su questo, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha intenzione di fare concessioni. 

L’importanza strategica del corridoio di Filadelfia

Istituito per la prima volta dopo il 1979, in base al trattato di pace tra Egitto e Israele, il corridoio ha preso il nome in codice utilizzato dall’esercito israeliano per chiamare la zona demilitarizzata dopo gli accordi di Camp David. L’Egitto si riferisce alla zona come corridoio di Salah Al-Din, dal nome di Saladino, il sultano d’Egitto e Siria che sconfisse i crociati a Gerusalemme nel 1187.

In base all’accordo del 1979, Tel Aviv assunse il controllo militare del corridoio Filadelfia. Allo Stato ebraico venne consentito di schierare forze armate limitate. In particolare, potevano essere costituiti quattro battaglioni di fanteria, installazioni militari e fortificazioni campali, insieme agli osservatori delle Nazioni Unite. Ma non potevano essere utilizzati carri armati, artiglieria o missili antiaerei, ad eccezione dei singoli missili terra-aria.

Israele mantenne il controllo su questo lembo di terra anche dopo gli accordi di Oslo del 1993, ma dovette tirarsi indietro nel 2005 a seguito del ritiro delle sue truppe dalla Striscia di Gaza. I due governi conclusero così l’Accordo di Filadelfia con il quale il Cairo si impegnava a mantenere 750 guardie di frontiera lungo il percorso, al fine di pattugliare il confine sul lato egiziano, mentre il lato palestinese rimase sotto il controllo dei palestinesi. 

Negli obiettivi del patto, vi era quello di interrompere il flusso di armi e altri oggetti di contrabbando verso Gaza attraverso i tunnel. Con la presa del potere di Hamas nella Striscia, nel 2007, dopo le elezioni vinte nel 2006 che tolsero potere all’Autorità nazionale palestinese, Israele ha imposto un blocco sulla Striscia e l’Egitto ha aumentato le restrizioni sui movimenti da e per Gaza. La conseguenza è stato un nuovo proliferare di tunnel. Tra il 2011 e il 2015 l’Egitto ne ha distrutti oltre duemila. 

Perché Israele vuole il controllo del corridoio Filadelfia

L’obiettivo di Netanyahu è quello di isolare completamente la Striscia di Gaza. Lungo il confine tra Egitto e Gaza si posiziona infatti l’unico accesso per i palestinesi che non è direttamente controllato da Israele, ovvero il valico di Rafah. Fin dal 7 ottobre, dagli attacchi ai kibbutz del confine, Netanyahu ha spinto sulla necessità di controllare il corridoio e questo passaggio per impedire alla milizia palestinese di riarmarsi. 

Dal valico di Rafah, però, tra le altre cose passano anche la quasi totalità degli aiuti umanitari, oltre alle persone. Il controllo israeliano sul valico è fortemente osteggiato da Hamas che ritiene il ritiro dell’Idf come una conditio sine qua non per arrivare a un accordo. Ma anche dall‘Egitto, che ha chiuso il suo lato del valico, bloccando il movimento di veicoli e persone finché l’altro lato non sarà in mano ai palestinesi.

Da maggio, l’Idf ne ha preso il pieno controllo e i funzionari israeliani hanno affermato di aver scoperto scoperto più di 20 tunnel e 82 punti di accesso a questi durante l’operazione. I negoziatori avevano dimostrato ottimismo per le trattative di ferragosto, ma il niet di Tel Aviv su questo punto ha riportato tutto in stallo. Netanyahu ha promesso che Israele “non abbandonerà in nessun caso” il corridoio Filadelfia. E, di conseguenza, il valico di Rafah. Queste condizioni non erano presenti nella proposta di cessate il fuoco promossa dal presidente degli Usa, Joe Biden, in un discorso del 31 maggio e nella successiva risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 10 giugno.

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