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Perché Jenin è sempre nel mirino di Israele

Jenin

In ogni immaginario collettivo ci sono luoghi che si riempiono di significati assoluti. Uno dei più importanti per il popolo palestinese è senza dubbio la città di Jenin, nell’estremo nord della Cisgiordania. Che non a caso, insieme al campo profughi che ospita, finisce nel mirino di Israele con una frequenza molto più alta rispetto ad altre aree dei territori occupati. 

Così è stato anche nell’ultima offensiva delle Idf, lanciata nella notte tra il 27 e il 28 agosto. La ragione dell’invasione sarebbe quella di spazzare via l’“hub di comando terroristico” che avrebbe la sua base proprio nel campo. Un leitmotiv che non ha mai abbandonato la storia di questa realtà. Concorrendo alla sua disumanizzazione, dal lato israeliano; alla sua mitizzazione, dal lato palestinese.  

Perché è importante Jenin

Jenin per la popolazione palestinese ha assunto nel tempo un valore simbolico come uno dei simboli della resistenza. Ancor prima della fondazione di Israele, ebbe un ruolo centrale nella grande insurrezione contro il mandato britannico e l’occupazione sionista, tra il 1936 e il 1939. Supportate dall’Haganah – le milizie paramilitari sioniste che contavano già 15mila uomini – , le truppe della Corona misero in atto una vasta gamma di pratiche per sopprimere la lotta armata palestinese. Demolizioni di case, arresti di massa: più di 5mila palestinesi furono uccisi. Dopo l’uccisione di un ufficiale, a Jenin l’esercito britannico fece brillare un quarto del perimetro cittadino.  

Dieci anni dopo, la Nakba avrebbe tuttavia aggiunto un tassello fondamentale all’immaginario legato a Jenin, inestricabilmente intrecciato alla resistenza. Qui trovarono rifugio migliaia di palestinesi costretti all’esodo dalle milizie sioniste. Il campo profughi venne istituito dalle Nazioni Unite nel 1953, ritrovandosi in breve tempo come il più povero e densamente popolato della Cisgiordania. “Crisi umanitaria” è tutt’oggi una delle espressioni ricorrenti nel racconto di un luogo in cui i servizi minimi, a causa delle continue scariche di violenza, non possono essere garantiti. 

In tutto questo tempo, Jenin per Israele è sempre stata una spina nel fianco. Durante la seconda Intifada le Idf assaltarono il campo, all’interno della più grande mobilitazione militare in Cisgiordania dalla guerra del 1967. L’operazione “Scudo difensivo” intendeva porre fine agli attacchi suicidi contro lo Stato ebraico, imponendo il controllo sui centri della minaccia. Jenin era tra questi: il Primo ministro, Ariel Sharon, la definì all’epoca un “focolaio di terrorismo”. Le due settimane di combattimenti, ricordate oggi come la Battaglia di Jenin, lasciarono sul terreno 52 tra miliziani e civili palestinesi e 23 soldati israeliani. Un momento centrale per gli abitanti di Jenin. Ricordato con dolore ma impresso nella memoria anche per l’eroismo dei resistenti. 

La sorte di Jenin 

Quello che ho visto nel campo di Jenin è come Gaza su scala più piccola“, ha detto Zaid Shuabi, un attivista palestinese per i diritti umani, ad al-Jazeera. Come riporta the New Arab, in effetti c’è un paragone nella strategia utilizzata dalle Idf a Jenin e nella Striscia di Gaza. Moving the lawn, “falciare il prato”, è la formula che secondo alcuni analisti palestinesi contraddistingue la dottrina israeliana per questi territori. Ovvero aumentare la scala della distruzione al fine di ridimensionare la forza dei movimenti palestinesi e il sostegno alla loro lotta.

Nell’area sono attivi Fatah, Hamas, la Jihad islamica. Gruppi che peraltro nelle Brigate Jenin trovano una casa e un’identità comune. “È vero che la Jihad islamica è la fazione principale, ma la cosa più importante è che siamo figli di Jenin“, ha affermato un miliziano ai microfoni di Reuters. Il sentimento di appartenenza alla stessa terra non è però l’unica cosa che smuove i giovani che decidono di imbracciare le armi. 

Secondo Tahani Mustafa, esperto dell’International Crisis Group, un ruolo importante lo gioca anche la profonda disillusione nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese. Ritenuta sempre meno capace di opporsi all’occupazione e alla violenza. Al punto che il Centro palestinese per la ricerca politica e di indagine (PCPSR) ha rilevato come il 62% dei palestinesi ne vorrebbe lo scioglimento. 

Il fine ultimo degli attacchi israeliani è sostituire definitivamente alla prospettiva della resistenza quella della resa. Ciò che emerge dal campo va tuttavia in una direzione ben diversa. Se le parole e la storia di Jenin offrono delle indicazioni sul suo futuro, la bandiera bianca non è contemplabile. 

Fonti e approfondimenti 

Abdul Karim, F., “In Jenin and Tulkarem, Israel’s war on Palestinian armed resistance is failing”, +972 Mag, 14/08/2024

Giorgio, M. & Cruciati, C. 2018. Israele, mito e realtà. Alegre 

Hughes, M. (2015). Terror in Galilee: British-Jewish Collaboration and the Special Night Squads in Palestine during the Arab Revolt, 1938–39. The Journal of Imperial and Commonwealth History, 43(4), 590-610.

Loewenstein, J., “Remembering Operation Defensive Shield in Jenin, 20 years later”, Mondoweiss, 7/04/2022

Kershner, I., “West Bank City of Jenin Has Long Ties to Palestinian Armed Struggle”, The New York Times, 4/07/2023

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