L’Iran attacca Israele nella serata del primo ottobre con un lancio di missili in risposta all’invasione di terra da parte delle truppe israeliane in Libano. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Forlani, giornalista e analista, esperto di Medio Oriente e Nord Africa.
Israele sfonda il confine ed entra in Libano con le truppe di terra. Parliamo di un’invasione pronta da tempo?
È difficile dire se e da quanto tempo fosse pronta questa operazione di terra, questa invasione del Libano, da parte di Israele. Sicuramente una parte della società e una parte dell’arena politica, nonché della squadra di governo israeliana, caldeggiava un’operazione del genere. La stessa, forse, anche stimolata da sentimenti di rivalsa rispetto al ritiro del 2006 che alcuni in Israele hanno contestato.
Quello che si può dire è che, per come sta venendo concepita questa operazione di terra, probabilmente era arrivata all’ordine del giorno sul tavolo del Primo ministro, da meno di un mese appunto. Lo fanno pensare le operazioni delle ultime tre settimane su Beirut e sul sud del Libano, con un’intensificazione dei raid culminati poi anche con lo strike nel sud di Beirut che ha portato alla morte di Nasrallah. L’intensità e la collocazione di questi raid a tappeto fa pensare che fossero preparatori di un’invasione di terra.
L’attacco di Beirut ha cambiato, in qualche modo, le carte in tavola?
Forse non più di tanto. Non è la prima volta che gli israeliani attaccano Beirut e nella fattispecie la sua periferia meridionale. Si tratta di un luogo spesso descritto come roccaforte di Hezbollah ma semplicemente una conurbazione urbana a maggioranza sciita, dove la presenza di Hezbollah è palpabile. Quindi gli attacchi su Beirut erano preventivabili, ce ne sono stati diversi a partire da gennaio scorso, quando è stato ucciso Saleh al-Arouri. Ma in realtà quello che cambia le carte in tavola è chiaramente il culmine degli ultimi attacchi su Beirut, cioè l’uccisione di Nasrallah.
Che cosa cerca Israele da questa escalation e, vista la recente morte di Nasrallah, come reagirà ora Hezbollah?
Israele da questa escalation probabilmente persegue due obiettivi: uno è la distruzione di Hezbollah, che risulta abbastanza improbabile proprio per la natura e la struttura del partito milizia. Il secondo è quello di creare dal punto di vista pratico una “buffer zone”, una zona cuscinetto nel sud del Libano, forse fino al fiume Litani, come accaduto in passato. Un’occupazione probabilmente temporanea, che sia funzionale al ritorno degli sfollati nel nord di Israele, che sono stati appunto sfollati nel corso di questi mesi, a causa del lancio di razzi da parte di Hezbollah.
È difficile a sua volta dire quale sarà la reazione di Hezbollah. In parte la stiamo già vedendo, nel momento in cui le truppe israeliane stanno più o meno entrando nel sud del Libano. C’è stato un lancio di missili nel corso della notte, nel corso della mattinata e un missile Fadi-4 ha anche colpito una zona dell’autostrada ai margini di Tel Aviv. Dai video che vediamo online ci sono parecchi feriti.
L’Iran attacca Israele. Esiste ora la possibilità di una guerra su larga scala?
È arrivata la risposta iraniana alle azioni di Israele, sia sul suo territorio con l’omicidio di Isma’il Haniyeh, ormai due mesi fa a Teheran sia con quello di Nasrallah e del generale iraniano Nilforoushan, uccisi a Beirut la scorsa settimana. Quella iraniana è stata una risposta accumulata a queste aggressioni israeliane, ma anche a suo modo calibrata. L’Iran ha lanciato dei missili balistici.
L’entità dell’attacco è doppia rispetto a quello precedente, quello di aprile. Sono stati lanciati missili balistici, stavolta non risultano droni. Gli iraniani avevano avvertito anche questa volta Washington e lo hanno fatto nella fase immediatamente precedente al lancio dei missili, da vari siti iraniani. Hanno dato un avvertimento per dare modo agli statunitensi di avvertire gli israeliani e di predisporre gli annunci per i civili, in modo da farli nascondere nei bunker. Questo avvertimento è stato dato sufficientemente tardi. L’obiettivo era impedire a Israele e in generale anche agli alleati regionali, più o meno ufficiali, di predisporre delle difese adeguate. Non è ancora chiaro il numero esatto degli impatti ma se gli iraniani parlano del 90% degli impatti al suolo rispetto a quelli intercettati.
Israele ribalta questa percentuale e forse è ragionevole collocarsi a metà tra queste due stime. In ogni caso i video ce ne hanno mostrati di diversi: l’Iran ha preso di mira essenzialmente tre basi militari tra cui quella di Nevatim che era già stata presa di mira la scorsa volta. E’ stato preso di mira il quartier generale del Mossad, che si trova all’interno della città di Tel Aviv, nella parte settentrionale. Sono stati attacchi che hanno avuto due funzioni: in parte ovviamente rispondere alle azioni israeliane, ritestare, come ad aprile, le difese israeliane, nel senso di testarle in relazione al numero di missili lanciati, e appunto mandare chiaramente un messaggio.
Qual è lo scenario ora?
Si apre uno scenario ancora più imprevedibile, perché Israele da quanto si capisce dalle dichiarazioni, vorrà rispondere e l’Iran ha già comunicato che se Israele risponderà, subirà un attacco molto più grave. La mia impressione è che si rischia di andare verso una guerra a oltranza di questo tipo, che potrà essere soltanto interrotta da qualche test nucleare effettuato da uno dei due contendenti per dissuadere l’altro. In questo momento potrebbe solamente Israele.
Non è però da escludere, in uno scenario prolungato di lungo termine, che l’Iran (che non ha testate nucleari) possa chiedere alla Russia di trasferirne alcune. L’obiettivo potrebbe esser quello di effettuare un test simbolico, in modo da lanciare un messaggio orientato all’interruzione delle ostilità. Però questo è del tutto prematuro. Ciò che sappiamo ora è che questo attacco iraniano è stato, in parte, un salto di qualità. Si mostrano così le capacità iraniane che sono al momento ancora molto poco esplorate. Sono stati lanciati per la prima volta i Fateh anche i Kheibar, cioè i missili balistici a lungo raggio, ma l’Iran ne possiede molti altri per cui la situazione rimane molto delicata.
È una guerra che Israele può vincere?
Bisognerebbe chiaramente decidere cosa significhi vincere perché nella narrazione israeliana è molto facile “perdere non vincendo”. Nella fattispecie questa operazione in Libano rischia chiaramente di produrre diverse perdite nei soldati israeliani, tra le truppe israeliane. Lo si può dire facendo un paragone con quanto successo sulla Striscia di Gaza. Sono morti quasi 800 soldati israeliani nonostante un engagement a terra limitato.
L’assedio su Gaza è stato soprattutto condotto dai raid dell’aviazione. Questo in un territorio bene o male semplice da affrontare per delle truppe, nonostante il contesto urbano, che ovviamente lo complica. Queste perdite, in Libano, potenzialmente possono essere molto maggiori. Sia per la preparazione di Hezbollah e per i numeri di Hezbollah, sia anche per la struttura morfologica del sud del Libano. Il territorio è infatti pieno di boschi, di gole, depressioni, promontori, colline.
Un territorio che i miliziani Hezbollah conoscono molto bene e nel quale hanno già dato prova di poter generare delle perdite nell’esercito israeliano diciotto anni fa. Diciotto anni fa Hezbollah era un movimento che militarmente valeva meno di quel che Hamas vale oggi. Oggi invece Hezbollah, dopo l’esperienza in Siria, è diventato forse l’attore non statale meglio armato e meglio addestrato del Globo per cui Israele può vincere in qualche modo, nel senso che probabilmente può riuscire ad occupare per un certo periodo il sud del Libano, ma ad un alto costo umano.
Fino a dove si può spingere Netanyahu?
È veramente difficile rispondere. Le regole di ingaggio sono state sostanzialmente violate tutte. Tutte le azioni che Israele ha condotto in questi mesi (anche al di là del teatro bellico) come le uccisioni mirate di politici o di militari (non attivi in battaglia ma impegnati in riunioni), così come l’attacco sui cerca persone, sono tutte azioni che non ci si attendeva.
Qualunque sia l’opinione che si ha su Israele e sul governo israeliano. Azioni che sfiorano sostanzialmente il terrorismo se non proprio azioni terroristiche. È molto difficile capire dove si possa spingere Netanyahu. Certamente la postura adesso dell’esercito israeliano è quella di voler in qualche modo eliminare tutti i leader che può eliminare.
La diplomazia sembra fallire. Sembra non esistere la volontà politica di arrivare a una soluzione diplomatica.
Sì, è vero non esiste una volontà politica. Sostanzialmente Israele ha la possibilità di agire in maniera assolutamente priva di freni. Questo perché è sostenuto dalla principale potenza mondiale, che è in una fase ovviamente delicata, di transizione.
Siamo alla vigilia delle elezioni statunitensi, con un presidente non in condizioni brillanti. Lo stesso che ha capito, sul piano interno, che forse paga assecondare Netanyahu, nonostante le critiche al primo ministro. Nei mesi scorsi gli Stati Uniti stanno confermando tutte le forniture di armi a Israele. Israele, come sappiamo, al di là delle forniture statunitensi ed europee, ha già in stock armamenti che potrebbero bastare per dieci anni, secondo gli analisti militari.
Dieci anni in cui Israele potrebbe condurre operazioni con la stessa intensità che sta avendo oggi, senza acquistare nuove armi. Una soluzione diplomatica sembra veramente lontana ed è forse anche per questo che si può parlare di rischio di una guerra regionale. L’Onu è impotente, e di fatto è ignorato e anche vessato dagli israeliani. Lo scenario è piuttosto tetro.