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Un anno terribile per i partiti dell’indipendenza in Africa australe

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Il 2024 è stato un anno chiave per la politica dell’Africa australe. Negli ultimi dodici mesi, diversi Stati della regione (Botswana, Mozambico, Namibia e Sudafrica) si sono recati alle urne. Quasi ovunque, i partiti al potere, eredi dei movimenti di liberazione nazionale, hanno registrato perdite importanti.

In alcuni casi, sono rimasti al governo formando delle coalizioni. Altrove, hanno rifiutato la sconfitta, mantenendo il potere attraverso brogli e violenze. In altri casi ancora, si è assistito a una transizione pacifica, nel rispetto del verdetto delle urne. Ogni Paese ha affrontato questa nuova fase della sua storia politica in modo differente.

Ma le cause profonde, alla base del declino di questi partiti, sono spesso comuni: il dilagare della disuguaglianza, la stagnazione dell’economia, la disoccupazione diffusa e la corruzione della classe politica. Problematiche rilevanti soprattutto per la parte più giovane della popolazione, che non ha vissuto l’epoca della lotta di liberazione nazionale e giudica i partiti sulla base dei risultati in questi ambiti. Per la maggior parte di questi movimenti, quindi, vivere di rendita – rivendicando la propria centralità nel processo di indipendenza – sta diventando sempre più difficile.

Le prime indipendenze

Con la decolonizzazione, nella maggior parte degli Stati dell’Africa australe, a prendere il potere furono i movimenti di liberazione nazionale, che poi lo mantennero nei decenni a venire. Accadde nei Paesi che si liberarono dal giogo coloniale nel corso degli anni Sessanta, come nella maggior parte del resto del continente. Ma avvenne anche – e soprattutto – negli Stati che dovettero attendere ancora diversi anni per vedere la fine del dominio straniero.

Nel 1963, la prima entità coloniale a cadere fu la Federazione della Rhodesia e del Nyasaland, che riuniva Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), Rhodesia del Sud (l’odierno Zimbabwe) e Nyasaland (oggi Malawi). L’anno successivo, Zambia e Malawi raggiunsero l’indipendenza. Ben presto, Kenneth Kaunda dell’United national independence party e Hastings Kamuzu Banda del Malawi congress party instaurarono dei regimi a partito unico, che ressero fino all’avvento del multipartitismo negli anni Novanta.

Negli stessi mesi, sotto la leadership carismatica di Julius Nyerere, uno dei più forti sostenitori del panafricanismo, Tanganica e Zanzibar si unirono a formare la Tanzania. Il Tanganyika african national union – qualche anno dopo rinominato Chama cha mapinduzi (Ccm), “partito della rivoluzione” in swahili – divenne l’unico movimento politico ammesso nel Paese.

L’ultimo Stato della regione – al di là delle enclave sudafricane di Eswatini e Lesotho – a diventare indipendente negli anni Sessanta fu il Botswana. Qui il potere fu preso dal Bechuanaland democratic party, che aveva vinto le elezioni dell’anno precedente. Il movimento – diventato poi Botswana democratic party (Bdp) – rimase alla guida del Paese anche nei decenni successivi, attraverso elezioni considerate più libere e trasparenti di quelle che si stavano tenendo in molti altri Stati dell’area.

Le indipendenze armate

Molti altri Paesi invece furono teatro di lunghe e violente lotte (spesso armate) per l’indipendenza. O perché i coloni non avevano nessuna intenzione di andarsene, come in Angola e Mozambico. O perché i regimi di minoranza bianca – al potere in Rhodesia del Sud – e le politiche di segregazione razziale – come l’apartheid sudafricana – godevano del solido appoggio occidentale.

D’altronde, nel contesto della Guerra fredda, per gli Stati Uniti, questi Paesi formavano il cosiddetto “bastione bianco”, un gruppo di Stati che doveva arginare l’avanzata del comunismo, spesso rappresentato dai numerosi movimenti di liberazione nazionale sorti nell’area e sostenuti da finanziamenti cinesi, cubani e soprattutto sovietici.

Supportando questi gruppi, Mosca sfruttava i conflitti regionali per espandere la propria influenza e opporsi a Washington in un’area calda per le logiche della Guerra fredda. Dal canto loro invece, molti movimenti di liberazione nazionale si avvicinarono al marxismo poiché lo consideravano l’ideologia migliore per sostenere la loro lotta armata contro i regimi di minoranza bianca e i coloni.

Movimenti di liberazione nazionale

Angola e Mozambico si liberarono dal dominio portoghese nel 1975. Con l’indipendenza, a prendere il potere furono due dei movimenti che si erano distinti nel periodo della resistenza armata: il Frente de libertação de Moçambique (Frelimo) e il Movimento popular de libertação de Angola (Mpla). Entrambi, nel giro di poco, estesero il proprio controllo su ogni aspetto della vita politica, sociale ed economica. Continuando a mantenerlo anche dopo l’avvento formale della democrazia multipartitica, negli anni Novanta.

In Zimbabwe, nel 1980, caduto il governo di minoranza bianca, emerse la Zimbabwe african national union (Zanu), il gruppo che aveva guidato la resistenza (anche armata) contro i discendenti dei coloni. Fin da subito le elezioni furono accompagnate da violenza, brogli e frodi, spingendo rapidamente il Paese verso la dittatura. Prima con Robert Mugabe, poi con Emmerson Mnangagwa.

Per vedere nascere la Namibia, invece, fu necessario ancora un decennio. Il Sudafrica – a cui era stato affidato il mandato sul territorio – mollò la presa solo nel 1990. Le prime elezioni – così come tutte le tornate successive – furono vinte dalla South-west african people’s organization (Swapo), il movimento che si era distinto nella lotta armata per l’indipendenza.

Perché l’apartheid sudafricana giungesse alla sua fine, furono invece necessari altri quattro anni. L’African national congress (Anc), che da quasi un secolo si opponeva alle politiche di segregazione razziale, stravinse le prime elezioni multipartitiche del 1994. Da quel momento, forte anche del valore storico della lotta all’apartheid, l’Anc ha vinto una consultazione elettorale dopo l’altra.

Un terremoto politico

In tutti questi Paesi (ad eccezione di Zambia e Malawi) i movimenti di liberazione nazionale sono rimasti al potere in modo ininterrotto per decenni, anche dopo l’introduzione – in alcuni Stati solo formale – della democrazia multipartitica negli anni Novanta.

Che qualcosa fosse destinato a cambiare però era evidente già a maggio 2024, quando alle elezioni generali sudafricane, l’Anc ha registrato il suo peggior risultato di sempre. Persa la maggioranza assoluta in Parlamento, il partito è stato costretto ad allearsi con forze di opposizione per creare un governo. Alla fine, alla guida del Paese è rimasto Cyril Ramaphosa, leader dell’Anc, ma con una legittimità politica e un consenso decisamente più deboli.

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Fonte: Statista

Ma le vicende sudafricane erano solo il preludio di un vero e proprio terremoto politico in autunno. Tra ottobre e novembre, altri tre Stati si sono recati alle urne – Mozambico, Botswana e Namibia – e i risultati hanno messo prepotentemente in discussione gli equilibri politici consolidati.

Tra caos e stabilità

In Mozambico, secondo i risultati ufficiali, Daniel Chapo, candidato del Frelimo, ha ottenuto il 70% dei consensi. Ma diversi osservatori indipendenti (tra cui Unione europea e Conferenza episcopale) hanno denunciato irregolarità e frodi. Mentre l’opposizione ha annunciato che il reale vincitore era il suo leader Venâncio Mondlane e incitato i suoi sostenitori a protestare. Il risultato è che, a distanza di oltre due mesi, il Paese è ancora in subbuglio. Se, quasi ogni giorno, le piazze sono piene di giovani, dall’altro lato, il Frelimo ha adottato un pugno di ferro, reprimendo duramente i manifestanti. E mettendo in chiaro di non avere nessuna intenzione di abbandonare il potere.

Qualche settimana dopo, invece, in Botswana, il Bdp è crollato dai 38 seggi del 2019 a soli 4. Il partito, al potere per quasi sessant’anni, è ora la quarta forza in Parlamento. In questo scenario inedito, i leader del Paese hanno confermato la reputazione di good governance che circonda il Botswana con una transizione pacifica di potere dal presidente uscente, Mokgweetsi Masisi, a quello entrante, Duma Boko, leader dell’Umbrella for democratic change.

La Namibia è stata l’ultimo Stato a votare. Ha vinto Netumbo Nandi-Ndaitwah, candidata della Swapo e prima donna presidente del Paese. Ma il suo partito ha registrato una contrazione importante, passando dal 66% del 2019 al 53%. In più, i risultati ufficiali sono stati contestati dall’opposizione, che – come già avvenuto nel 2019 – denuncia irregolarità e ha fatto ricorso alla Corte suprema.

Non conta più solo la storia

Sebbene in forme diverse e con esiti differenti, il 2024 per molti ex movimenti di liberazione nazionale è stato un anno terribile. Ma in realtà non si tratta di risultati inaspettati: il loro declino era evidente già da tempo.

D’altronde, quasi tutti hanno vissuto a lungo di rendita. Enfatizzando il loro ruolo storico nella lotta di liberazione nazionale, rivendicavano di essere i “padri fondatori” dei propri Paesi e, in quanto tali, di essere legittimati a restare al potere.

Ma, con il passare degli anni e il ricambio generazionale, questa narrativa ha iniziato a indebolirsi sempre di più. Per le generazioni più giovani, il ruolo storico di questi movimenti è sempre meno rilevante. Ciò che conta piuttosto è la loro capacità di proporre soluzioni efficaci ai principali problemi che attanagliano i loro Paesi: disoccupazione, disuguaglianza, corruzione e difficoltà economiche.

In quei Paesi dove le elezioni non sono manipolate, la popolazione ha presentato il conto ai propri leader in termini di sconfitte elettorali. Mentre negli Stati in cui i partiti si mantengono al potere con brogli e frodi, i cittadini hanno iniziato a manifestare contro la classe politica.

Disuguaglianza e povertà

La mancata diversificazione dell’economia (con la parziale eccezione sudafricana) rende questi Paesi dipendenti ancora oggi dalla vendita di materie prime, i cui prezzi fluttuano continuamente sul mercato internazionale. Il caso più eclatante è il Botswana, dove il 50% del Pil deriva dalla sola produzione di diamanti.

Come se non bastasse, la ricchezza è spesso distribuita in modo iniquo. Un’eredità delle politiche coloniali e di segregazione razziale che molti Stati – a distanza di decenni – non sono ancora riusciti a superare. Se in Sudafrica c’è l’indice di Gini più alto al mondo (63.0), nessuno degli altri Paesi della regione (tranne Malawi e Tanzania) scende al di sotto del 50.0. Questioni come la riforma della terra – da redistribuire dagli eredi dei settler bianchi ai contadini neri – sono ancora aperte e attuali in Sudafrica e Zimbabwe. Oltre che ben lontane da una risoluzione.

Spesso la disuguaglianza va a braccetto con la povertà. Alcuni Stati – Botswana, Namibia e Sudafrica – sono considerati upper-middle income countries (Paesi a medio-alto reddito secondo la classificazione delle Nazioni Unite). Ma il 63% dei sudafricani (circa 39 milioni di persone) vive con meno di 6,85 dollari al giorno, la linea di povertà per questo gruppo di Stati. Percentuali simili si registrano anche in Namibia e Botswana. Mentre il Mozambico è il terzo Paese più povero del continente, con oltre il 74% della popolazione che dispone di meno di 2,15 dollari al giorno.

Popolazione disoccupata, politici corrotti

Di pari passo vanno anche le statistiche sulla disoccupazione. Ancora una volta è il Sudafrica a primeggiare: oltre il 32% degli abitanti è senza lavoro, il tasso più alto al mondo. Se poi si stringe il cerchio sulla disoccupazione giovanile (15-34 anni), il dato peggiora ancora, raggiungendo il 46%. Ciononostante, è probabile che il tasso peggiore si registri in Namibia. Pari al 50% nel 2018, negli anni successivi, secondo gli analisti, la disoccupazione giovanile è cresciuta ancora, complice la pandemia da Covid-19. Ma il governo, a quel punto, ha smesso di rilasciare statistiche.

La corruzione poi è un altro paio di maniche. Se il Frelimo in Mozambico è ciclicamente travolto da scandali l’Anc sudafricana non è da meno. Tra Zuma, Ramaphosa e ministri vari, accuse e condanne non si contano più. Non è immune a critiche nemmeno il Bdp in Botswana, accusato di nepotismo dopo che importanti contratti sono stati assegnati a un’azienda controllata dalla sorella del presidente uscente. Mentre le accuse a diversi leader della Swapo (tra cui l’ex capo di Stato Hage Geingob) riguardano il riciclaggio di denaro in compagnie offshore.

Date le premesse, dunque, per gli ex movimenti di liberazione nazionale il futuro si preannuncia sempre più fosco.

 

Fonti e approfondimenti

Al Jazeera, “Namibia faces election chaos as voting extended after ‘irregularities’”, 30 novembre 2024

Bussotti Luca, “Mozambique’s deadly protests: how the country got here”, The Conversation, 5 dicembre 2024

Cheeseman Nic, “La fine di un’epoca per gli ex liberatori”, Internazionale, 22 novembre 2024

Fabricius Peter, “Are Southern Africa’s former liberation movements going out of fashion?”, Institute for security studies, 8 novembre 2024

Nhamirre Borges, “Latest elections widen Mozambique’s democratic deficit”, Institute for security studies, 22 ottobre 2024

Pallotti Arrigo, Zamponi Mario. 2010. L’Africa subsahariana nella politica internazionale. Firenze, Le Monnier

Tunji Namaiko, Chikohomero Ringisai, “Great expectations as democracy wins in Botswana”, Institute for security studies, 15 novembre 2024

World Bank. South Africa. ottobre 2024

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