Era il 9 maggio 2022, quando a Pinga – un piccolo villaggio congolese tra i territori di Walikale e Masisi, nella provincia del Nord Kivu – si incontrarono alcuni militari. Da un lato, c’erano alcuni comandanti delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo (Fardc), dall’altro, dei leader ribelli.
Si erano riuniti lontano da occhi indiscreti per suggellare un’alleanza tra esercito regolare e gruppi armati. Il patto che ha portato le milizie di autodifesa a combattere al fianco delle Fardc, autodefinendosi wazalendo (“patrioti” in swahili).
L’origine delle milizie di autodifesa
Prima di essere considerati dei patrioti, i wazalendo erano a tutti gli effetti dei ribelli. Rientravano tra gli oltre cento gruppi armati attivi nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Erano milizie di autodifesa, la cui formazione nelle province orientali (soprattutto nel Nord Kivu) si è diffusa nei primi anni Novanta.
Proprio in quel periodo, infatti, nell’area, esplosero tensioni etniche, fomentate anche dal dibattito in seno alle istituzioni politiche congolesi sul riconoscere o meno la cittadinanza ai tutsi, considerati ruandofoni e stranieri. Il genocidio in Ruanda e la fuga di circa un milione di hutu – sia genocidari che civili – nella Rdc non fecero altro che peggiorare la situazione. Nelle province orientali congolesi, si inasprirono le tensioni tra le comunità che si definivano autoctone – ad esempio, hunde, nande, nyanga e tembo – e quelle considerate alloctone – hutu e tutsi.
In una situazione sempre più instabile, ogni gruppo iniziò a creare le proprie milizie di autodifesa per fronteggiare gli attacchi dei rivali. Una dinamica che continuò anche durante e dopo le due guerre del Congo (1996-1997 e 1998-2003).
Dal canto loro, i due conflitti contribuirono ad ampliare e complicare ulteriormente il panorama dei movimenti armati. Alle milizie di autodifesa, si aggiunsero diversi altri gruppi. Alcuni nati e scomparsi nel giro di poco, altri rimasti in attività più a lungo. Molti movimenti erano sostenuti dai Paesi confinanti (Ruanda, Uganda e Burundi), tanti altri si servivano del territorio congolese per lanciare attacchi contro questi stessi Paesi.
Il risultato è un ambiente fluido che persiste ancora oggi e dove il governo di Kinshasa non è in grado di esercitare la propria autorità, tanto che i gruppi armati si sostituiscono allo Stato centrale. Nei territori che controllano, istituiscono la loro amministrazione politico-militare e riscuotono tasse, promettendo in cambio la garanzia di sicurezza agli abitanti. Ma, al contempo, si macchiano anche di abusi e violazioni dei diritti umani.
Da ribelli ad alleati
Oltre a scontrarsi tra loro e con altri ribelli, le milizie di autodifesa fronteggiavano anche l’esercito congolese, dispiegato nelle province orientali per combattere i movimenti armati e ripristinare il controllo statale sulla regione. Però, a novembre 2021, con il ritorno in attività del Movimento del 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, il conflitto ha conosciuto un’escalation. E le forze regolari sono andate sempre più in affanno.
A tal punto che il 9 maggio 2022, in gran segreto, alcuni ufficiali delle Fardc – tra cui il colonnello Salomon Tokolonga, esponente di alto profilo dell’esercito nel Nord Kivu – e diversi comandanti ribelli hanno negoziato un patto di non aggressione e creato una coalizione – definita “patriottica” – contro l’M23.
A comporre il grosso dell’alleanza erano le milizie di autodifesa contro le quali, fino a quel momento, il governo aveva ufficialmente combattuto. Un cambiamento netto non solo sul piano delle collaborazioni militari ma anche dal punto di vista della retorica. Se fino all’incontro di Pinga, Kinshasa – almeno pubblicamente – definiva questi gruppi dei ribelli, ora erano diventati delle forces amies, “forze amiche”. Da parte loro, invece, le milizie hanno iniziato ad autodefinirsi wazalendo, “patrioti”.
A Pinga poi c’erano anche due comandanti anziani delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, gruppo armato fondato da alcuni hutu responsabili del genocidio ruandese e fuggiti nella Rdc. La loro presenza suggellava e rendeva evidente la cooperazione tra il movimento e le Fardc. E ciò ha anche permesso ai tutsi dell’M23 (e al Ruanda) di giustificare le proprie azioni. Con l’esigenza di difendere i membri della propria comunità dagli attacchi degli hutu.
Dopo l’incontro di Pinga, le evidenze di una collaborazione tra esercito regolare e gruppi armati non hanno tardato ad arrivare. Già nell’autunno del 2022, Human rights watch ha denunciato che i ribelli ricevevano munizioni, uniformi, stivali e rifornimenti alimentari dalle Fardc. Tutto questo, in cambio di appoggio contro l’M23.
La legalizzazione
Quando poi, a novembre 2022, l’M23 ha lanciato una violenta offensiva che si è fermata a pochi chilometri da Goma, il presidente congolese, Félix Tshisekedi, ha incitato alla formazione di “gruppi di vigilanza contro le ambizioni espansionistiche” del movimento. Un invito ad arruolarsi non solo nelle Fardc ma anche nei gruppi di autodifesa che infatti, in poco più di un anno, hanno guadagnato circa 40.000 nuove reclute.
Quanto accordato a Pinga, però, necessitava di un framework legale perché la collaborazione tra Fardc e gruppi armati potesse svilupparsi apertamente. A inizio 2023 quindi, il governo congolese ha proposto una nuova politica di difesa nazionale che includeva la creazione di truppe di riservisti, composte dalle forze di autodifesa. Approvata all’unanimità dal Parlamento il 3 settembre 2023, la disposizione ha di fatto legalizzato l’utilizzo dei gruppi armati come ausiliari all’interno dell’esercito nazionale.
Restano i rischi del passato
Tuttavia, il rischio concreto è che si ripetano gli errori del passato. Le Fardc infatti sono in larga parte il prodotto dell’integrazione mal riuscita di ex combattenti dei movimenti armati smobilitati dai primi anni Duemila. Le diserzioni – soprattutto nei ranghi più elevati – sono all’ordine del giorno: riprendendo la lotta armata, i militari sperano di ottenere posizioni più prestigiose nel round successivo di smobilitazione e integrazione.
Non è tanto diverso quanto successo nella primavera del 2024. Quando, con l’obiettivo di definire le gerarchie nella nuova forza di riservisti, i leader di diversi gruppi wazalendo sono stati convocati a Kinshasa. Nel momento in cui lo stato maggiore delle Fardc ha chiesto loro di presentare gli elenchi dei combattenti per procedere all’integrazione, c’è stata una vera e propria corsa al reclutamento per aumentare il più possibile i propri numeri e il peso in sede negoziale.
Il risultato di queste dinamiche competitive è un esercito estremamente debole e corrotto, con catene di comando parallele e una gerarchia poco chiara. Le conseguenze sul campo di battaglia sono devastanti: l’esercito congolese incassa una sconfitta dopo l’altra.
Da ribelli a eroi nazionali
Nei giorni della presa di Goma, a fine gennaio 2025, si sono moltiplicate in tutta la Rdc le manifestazioni a sostegno dell’esercito congolese e dei wazalendo. Soprattutto nel caso di questi ultimi – fino a quel momento (giustamente) accusati di essere tra i responsabili della situazione di perenne conflittualità e delle violazioni dei diritti umani nell’Est – c’è stato un netto cambiamento di retorica. Esaltandone il coraggio e il sacrificio, la loro figura è stata trasformata da quella di ribelli a eroi nazionali.
Tuttavia, restano gli abusi e le violazioni dei diritti umani che i wazalendo (così come le Fardc e gli altri gruppi armati attivi nell’area) commettono da anni nelle province orientali. Torture, violenze sessuali, arresti arbitrari e reclutamento di bambini soldato continuano. Nonostante siano passati in secondo piano rispetto a un conflitto che sta provocando migliaia di morti e sfollati. E che sta mettendo a repentaglio l’integrità territoriale e la sovranità di un intero Paese.
Fonti e approfondimenti
Africa defense forum, “Wazalendo Add to Eastern DRC’s Complex Brew of Combatants”, 16 gennaio 2024
Gras, Romain, “DRC’s wazalendo, Tshisekedi’s unpredictable allies”, The Africa Report, 21 maggio 2024
Guainazzi, Aurora, “Origini e sviluppi dei conflitti nell’Est della RDC: parole dal Nord Kivu”, Lo Spiegone, 31 maggio 2023
Human rights watch, “DR Congo: Army Units Aided Abusive Armed Groups”, 18 ottobre 2022
Pierret, Coralie, “The ‘wazalendo’: Patriots at war in eastern DRC”, Le Monde, 19 dicembre 2023
Verweijen Judith, Thill Michel, “ DRC has created a reserve force to fight the M23 – why this may be backfire”, The Conversation, 27 gennaio 2025