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La Germania alle urne, sospesa tra austerità e riarmo

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Mancano poche ore alle elezioni in Germania, dove il 23 febbraio si terrà un voto che possiamo già definire spartiacque. Se le urne incoroneranno la Cdu/Csu e Friedrich Merz come vincitori relativi, a occupare le prime pagine ci sarà con ottime probabilità anche il risultato dell’AfD. 

La forza guidata da Alice Weidel viaggia nei sondaggi nazionali a una percentuale mai toccata prima, sopra al 20%. Un dato che non basta a cantare vittoria, considerato che aggirare il muro alzato dagli altri partiti per evitare il loro ingresso nella maggioranza non sarà affatto una passeggiata. Ma che impone un cambio di paradigma a Berlino, chiamata a identificare un nuovo baricentro dopo la fine dell’esperienza “semaforo” composta da socialdemocratici, liberali e verdi. Neppure questa, una sfida facile. Anche se una rotta sembra già tracciata.   

Il costo dell’austerità in Germania   

Per capire il contesto in cui si inserisce il voto del 23 febbraio, bisogna riavvolgere il nastro e tornare a due momenti decisivi, strettamente collegati. Il primo risale alla sentenza con cui, alla fine del 2023, la Corte costituzionale del Paese ha ribadito il dogma del “freno al debito”, una norma costituzionale volta a limitare l’utilizzo del debito come strumento per finanziare le politiche economiche. 

La pronuncia della Corte ha messo in difficoltà il governo, sollevando un forte interrogativo in tutta Europa sull’austerità e le sue conseguenze. Che non hanno tardato a manifestarsi. Il secondo momento, infatti, è legittimo erede di questo dibattito e riguarda la spaccatura nella coalizione di governo. Spaccatura consumata con il licenziamento del ministro delle Finanze, Christian Lindner, nel novembre 2024. 

Solitamente etichettato come un “falco” dell’economia, l’esponente liberale è tra le figure che incarnano la linea più fedele alla rigidità dei conti pubblici. Cosa significa lo ha espresso a chiare lettere in un documento rivelato a pochi giorni dalla fatidica decisione sul bilancio federale 2025. Per rilanciare l’economia, Lindner proponeva un massiccio piano di tagli, sintetizzabile in una lunga serie di segni meno. Meno burocrazia, meno tasse, meno welfare.  

Una proposta arrivata dopo mesi e mesi di tensioni, che ha fatto saltare i nervi degli alleati, contrari a un ridimensionamento degli investimenti pubblici in un periodo di recessione. Lindner l’ha fatta – secondo alcuni volutamente – fuori dal vaso. Non per tutti però. Dall’opposizione si è alzata la voce di Friedrich Merz, che ha prontamente suonato la carica, sostenendo come le proposte del documento «andassero nella giusta direzione». 

Il costo del consenso in Germania   

Nei mesi a venire, l’entusiasmo di Merz ha dovuto fare i conti con un crescente moto di dissenso interno sul freno al debito, che ha visto tra i protagonisti anche l’ex cancelliera Angela Merkel. Senza arrivare a una drastica messa in discussione, anche profili insospettabili sono riusciti ad aprire gli occhi sulla minaccia alla democrazia che esso contiene.  

Studi e studi dimostrano infatti come a tale politica economica sia associato un aggravamento della distanza tra classi sociali. E, parallelamente, una maggiore polarizzazione politica. Perché se lo Stato non garantisce una prospettiva, la prospettiva diventa chi allo Stato e ai suoi attuali rappresentanti si contrappone con più forza. 

Un fatto tanto più evidente nei tempi di crisi, che costituiscono l’alimento naturale delle forze estremiste. Come riporta Truthout, per comprendere il sostegno all’AfD è sufficiente dare un’occhiata alla mappa dei quartieri. Dove a una minor copertura finanziaria per assicurarsi un tetto sopra la testa, corrisponde una maggiore probabilità di rivolgersi a destra. E visti gli attuali problemi del tessuto produttivo tedesco, non deve stupire se la quota è in aumento.  

Non tutto può essere circoscritto a una questione economica. Oltretutto in Germania persistono ancora potenti fratture socio-culturali dai tempi della riunificazione. Ma che il malcontento abbia profonde radici nelle disuguaglianze non si può più negare. E l’unico attore che può rimediare agli svantaggi e garantire benessere è non a caso proprio quello che le forze più conservatrici puntano a ridimensionare. Perlomeno nelle sue politiche di cura. 

Il costo del riarmo in Germania

Il limite alla spesa, infatti, non vale allo stesso modo per tutto. Mentre il portafoglio si apre a fatica se si tratta di politiche sociali, quando l’oggetto degli investimenti diventano gli arsenali militari cambia tutto. In seguito all’invasione su larga scala dell’Ucraina, la Germania ha dato il via a un poderoso piano di riarmo. Arrivando a spendere nel 2024 90 miliardi e spiccioli, il 2% del Pil richiesto dalla Nato. 

Un tempo considerata una soglia eccessiva, il 2% rappresenta alla vigilia del voto il minimo comune denominatore per tutti i partiti sicuri di entrare nel Bundestag. A sorpresa, la fazione più guerrafondaia è quella costituita dai Verdi, che addirittura si spingono a invocare il 3,5%. Un addio agli ideali antimilitaristi impressi nel primo Manifesto, in cui ecologismo e non violenza venivano dipinti come due necessità inseparabili. Oggi la realtà è un’altra. E in un dibattito bruscamente virato a destra, la sicurezza è diventata la chiave di volta ideale per rilanciare industria e società. 

Un orizzonte che, dato il peso della Germania negli equilibri europei, continuerà a coinvolgere tutta l’Unione. Gli investimenti per la difesa del resto sono già aumentati in 22 dei 27 Stati membri (in undici casi, superando il +10%). E al fine di evitare inutili polemiche, la Commissione ha già segnalato l’intenzione di dare carta bianca ad ogni spesa armata, varia ed eventuale. I freni al debito, un lontano ricordo. 

Insomma, a un’analisi più attenta, la “giusta direzione” del prossimo cancelliere Friedrich Merz sembra quindi prospettare, con le parole di Ana Vračar, due stagioni diverse. Primavera per la militarizzazione, inverno per i diritti sociali. Se una è già sicura prima del voto, per l’altra si aspetta conferma. 

Fonti e approfondimenti

Copelovitch M, Ziblatt D, “Why the debt brake is a threat to democracy in Germany”, WZB, 27/03/2024

Dhenin M, “Experts Warn No Action on High Rents Could Drive Voters to Germany’s Far Right”, Truthout, 19/02/2025

Kozul-Wright a, “Debt brake: How this fiscal rule could shape Germany’s election“, al-Jazeera, 21/02/2025 

Plavgo, I., Burgoon, B., Alves Fernandes, D., Pöyliö, H., & Lehmus-Sun, A. (2024). Social Investment Returns over the Life Course. Robert Schuman Centre for Advanced Studies Research Paper, (2024_14)

Weisskircher, M. (2020). The strength of far‐right AfD in eastern Germany: The east‐west divide and the multiple causes behind ‘populism’. The Political Quarterly, 91(3), 614-622

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