Parole e speranze dal cuore caldo dell'Africa
Un’unica strada asfaltata attraversa il villaggio di Monkey Bay: è ai suoi lati che si concentrano le principali attività economiche e si affollano ogni giorno gli abitanti.
Pomodori, verze, banane e mango sono disposti su dei teli stesi sulla terra polverosa. Ogni tanto, qua e là, spunta qualche mela e si notano dei piccoli limoni. Un giovane ragazzo siede dietro a dei sacchi di iuta contenenti fagioli, ceci e qualche cereale. Per comprare il pesce, basta fare qualche altro passo e ci si imbatte in ceste di aringhe appena pescate dal vicino lago. L’odore è pungente sotto il caldo asfissiante. È mattina inoltrata e il sole picchia forte con i suoi 45 gradi. Ma i commercianti continuano instancabilmente a invitarmi ad acquistare i loro prodotti: dalla loro vendita dipende la speranza di poter assicurare un pasto alla propria famiglia, la sera.
È periodo di carestia a Monkey Bay, cittadina sulle sponde meridionali del lago Malawi. Manca tutto. Non c’è la farina per fare il pane. Al mercato si trova ben poco. Nei negozi molti scaffali sono semivuoti. Tutt’intorno, il paesaggio è brullo, secco e polveroso. Non piove da mesi. Da troppi mesi. L’ultima stagione delle piogge si è conclusa troppo presto, a febbraio. Lo scorso ottobre, ci sono stati i primi scrosci, violenti. Ma la terra era talmente arida che ha assorbito immediatamente l’acqua. Pochi minuti dopo la fine dell’acquazzone era di nuovo tutto asciutto e secco. Come se non fosse successo nulla.
All’inizio del 2024, in Malawi, gli effetti di El Niño si sono andati a sommare al preesistente e graduale innalzamento delle temperature dovuto al cambiamento climatico. E ciò ha fatto sì che il Paese entrasse in uno dei peggiori periodi di siccità degli ultimi anni. El Niño è un fenomeno climatico che si verifica in media ogni cinque anni e provoca il riscaldamento delle acque superficiali dell’oceano Pacifico centrale. La conseguenza sono intense precipitazioni in America centro-meridionale, uragani nel sud del Pacifico e prolungati periodi di siccità in Africa subsahariana. Proprio quello che è successo in Malawi nel 2024.
Grano e riso, nessun raccolto
È un sabato mattina di fine ottobre e sto camminando con Suor Leonia – la madre superiora della missione delle suore sacramentine a Monkey Bay – per i suoi terreni agricoli. «Lo scorso anno, avevo piantato cinque ettari – racconta – era venuto proprio bene. Ma, proprio nel momento in cui il grano aveva iniziato a fare il fiore, la pioggia è finita. Da febbraio non è venuta più». Infatti, è proprio in quel momento che il Malawi ha iniziato a fare i conti con gli effetti di El Niño: la stagione delle piogge si è conclusa con un paio di mesi di anticipo ed è iniziata una dura siccità.
Lo sguardo di Suor Leonia si abbassa mentre aggiunge: «Avevamo lavorato così tanto, tutto a mano. Avevamo messo i fertilizzanti, tutto quello che serviva. Ma non siamo riusciti a raccogliere il grano. Se avessimo avuto dell’acqua di riserva avremmo potuto bagnare il terreno. Però non ce l’avevamo e la pioggia era già finita».

Il mercato è il cuore economico di un villaggio. Ma, anche lungo la strada che lo attraversa, ci sono bancarelle e teli stesi sul suolo, dove gli abitanti espongono i loro prodotti.
Ma c’era ancora tempo per cercare un’alternativa e provare ad assicurarsi le scorte di un cereale per il resto dell’anno. Mentre fissa un punto lontano, Suor Leonia continua: «Ho detto “vado vicino al lago a preparare il campo per il riso”. Ho lavorato quasi due ettari di terreno e l’ho piantato. Ma ci sono state delle alluvioni in Tanzania. Il fiume Ruhuhu [immissario tanzaniano nel lago Malawi N.d.R.] ha portato molta acqua nel lago che si è “gonfiato”, inondando le risaie proprio nel momento del raccolto». Si ferma un attimo e poi sottolinea: «Così quest’anno non sono riuscita a raccogliere né il grano, né il riso». Come lei, tanti altri malawiani.
Tanto che, poco dopo questi eventi, il 25 marzo, il presidente del Paese, Lazarus Chakwera, ha dichiarato lo stato di disastro in 23 dei 28 distretti. Il settore primario d’altronde è fonte di sussistenza per il 90% della popolazione e ciò poneva premesse concrete per una dura carestia nei mesi successivi. Secondo le stime governative, ad aprile, era stato raccolto il 45% in meno di mais rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Si era sostanzialmente dimezzato il raccolto di un cereale alla base dell’alimentazione locale, coltivato da ben nove household su dieci.
Crescono i prezzi e manca tutto
La via principale di Ntcheu – villaggio al confine occidentale con il Mozambico – è affollata di persone a piedi, biciclette-taxi in cerca di passeggeri e motociclette. Man mano ci avviciniamo a uno dei due distributori di benzina, davanti ai nostri occhi si staglia una lunga coda di auto, furgoncini e mezzi di ogni genere. Ultimamente, in Malawi manca il carburante. «Il governo non ha i soldi per comprarlo – dice Suor Elena – e quindi alle pompe non c’è mai. Oggi si è diffusa la voce che un’autobotte potrebbe arrivare con dei rifornimenti». Ecco il perché della lunga coda.
Alcuni autisti siedono pazienti sui loro veicoli in speranzosa attesa. Altri si sono radunati in piccoli capannelli per fare due parole e scambiarsi le ultime novità. A sera, però, la benzina non è ancora arrivata. E il giorno dopo, all’alba, quando lascio Ntcheu, la coda è ancora lì, sempre più lunga. Tanti hanno passato la notte in fila, in attesa, per non perdere il posto. La benzina è diventata così rara e preziosa che i malawiani sono disposti ad attendere per ore – se non giorni – l’arrivo dell’autobotte, mettendo in pausa qualsiasi altra attività quotidiana. Ma, in realtà, nel Paese non manca solo la benzina. E i prezzi di quel poco che c’è crescono, inesorabili. Ci avviciniamo a un albero di mango e Suor Leonia commenta: «Tanti nelle campagne non hanno più niente da mangiare e hanno iniziato a rubare i manghi sugli alberi. C’è già carestia e i prossimi mesi saranno ancora più duri».
Poco fuori Lilongwe, la capitale del Malawi, ci sono dei silos per accumulare le riserve di grano. Di solito, la distribuzione delle scorte inizia a dicembre. Quest’anno, già a ottobre il cereale era introvabile. Anche perché «buona parte delle scorte è stata venduta all’estero dal governo per ottenere la liquidità necessaria per rispettare alcune scadenze sul debito» specifica Suor Ornella, madre superiora dalla missione delle sacramentine a Lilongwe. Attualmente superiore all’80% del Pil, il debito malawiano ammonta a circa 17 trilioni di kwacha (8,75 miliardi di dollari). E così, alla fine del 2024 – stima il World food program – oltre il 40% della popolazione si trovava in condizioni di fame acuta. Mentre il nuovo raccolto non arriverà prima di aprile 2025.
Un lungo lavoro manuale
«Quest’anno, stiamo preparando dieci ettari di terreno per la semina – racconta Suor Leonia – ci vogliono quattro mesi di lavoro perché i miei operai hanno solo la zappa». Quando mi mostra il terreno è fine ottobre e manca ancora una porzione da lavorare. «Abbiamo iniziato ad agosto per essere pronti a fine novembre, quando dovrebbe arrivare la prima pioggia». Che sarà fondamentale per l’irrigazione dei campi. Infatti, Suor Leonia – come tanti altri agricoltori in tutto il Paese – spera in una buona stagione delle piogge, migliore di quella dell’ultimo anno.
Il Malawi è il sesto esportatore mondiale di tabacco: dalla sua vendita nel 2022 ha ricavato 435 milioni di dollari. Produrre tabacco richiede molto lavoro manuale. Prima, viene seminato in grandi orti e le piantine sono bagnate ogni giorno. Poi, con l’arrivo delle prime piogge, vengono spostate nei campi, dove hanno maggiore spazio per crescere. Infine, una volta raccolto, il tabacco è lasciato essiccare al sole.
«Se avessi avuto un trattore sarebbe stato tutto più facile» dice. Sarebbero serviti molto meno tempo ed energie per preparare i campi. La qualità del lavoro sarebbe stata sicuramente superiore. E i suoi operai si sarebbero potuti dedicare ad altre attività, aumentando la produttività della piccola azienda agricola.
Ma «se avessi un trattore, potrei anche metterlo a disposizione della comunità» riflette Suor Leonia. Tutt’intorno a noi, è una distesa di campi. Alcuni sono pronti per la semina, tanti altri sono incolti. Siamo in una delle aree più fertili del circondario e il potenziale è notevole. Soprattutto se si considera l’importanza del settore agricolo per la sussistenza quotidiana. Ma anche per l’economia del Paese, dipendente in larga parte dall’esportazione di commodities come tè, tabacco e arachidi. La loro produzione infatti contribuisce al 30% del Pil nazionale e impiega l’80% della forza lavoro.
«Una volta inserita la propria benzina – dice Suor Leonia – ogni contadino dell’area potrebbe usare il nostro trattore per lavorare i suoi campi. Così potrebbe produrre il cibo necessario per la sua famiglia o i prodotti da vendere al mercato». Lei ce l’aveva un trattore. Ma si è rotto e ripararlo era troppo costoso e complesso. Ora spera di trovarne presto un altro: «Non mi serve che sia grosso o tecnologico. Mi basta che funzioni».
Sistemi di irrigazione che ancora non ci sono
Ci avviciniamo a un bastone solitario, piantato nel suolo. «Lì ho trovato l’acqua – dice – ora però devo trovare i soldi per costruire il pozzo». Le indagini preliminari per verificare se c’era o meno presenza di fonti idriche le sono costate quattro milioni di kwacha (circa 2.000 euro). Ora ne servirebbero altri 7 milioni (circa 3.500 euro) per costruire il pozzo. Una somma che al momento la missione non ha.
Ma, intanto, Suor Leonia ha già definito il suo progetto: «Voglio creare un pozzo dotato di una pompa per l’estrazione dell’acqua, alimentata da pannelli fotovoltaici. E poi ci sarà un sistema di irrigazione che porterà l’acqua nei campi». Indica un punto alla sua destra e aggiunge: «Laggiù abbiamo le banane, ma adesso è tutto secco perché non abbiamo l’acqua».
Suor Leonia è la madre superiora della missione delle suore sacramentine a Monkey Bay. Con un passato da insegnante, ma una passione profonda per l’agricoltura, grazie ai suoi campi sogna di portare la scuola della missione all’autosufficienza alimentare.
Sviluppare dei sistemi di irrigazione efficienti è una delle priorità più urgenti per il Malawi. Soprattutto alla luce delle ricorrenti siccità e carestie. Fenomeni che – complice anche l’avanzare incessante del cambiamento climatico – diventeranno sempre più frequenti e violenti in futuro.
Attualmente, la diffusione di adeguati impianti di irrigazione è molto limitata. Secondo i dati del governo, questi sistemi sono presenti su meno di 150.000 ettari. Con un potenziale di terreni irrigabili stimato a circa 500.000 ettari, l’esecutivo da anni ha annunciato di voler investire nel settore. Ma quel che è stato fatto finora è ben poco. Dunque, chi se lo può permettere cerca di sviluppare autonomamente dei sistemi di irrigazione. Chi invece non ce la fa continua a sperare in una buona stagione delle piogge. Cosa che però, in futuro, rischia di verificarsi sempre meno frequentemente.
Capital Hill: il Paese dall’alto, in tutti i sensi
Il cuore della vita politica del Malawi è Capital Hill, una piccola collina da dove si può osservare Lilongwe, la capitale, dall’alto. Qui si trovano i ministeri, gli uffici del presidente e del vicepresidente e le stanze dove si riuniscono i componenti del gabinetto. Voluta da Hastings Kamuzu Banda, dittatore del Malawi tra il 1963 e il 1994, Capital Hill è il luogo dove vengono prese le decisioni più importanti per il futuro del Paese.
Per raggiungerla, saliamo di qualche decina di metri rispetto al resto della città. La strada è ampia. A intervalli regolari, alla nostra sinistra, si staccano delle vie secondarie che portano agli edifici ministeriali. Le strutture bianche sono sobrie, ma imponenti. Tutt’intorno giardini di un verde scintillante, alberi e qualche fiore. È domenica e non c’è anima viva in giro.
Mentre mi guardo intorno, provo un forte senso di straniamento. Fino a pochi minuti fa, ero nel bel mezzo di una strada trafficata, circondata dal rumore di vecchie auto, da ogni genere di animali e da tante, tantissime, persone a piedi o in bicicletta. È bastato qualche metro perché il Malawi, come l’avevo conosciuto nelle ultime settimane, cambiasse completamente faccia. Ora a farla da padrone erano silenzio, ordine e pulizia. Niente più vociare, musica e animali a spasso indisturbati. Capital Hill – nella sua freddezza e maestosità – per me aveva perso la capacità di trasmettere il vissuto delle persone, la storia del Paese, le sue lotte passate e, soprattutto, le tante altre battaglie che lo attendono.
Superata la trentennale dittatura di Banda, infatti, per il Malawi la strada è ancora lunga. I livelli di povertà sono tra i più alti del continente: oltre il 70% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno. Peggio fanno solo Madagascar (80%), Repubblica Democratica del Congo (78%) e Mozambico (74,5%). Solo il 33% dei bambini e delle bambine conclude il primo ciclo di istruzione. I matrimoni precoci coinvolgono il 50% delle ragazze, mentre le gravidanze riguardano il 29%.
Il Parlamento del Malawi – la cui costruzione è stata finanziata dalla Cina – è una struttura a semicerchio, che culmina in una cupola centrale. È composto da 193 membri ed è unicamerale: nonostante la Costituzione del 1994 prevedesse anche l’istituzione di un Senato, la disposizione è stata successivamente abrogata.
Banda – al momento dell’indipendenza dal Regno Unito, nel 1964 – aveva definito il Malawi un «kwacha» (“sole nascente” in chichewa, la lingua ufficiale del Paese assieme all’inglese). Sosteneva che – una volta liberatosi dai coloni e dall’ombra degli ingombranti vicini a cui era stato federato – il Malawi sarebbe “sorto”, mostrando di poter determinare la propria traiettoria storica, politica, sociale ed economica. Quella che Banda aveva definito la «stupid federation» si sciolse nel 1963. Era la Federazione della Rhodesia e del Nyasaland, l’unione di tre dei territori colonizzati dai britannici in Africa australe: Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), Rhodesia del Sud (l’odierno Zimbabwe) e Nyasaland (il nome dato dagli inglesi al Malawi).
Ma di fatto, sessant’anni dopo il Malawi resta un “sole nascente”. Un kwacha dal grande potenziale, ma che deve ancora oggi disegnare la propria strada. Sul piano sociale, economico e politico. Eppure, negli occhi di molte delle persone che ho conosciuto in Malawi ho visto energia, determinazione e forza di volontà. Con alcuni ho parlato di progetti concreti. Con tanti altri ho scambiato semplici impressioni. Ma in quasi tutti ho colto qualcosa di ben più forte della sola resilienza. C’era la voglia di fare qualcosa per sé e, soprattutto, per il futuro del proprio Paese.
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