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Il fallimento delle trattative e il nuovo conflitto nella Siria del nord-est. Intervista a Zagros Hiwa

Siria Zagros Hiwa

La seguente intervista, non programmata, viene pubblicata in via straordinaria per la gravità della situazione nel nord-est della Siria.

L’8 gennaio scorso, il nuovo anno della Siria è iniziato nel peggiore dei modi possibili. Dopo che le Syrian democratic forces (Sdf) e il governo di transizione di Damasco si sono incolpati a vicenda per la mancata implementazione dell’accordo raggiunto il 25 marzo 2025 – integrazione su base individuale delle Sdf nell’esercito siriano in cambio di garanzie politiche e di sicurezza – la situazione è rapidamente peggiorata. 

Ad Aleppo, seconda città del Paese e centro multiculturale, la crisi ha innescato un braccio di ferro tra le due fazioni per la gestione dei quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, a maggioranza curda. Nonostante i tentativi di dialogo e le proposte di evacuazione, la scarsa fiducia reciproca – lesa da 15 anni di guerra civile e dall’intrecciarsi di tensioni etno-religiose – ha impedito lo sblocco dell’impasse e ha innescato l’escalation. I moniti si sono concretizzati in scontri armati, ma i combattimenti non si sono limitati alla città di Aleppo, preludendo a una crisi più profonda.

Nei giorni successivi all’evacuazione dei due quartieri curdi, i conflitti a fuoco si sono espansi verso est: con le prospettive di ulteriori trattative ormai quasi nulle, e una situazione internazionale favorevole (nulla osta di Stati Uniti e Turchia, ormai solidi partner di Damasco), le forze filo-governative hanno dato vita a un’offensiva su larga scala.

In poche ore, le milizie di al-Sharaa (ex Hayyat Tahrir al-Sham) hanno raggiunto la sponda sudoccidentale dell’Eufrate – confine naturale tra Rojava e Siria storica – e preso d’assedio Raqqa e Deir ez-Zor, città a maggioranza araba controllate dalle Sdf. Nonostante i preparativi di queste ultime, il fronte si è rivelato poroso a causa delle milizie tribali arabe della zona. Federatesi nelle Sdf a inizio guerra civile per far fronte alla comune minaccia dello Stato islamico, le milizie tribali del nord-est della Siria hanno disertato in massa, aiutando le forze filo-governative a guadare il fiume con imbarcazioni di fortuna (i ponti erano stati distrutti dalle Sdf per guadagnare tempo).

La ritirata delle Sdf si è trasformata in una rotta e, mentre Mazloum Abdi (Sdf) trattava un cessate il fuoco con Damasco – raggiunto nella serata del 20 gennaio e concordato per quattro giorni -, le milizie filogovernative prendevano possesso di infrastrutture e città.

A suscitare le preoccupazioni di osservatori e società civile internazionali è soprattutto la situazione delle carceri e dei campi dove le Sdf hanno ammassato i jihadisti di Daesh e le loro famiglie. Si tratta soprattutto di cittadini internazionali (i cosiddetti foreign fighters) che le Sdf hanno tenuto sotto custodia per anni, finanziate dai Paesi di provenienza dei jihadisti catturati. Nel caso del carcere di al-Shaddadi e del campo al-Hol, diversi video dimostrano la liberazione dei detenuti da parte dei miliziani di Damasco, evento che ha sollevato dubbi sulla controllabilità delle forze del governo di transizione (tutto meno che un esercito regolare).

A oggi, 23 gennaio, la situazione sembra tutto meno che stabile. L’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, Tom Barrack, ha annunciato l’intenzione di Washington di collaborare con Damasco a scapito delle Sdf, vecchio partner della coalizione internazionale contro Daesh. Mentre migliaia di jihadisti dell’Isis verranno trasferiti nelle carceri irachene, in centinaia sono ancora a piede libero e vi è il sospetto siano stati parzialmente arruolati dalle milizie di Damasco. La linea del fronte, invece, è tutto meno che congelata: entrambe le fazioni sembrano prepararsi a un conflitto più lungo e la città di Kobane (al confine con la Turchia) è sotto assedio.

Mentre il cessate il fuoco si avvicina alla scadenza, le due fazioni sembrano prepararsi a un conflitto prolungato, nel caso non si arrivi a un accordo.

Nella giornata di ieri, 22 gennaio, siamo riusciti a contattare Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle comunità del Kurdistan (Knk) e leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan iracheno (Pkk), che ha risposto alle nostre domande esternando la sua visione degli eventi.

Negli ultimi giorni, le forze filo-governative di Damasco hanno lanciato una vasta offensiva contro i territori controllati dall’Amministrazione autonoma del nord-est della Siria (Aanes), ufficialmente in seguito al fallimento dei colloqui con le Sdf sull’integrazione e sulla rappresentanza politica curda. Considerato il ruolo della Turchia nella transizione siriana, molti analisti avvertono che questi sviluppi potrebbero far deragliare il processo di pace tra Ankara e Qandil. Qual è la vostra posizione nei confronti di Ankara alla luce di questi sviluppi?

La guerra in corso in Siria è una guerra contro il popolo curdo. Cento anni fa, quando il Medio Oriente veniva ridisegnato, i curdi furono ignorati e lasciati alla negazione e al massacro da parte di quattro Stati (Turchia, Iran, Siria, Iraq). La nostra resistenza, nel corso di questo secolo, è riuscita a impedire il compimento di questo genocidio politico e culturale.

Oggi, mentre il Medio Oriente viene nuovamente ridisegnato nel contesto di quella che definiamo Terza guerra mondiale, i curdi si trovano di fronte a un nuovo tentativo di pulizia etnica.

Per prevenire questo genocidio, il leader del popolo curdo, Abdullah Öcalan, ha avviato un nuovo processo di pace con Ankara, lanciando l’appello per la “Pace e la comunità democratica”. L’obiettivo era integrare i curdi nella politica turca attraverso mezzi democratici e legali, ponendo fine all’impasse della questione legata al Pkk. Il Movimento di liberazione curdo ha compiuto numerosi passi unilaterali per dimostrare la sincerità e la profondità di questo cambiamento strategico e paradigmatico, come la consegna di armi e la rimozione di diversi guerriglieri e quadri dalle montagne della Turchia.

Tuttavia, sembra che all’interno del Paese anatolico esistano fazioni, sostenute da potenze internazionali, che non vogliono il pieno compimento del processo. Queste fazioni hanno messo seriamente in pericolo il processo, in Turchia, ma anche altrove.

Non si può parlare di fratellanza con i curdi in Turchia mentre, allo stesso tempo, si lascia che i jihadisti dell’Isis massacrino i curdi in Siria. Quando parlano di “una Turchia senza terrorismo e una regione senza terrorismo”, in realtà intendono una regione senza curdi.

Noi però abbiamo intenzione di resistere a ogni tentativo di genocidio.

Durante l’offensiva, le forze filo-governative hanno preso il controllo della prigione di al-Shaddadi e del campo di al-Hol, che ospitano migliaia di detenuti e familiari legati all’Isis. Quale è la vostra valutazione di questa situazione? Temete che possa contribuire a una rinascita dell’Isis?

Quel timore si è avverato.

L’Isis e le milizie jihadiste siriane sono oggi al potere e siedono negli uffici presidenziali in Siria, con l’aiuto delle forze della Coalizione guidata dagli Stati Uniti. La cosiddetta La Coalizione contro l’Isis è diventata, di fatto, una Coalizione con l’Isis. Per questo abbandona le Sdf, la forza che ha combattuto l’ISIS più di tutte, soprattutto in Siria. Gli Stati Uniti vogliono utilizzare questa nuova versione del jihadismo per destabilizzare ulteriormente la regione.

Come in precedenti momenti di crisi, curdi provenienti da Bakur e Bashur si sono mobilitati in risposta agli eventi in Rojava. Il vostro partito sta attualmente coordinandosi o cooperando con attori politici curdi al di fuori del quadro del Knk?

Siamo in contatto con tutte le forze politiche curde per elaborare una strategia comune di difesa del nostro popolo contro la minaccia dell’Isis 2.0 – inteso come i jihadisti attualmente al potere e legittimati dai partner internazionali. Il popolo curdo percepisce questa minaccia come esistenziale e, ad oggi, appare più consapevole delle stesse forze politiche curde, che invece rimangono profondamente divise.

Spero che questo forte sentimento di unità popolare spinga i partiti politici curdi a unirsi e ad assumere una posizione comune di fronte alle minacce esistenziali che incombono su tutti noi.

Ancora una volta, gli alleati occidentali sembrano assenti. Come valutate il mancato intervento degli Stati Uniti e della coalizione internazionale, che secondo diverse fonti si trovava a pochi chilometri da al-Shaddadi?

Essi non sono assenti: sono parte integrante del processo. Questi attacchi sono il risultato delle loro scelte strategiche. Gli occidentali si sono riscoperti alleati del jihadismo e dell’Islam politico, perché è ciò che gli conviene ora ed è ciò che gli garantisce più introiti e investimenti. Questa tradizione dell’Occidente non è nuova: la loro alleanza con l’Islam politico è iniziata in Afghanistan e si è consolidata in Siria. Hanno consegnato l’Afghanistan ai Talebani e la Siria all’Isis.

I curdi hanno combattuto sul terreno contro Daesh, al-Qaeda, Jabhat al-Nusra e Hts, pagando un prezzo altissimo: oltre 12.000 martiri. Eppure sono stati pugnalati alle spalle dagli stessi alleati occidentali.

Oggi le potenze che ci hanno utilizzato per combattere i jihadisti sul terreno proteggono i membri e le famiglie dell’Isis, consentendo loro di riorganizzarsi, addestrarsi e riarmarsi. Temo che in seguito verranno nuovamente utilizzati per colpire diverse aree della regione: Libano, Iraq e forse Iran. Gli occidentali hanno sempre utilizzato le divisioni interne dei musulmani, soprattutto tra gruppi armati sciiti e sunniti, per destabilizzare interi Paesi e portare avanti la propria agenda.

Questi jihadisti saranno la carne da cannone di una nuova ondata di terrore in Medio Oriente. Recep Tayyip Erdoğan è stato e continuerà a essere un attore centrale di questo progetto. Ecco perché Donald Trump lo apprezza così tanto.

Avete un messaggio per le persone in Europa che sostengono l’Aanes e desiderano esprimere solidarietà con il Rojava in questo momento critico?

Durante la prima fase della lotta contro l’Isis (nella sua prima forma), il sostegno internazionale è stato fondamentale. Internazionalisti, femministe, socialisti, ecologisti e giovani sono scesi in piazza in solidarietà con la Rivoluzione del Rojava. Queste azioni hanno ispirato, rafforzato e fatto avanzare la rivoluzione, contribuendo alla sconfitta del jihadismo.

Molti internazionalisti si recarono in Rojava e sacrificarono la propria vita in difesa della democrazia e dell’emancipazione delle donne. Onoriamo la loro memoria, che continuerà a ispirare la nostra lotta per una vita libera.

Oggi, mentre i curdi sono nuovamente sotto attacco da parte di questa nuova versione dell’Isis, guidata da Abu Muhammad al-Jolani e sostenuta dagli Stati occidentali, il sostegno internazionale di tutte le forze della sinistra sarà di nuovo decisivo per difendere le conquiste del Rojava e sconfiggere il fascismo.

Gli armeni sono stati vittime della Prima guerra mondiale. Gli ebrei della Seconda guerra mondiale. Ora tocca ai curdi nella Terza guerra mondiale. È tempo di agire, ovunque. I curdi d’ogni cantone del Kurdistan sono scesi in piazza. È tempo di portare queste proteste democratiche nelle strade di tutto il mondo.

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