TTIP: i possibili effetti sull’economia europea

A pochi giorni dalla manifestazione nazionale contro il TTIP (sabato 7 Maggio a Roma) promossa dalla Campagna Stop TTIP Italia, continuiamo i nostri approfondimenti sul tema (il primo approfondimento è consultabile qui).

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Il Transatlantic Trade and Investment Partnership è un accordo commerciale tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. I punti salienti del negoziato evidenziano la volontà delle parti di modificare la normativa vigente per aiutare le imprese che svolgono la loro produzione all’interno dell’UE ad avere un più facile accesso al mercato degli USA (e viceversa). Al fine di raggiungere questi obiettivi, l’accordo si propone di ridurre ulteriormente la presenza di dazi doganali e di contingentamenti (imposizione da parte dello stato di limiti quantitativi alle importazioni o alle esportazioni di determinate merci) in modo tale da:

  • essere più competitivi sui mercati esteri
  • aumentare la disponibilità economica delle imprese
  • favorire gli investimenti

Oltre alle barriere doganali, la maggior parte delle barriere per le imprese estere che si affacciano sui mercati nazionali sono quelle normative, denominate TBT (Technical Barriers to Trade, ostacoli tecnici agli scambi). Tali barriere sono costituite dai requisiti che ogni prodotto deve possedere per avere accesso ad un mercato estero (dimensioni, imballaggio, etichettatura, funzione, prestazione, ecc..). Il fine di queste barriere, oltre a quello strategico, è di tutelare la salute e la sicurezza delle persone e dell’ambiente; sebbene il fine sia il medesimo, ogni Stato decide autonomamente quali debbano essere i parametri e le normative.

Le trattative volte ad eliminare questi “ostacoli” riguardano prodotti potenzialmente molto dannosi per la salute e per l’ambiente come sostanze chimiche, prodotti cosmetici, pesticidi, prodotti farmaceutici, prodotti dell’ingegneria, dispositivi medici e veicoli. Non è un mistero che le normative dell’UE per questi settori siano più stringenti di quelle Usa.

Per capire se vale la pena rinunciare a tali sicurezze, analizziamo alcuni studi che pongono in luce i possibili effetti che il TTIP genererà sia per l’economia europea e statunitense, sia per i Paesi terzi.

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CEPR Study (2013)

Per la Commissione europea il TTIP è un pacchetto stimolatore dell’economia e dell’occupazione. Per confermare tale valutazione, è stato affidato dall’organo esecutivo dell’Unione uno studio di analisi dinamica al Center for Economic Policy Research (CEPR).

  • Per quanto concerne l’impatto sulla crescita economica, lo studio ha evidenziato che nel 2027 il Pil reale (Pil depurato dell’andamento inflattivo) migliorerà dello 0,48% rispetto ad uno scenario senza TTIP. Ciò significa che, annualmente, l’apporto del trattato al Pil sarebbe di appena 0,05 punti percentuali sia per gli Usa che per i Paesi dell’Unione.
  • Sotto l’aspetto occupazionale, il CEPR non ha effettuato previsioni sull’andamento del mercato del lavoro: il modello econometrico utilizzato risulta semplificato, assumendo come data sia l’offerta di lavoro che il pieno impiego delle risorse (si assume che il sistema economico sia sempre in equilibrio). Pertanto, secondo tale studio, l’aumento della domanda di lavoro delle imprese provocherebbe esclusivamente uno spostamento intrasettoriale(0,07% per i lavoratori europei) e non un auspicabile aumento dell’occupazione. Nonostante questa semplificazione, la Commissione ha comunque previsto un aumento di circa 15.000 unità su ogni miliardo di beni commerciati grazie all’incremento dei profitti delle imprese sia statunitensi che europee.
  • Nell’ambito dei movimenti di importazioni ed esportazioni, lo studio evidenzia un miglioramento sensibile sia delle esportazioni europee verso gli Usa (+28%), sia un miglioramento di quelle statunitensi verso l’ UE (+24%). In termini numerici, rispettivamente 187 miliardi e 159 miliardi, con un avanzo della bilancia commerciale europea (somma fra la differenza tra esportazioni ed importazioni e i movimenti di capitale) di 28 miliardi.

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Working Paper di Jeronim Capaldo (2014)

I risultati appena descritti sono stati messi in discussione da una vasta letteratura negli ultimi due anni. Tra questi studi, spicca quello del Professor Jeronim Capaldo (Tufts University di Medford, Massachusetts, Usa): secondo il suo modello l’accordo provocherà instabilità economico-sociale, disoccupazione e disgregazione dell’unità commerciale europea.

  • Riguardo gli effetti sul PIL, Capaldo evidenzia la sottile ma rilevante differenza (sottovalutata dallo studio del CEPR) tra tasso di crescita nominale del PIL e la sua variazione in termini reali: l’espansione vantata dal modello del CEPR riguarda proprio quest’ultima grandezza. L’eventuale entrata in vigore del TTIP pertanto provocherebbe un aumento del PIL reale di una misura irrilevante per l’economia e l’occupazione, per di più tale aumento si verificherebbe nel lungo periodo e non nel breve. Secondo lo studio, il tasso di crescita nominale del PIL sarebbe positivo per gli Usa (+0,36%) e addirittura negativo per l’UE (Regno Unito -0,07%, Germania -0,29%, Francia -0,48%, Italia -0,03%).
  • Queste variazioni del PIL inciderebbero negativamente sull’occupazione, in particolare con una diminuzione del livello medio dei salari: stando allo studio, l’UE perderebbe circa 583000 occupati (particolarmente in Francia, Germania e nord Europa), mentre gli Usa godranno di un incremento di circa 784000 unità. La contrazione dei salari e dell’occupazione trova in contropartita un miglioramento dei profitti e delle rendite per imprese ed investitori. Tuttavia Capaldo osserva come la riduzione media dei salari e il peggioramento dell’attività economica porti una diminuzione del gettito della fiscalità pubblica nei Paesi europei con una conseguente riduzioni dei servizi assistenziali forniti dagli Stati.
  • Riguardo la bilancia commerciale, le simulazioni di questo studio evidenziano da un lato un miglioramento nel commercio bilaterale tra UE ed Usa (+1% del PIL grazie all’aumento delle esportazioni) dall’altro un peggioramento delle esportazioni nette (esportazioni al netto delle importazioni) europee verso il resto del mondo e verso gli stessi Paesi Membri, logorando i rapporti commerciali interni tra essi. Le esportazioni sono fondamentali per un Paese in quanto costituiscono una voce positiva nel calcolo del PIL: una loro diminuzione aggraverebbe ulteriormente il tasso di crescita delle economie europee. Le perdite più evidenti secondo Capaldo si avrebbero nel nord Europa (-2,07%), in Francia (-1,9%), in Germania (-1,14%) e nel Regno Unito (-0,95%).

IDE Discussion Paper di S. Cai, Y.Zhang, B. Meng (2015)

Ultimo modello in analisi è quello effettuato da Cai, Zhang e Meng dell’Institute of Developing Economies (agenzia governativa di ricerca giapponese) che ha analizzato i possibili effetti del TTIP per le economie non coinvolte in maniera diretta nel patto, prendendo in considerazione i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa).

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I BRICS costituiscono un gruppo di partner commerciali fondamentali per l’economia statunitense ed europea e hanno raggiunto, nell’ultima decade, un posto primario nell’economia globale. Nello studio i tre autori esaminano lo stretto rapporto tra economie avanzate (UE, Usa) e i Paesi in cui le imprese di tali economie delocalizzano la produzione.

Lo studio mette in evidenza i due effetti di spillover (fenomeno per cui un’attività economica volta a beneficiare un determinato settore o una determinata area territoriale produce effetti positivi anche oltre tali ambiti) che il TTIP genererebbe:

  1. Assunzioni di regolamenti, standards e normative (che UE e Usa armonizzerebbero tra loro con la stipula del trattato) nelle economie dei Paesi terzi, che in questo modo si troverebbero in linea con l’ordinamento generale, traendone vantaggi.
  2. Strettamente connesso con il precedente, consisterebbe nell’abbattimento dei costi di produzione e (grazie a questa maggiore competitività) nella possibilità di aumentare il proprio commercio internazionale. Tutto questo però sempre in un’ottica di lungo periodo.

Nel breve periodo, invece, lo studio ha rilevato un effetto sostituzione commerciale per cui Paesi come i BRICS verrebbero esclusi dal commercio internazionale determinando una posizione commercialmente privilegiata di Usa e UE.

Per quanto riguarda l’impatto sull’economia europea e statunitense, il TTIP avrebbe una funzione positiva: il trattato permetterebbe un aumento del tasso di crescita nominale del PIL di circa lo 0,3% per l’UE e di circa lo 0,37% per gli Usa. Il miglioramento sarebbe dovuto al miglioramento del saldo delle partite correnti (aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni).

Conclusioni 

Nonostante i 3 modelli precedentemente descritti utilizzino ipotesi non omogenee, appartenenti a teorie economiche in conflitto tra loro, appare chiaro come anche nel migliore degli scenari (fornito dal CEPR) il miglioramento che l’economia europea potrebbe (forse) raggiungere è scarsamente rilevante: un aumento dello 0,5% del tasso di crescita del PIL reale nel 2027 ha pochissimo peso per la situazione economica dell’Unione e per un miglioramento (in termini di benessere) economico e sociale dei cittadini. Inoltre, lo studio non garantisce che vi sia un miglioramento anche negli anni successivi.

Le trattative si svolgono a porte chiuse, i comitati nazionali dei Paesi dell’Unione si stanno opponendo, le associazioni ambientali continuano a protestare e a lanciare allarmi, le proiezioni econometriche non forniscono dati rassicuranti: a chi serve il TTIP?

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Fonti:

Linguiti B., Mottola M., “Transatlantic Trade and Investment Partnership”(TTIP), 2015,”Sapienza” Università di Roma,

https://ideas.repec.org/a/caq/j950ix/doi10.7384-81046y2015i2p35-56.html

http://www.ide.go.jp/English/Publish/Download/Dp/485.html

 

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