Ricorda 1970: lo Statuto dei lavoratori

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dello Statuto dei lavoratori, promulgato il 20 maggio 1970. La legge n. 300, anche nota come “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e delle attività sindacali nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, sanciva una serie di diritti e disposizioni volte a tutelare e garantire le libertà dei lavoratori all’interno delle fabbriche.

Ricordando lo Statuto dei lavoratori non si può non pensare alle forze sociali e politiche che giocarono un ruolo fondamentale nel lungo processo che portò alla sua realizzazione: gli operai e i sindacati, sempre in prima linea nelle piazze e nelle strade, e i cosiddetti “padri fondatori” del testo di legge. Tra questi occorre menzionare il sindacalista Giuseppe Di Vittorio, primo teorizzatore dello Statuto, Aldo Moro, rappresentante della “sinistra DC”, e Pietro Nenni, del PSI, che gettarono le basi del progetto. Ma soprattutto Giacomo Brodolini, ministro del Lavoro dell’epoca, socialista ed ex vicesegretario nazionale della Cgil, che morì poco dopo aver istituito la commissione incaricata di redigere il testo, lasciando il compito nelle mani del giurista Gino Giugni. Infine, Carlo Donat-Cattin, succeduto a Brodolini, ex sindacalista e rappresentante della corrente di sinistra della Democrazia cristiana, che portò a compimento il progetto iniziato dal suo predecessore.

L’idea di uno Statuto dei lavoratori risale in verità ai primi anni Cinquanta, vale a dire poco tempo dopo la nascita della Repubblica e l’entrata in vigore della Costituzione. A quei tempi, infatti, le condizioni dei lavoratori erano molto dure, non potendo contare sulle tutele sancite nel testo costituzionale.

Le condizioni nelle fabbriche

L’industrializzazione del Secondo dopoguerra italiano comportò uno spostamento delle masse di lavoratori da Sud verso Nord e dalle campagne alle città. In questo periodo di intensa produttività, le grandi industrie approfittarono dell’eccesso di domanda per usufruire di una manodopera a basso prezzo. Scioperi e manifestazioni venivano sistematicamente soppressi, i lavoratori erano sottoposti a stringenti controlli e subivano le politiche antisindacali dei padroni. La libertà di opinione politica era malvista ed era spesso motivo di licenziamento.

È in questo contesto di oppressione e di mancate tutele che il presidente della Cgil Giuseppe Di Vittorio, in occasione del III congresso del sindacato del 1952 a Napoli, invocò la necessità di uno Statuto dei lavoratori per “portare la Costituzione nelle fabbriche”.

La svolta riformista

Negli anni Sessanta ebbe inizio una fase politico-legislativa di stampo riformista, dovuta alla nascita del cosiddetto “centro-sinistra organico”. Fu il primo governo Moro (1963) a presentare alle Camere l’idea di uno “Statuto dei diritti dei lavoratori”, da definire in collaborazione con le organizzazioni sindacali. Al centro del progetto di legge vi erano i diritti costituzionali dei lavoratori, la giusta causa nei licenziamenti e la regolamentazione del ruolo delle commissioni interne. L’allora vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni predispose quindi la formazione di specifiche commissioni per stilare i tre disegni di legge e nominò il giurista Gino Giugni responsabile del progetto relativo ai licenziamenti.

I tempi, tuttavia, non erano ancora maturi e nemmeno il secondo governo Moro (1964) riuscì a portare a compimento il progetto, messo in stallo dalle contrapposizioni politiche, dalle opinioni divergenti dei giuristi e dagli scontri interni ai sindacati. L’idea di uno Statuto, infatti, non convinceva ancora del tutto le associazioni sindacali e in particolare la Cisl, orientato verso l’idea di un contratto sindacale che originasse dalla società e non dai vertici della politica.

Il ’68

Arrivò il ’68, accompagnato da un clima di mobilitazioni collettive di stampo culturale, politico e sindacale che riportarono in primo piano il dibattito sullo Statuto. I lavoratori si mobilitarono in massa, rivendicando giustizia sociale e dignità all’interno dei luoghi di lavoro, ora sostenuti per la prima volta dal movimento studentesco. I sindacati, indeboliti dalle divisioni interne, tentarono timidamente e senza successo di contenere le contestazioni.

Le rivendicazioni emerse nel corso delle proteste vennero accolte dal neonato governo Rumor. In particolare, il ministro del Lavoro Giacomo Brodolini nel gennaio del 1969 annunciò alle Camere l’avvio del progetto per la stesura del testo di una “Carta” dei diritti dei lavoratori, che si ispirava alle idee di Di Vittorio. Venne costituita una commissione di esperti con il compito di redigere il disegno di legge in collaborazione con le associazioni sindacali, a capo della quale fu scelto nuovamente Gino Giugni. La bozza dello Statuto venne poi presentata al Senato e, con l’avvio dell’iter parlamentare, ebbe inizio un’intensa stagione di attivismo sindacale.

Dall’autunno caldo allo Statuto

Si avvicinava, infatti, la scadenza di numerosi contratti collettivi che riguardavano quasi cinque milioni di lavoratori. In questa occasione Cgil, Cisl e Uil si organizzarono per supportare e coordinare i lavoratori nei mesi intensi che seguirono. Questa fase di rinnovata animazione collettiva raggiunse l’apice tra il settembre e il dicembre del ’69, il cosiddetto “autunno caldo”.

L’evento più significativo si verificò a ottobre, presso lo stabilimento della Fiat di Mirafiori. Era stato indetto uno sciopero per il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici e, in quell’occasione, alcuni manifestanti irruppero nella fabbrica armati di spranghe e danneggiarono gravemente gli impianti. Alla denuncia di 122 dipendenti da parte dell’azienda seguirono numerose proteste sindacali. Grazie all’intervento del nuovo ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin, subentrato a Brodolini a causa della prematura scomparsa di quest’ultimo, l’azienda torinese ritirò le denunce.

Gli umori erano tesi, scioperi e occupazioni delle fabbriche erano all’ordine del giorno e gli scontri tra manifestanti e forze di polizia sempre più frequenti.

L’11 dicembre venne approvato in Senato il testo elaborato da Brodolini e Giugni, integrato con i disegni di legge dei partiti di sinistra all’opposizione, tra i quali rientrava il noto art. 18 che garantiva il reintegro in caso di licenziamento illegittimo.

Il giorno successivo, con la strage di Piazza Fontana, il clima raggiunse i massimi livelli di tensione e il mondo operaio si ritrovò schiacciato sotto l’insinuazione di un suo coinvolgimento – in realtà inesistente – nella vicenda.

Il 21 dicembre si giunse a un accordo per il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici grazie alla mediazione del ministro Donat-Cattin, e si chiuse così quella stagione di agitazioni e lotte sindacali.

Il 20 maggio 1970 lo Statuto divenne legge, risultato dell’incessante attivismo operaio e del contributo indispensabile di un governo che vantava una componente molto vicina al mondo sindacale.

Cosa resta dello Statuto

Nei cinquant’anni successivi all’entrata in vigore dello Statuto, i cambiamenti economici e sociali e le riforme politiche hanno sicuramente indebolito l’efficacia normativa della legge. Si pensi ai ripetuti tentativi dei governi Berlusconi di abolire l’art.18, poi definitivamente snaturato dalla legge Fornero del 2012 e dal Jobs Act del 2014. Bisogna inoltre considerare le mutate relazioni industriali che hanno condizionato il sistema produttivo portando a una frammentazione del lavoro. Questo nuovo assetto dispiega tutta una serie di discriminazioni e disuguaglianze che coinvolgono settore pubblico e privato, aziende piccole e grandi, colpendo soprattutto le nuove categorie di lavoratori, sempre più numerosi e privi di qualunque tipo di tutela.

Nonostante ciò, il testo non ha perso il suo valore simbolico e rimane tutt’oggi la base dei diritti fondamentali dei lavoratori. Lo Statuto rappresenta indubbiamente un importante traguardo in ambito di riforma sociale, il primo di una lunga serie di conquiste che hanno caratterizzato tutti gli anni Settanta. Tuttavia, appare oggi sempre più evidente la necessità di riformare il testo di legge, integrandolo e adeguandolo alle esigenze del mercato del lavoro odierno e dei nuovi soggetti che vi operano.

 

Fonti e approfondimenti

Poso V. A., Era di maggio. Lo “Statuto dei diritti dei lavoratori” compie cinquant’anni. Quasi un racconto., Giustizia insieme, 20 maggio 2020.

Il Post, redazione Economia, La storia dello Statuto dei Lavoratori. Cosa fu la legge che cinquant’anni fa per la prima volta in Italia portò «la Costituzione in fabbrica», 24 maggio 2020.

Bertinotti F., Senza il movimento del 68 non ci sarebbe lo Statuto dei lavoratori, Il Riformista, 24 maggio 2020.

Pellini G., 20 maggio 1970: nasce lo Statuto dei Lavoratori. Una storia di attacchi e resistenza, Left, 20 maggio 2016.

Cammarano F., La Democrazia e i diritti dei lavoratori. Un anniversario da ricordare, Mente politica, 3 giugno 2020.

Cardulli A., Autunno caldo, i ricordi di un cronista sindacale, Rassegna sindacale, 3 dicembre 2019.

Rassegna sindacale, Lo Statuto dei lavoratori ha 45 anni. Tra riforme e resistenza, 18 maggio 2015.

Rispoli G., Cosa resta del ’68 operaio, Rassegna sindacale, 28 novembre 2019.

Sbaraglia E., 1969. Cronache e documenti della rivolta operaia, Rassegna sindacale, 17 febbraio 2020.

Tarquini T., Brodolini, il ministro dei lavoratori, Rassegna sindacale, 10 luglio 2009.

Rassegna sindacale, «Un nuovo Statuto per tutti i lavoratori», 23 febbraio 2015.

Carpinelli G., Lo Statuto dei Lavoratori per interrogarsi sulla storia della Repubblica italiana (e del lavoro), Sicurezza e Lavoro, 20 maggio 2020.

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

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