Ricorda 1970: l’Operazione Mare Verde

Nella notte del 22 novembre 1970 un gruppo di soldati sbarcò furtivamente vicino la città di Conakry, capitale della Guinea, sotto la guida di ufficiali coloniali portoghesi. L’intento dell’invasione era quello di rovesciare il governo di Sékou Touré e rapire Amilcar Cabral, il rivoluzionario simbolo della lotta contro l’imperialismo portoghese in Africa.

La “Operação Mar Verde” (“Operazione Mare Verde”) , questo il nome dell’azione militare, avvenne all’interno di un conflitto più ampio: quello combattuto tra il regime portoghese e i suoi domini africani di Guinea-Bissau, Angola e Mozambico a cui aveva rifiutato di conoscere l’indipendenza. L’operazione segreta segnò un punto di svolta in questa lunga guerra, ma non nel senso sperato dagli invasori.

Per capire gli avvenimenti bisogna fare prima un passo inidietro e capire perché nel 1970 i militari portoghesi erano impegnati in Africa, chi erano Sékou Touré  e Amilcar Cabral e perché quest’ultimo era così importante per Lisbona.

La Guerra coloniale portoghese

L’operazione Mare Verde avvenne in un contesto molto particolare, visto che la cosiddetta “Guerra coloniale portoghese” è stato un conflitto decisamente atipico. A scatenarlo fu la decisione del regime fascista di Lisbona di non ritirarsi dai suoi domini coloniali in Africa e riconoscere la loro indipendenza, nel periodo in cui Francia e Regno Unito stavano invece abbandonando il continente.

Durante la decolonizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, il regime nazionalista dell’estado novo aveva bisogno dei domini d’oltremare, per alimentare la sua propaganda, e del loro sfruttamento per sostenere la sua debole economia. Mano a mano che gli altri Paesi africani guadagnavano la loro autonomia, nei territori occupati dal Portogallo nacquero movimenti indipendentisti del tutto analoghi a quelli che stavano guidando i nuovi Stati, ma Lisbona rifiutò categoricamente le loro richieste.

A quel punto per i movimenti indipendentisti non rimase che la via della lotta armata: iniziò così un conflitto che durò dal 1961 al 1974 con diverse fasi. A guidare l’indipendenza in Angola e Mozambico erano rispettivamente il Frente de Libertação de Moçambique (FRELIMO) e il Movimento Popular de Libertação de Angola (MPLA), mentre in Guinea-Bissau e Capo Verde la leadership apparteneva al Partido Africano para a Independência da Guiné e Cabo Verde (PAIGC), tutti e tre di ispirazione marxista.

Le tre ex colonie non confinano tra di loro, quindi dal punto di vista di Lisbona si è trattato di un conflitto unico combattuto su tre fronti diversi. La Guinea -Bissau ha avuto un fronte anti-coloniale compatto, a differenza degli altri due, che ha permesso a un gruppo ristretto di militanti e al loro leader carismatico di inchiodare gli occupanti in quella che viene definita “La guerra del Vietnam del Portogallo”.

Amilcar Cabral, il PAIGC e la Guinea-Bissau

La figura preminente del PAIGC – e uno dei simboli dell’indipendentismo anti-portoghese – è sicuramente Amilcar Cabral, il rivoluzionario che fu il bersaglio principale proprio dell’operazione Mare Verde del 1970. Intellettuale, scrittore e teorico politico, Amilcar Cabral è stato uno dei leader più importanti del movimento anti-coloniale, fondatore nel 1956 dello stesso PAIGC e anche dell’MPLA insieme ad Agostino Neto.

Il partito indipendentista assunse la guida del movimento per l’emancipazione del Paese e portò avanti una campagna pacifica per portare la causa anti-coloniale tra la popolazione e tessere una rete di supporto internazionale stringendo rapporti con Paesi amici. Anche grazie alle abilità diplomatiche di Amilcar Cabral, entrambi gli obiettivi vennero raggiunti e il PAIGC trovò buoni alleati sia in Sékou Touré, presidente della vicina Guinea, che in Kwame Nkrumah, presidente del Ghana e leader politico del movimento panafricanista.

Intanto il regime di Lisbona si era rifiutato di aprire una trattativa con il PAIGC, un po’ perché era irremovibile nella sua decisione di non lasciare i territori d’oltremare e un po’ perché non temeva militarmente gli indipendentisti. Oltre alla chiusura dei canali negoziali, a spingere il PAICG ad abbandonare la protesta non-violenta fu il cosiddetto “massacro di Pidjiguiti” dell’agosto 1959, in cui la polizia portoghese sparò contro uno sciopero dei portuali uccidendo 25 persone.

A quel punto il partito di Amilcar Cabral decise di entrare in clandestinità e adottare la lotta armata come strategia per ottenere l’indipendenza, dando il via a una guerra che insanguinò il Paese per 11 anni. Il PAICG trasferì il suo quartier generale a Conakry, nella vicina Guinea di Touré, e allestì campi di addestramento e rifugi in Senegal in Ghana. Le forze di Cabral furono però sempre in netta minoranza rispetto a quelle portoghesi, quindi piuttosto che affrontarle direttamente si dedicarono al sabotaggio, agli attentati contro le caserme e al controllo del territorio nelle zone rurali.

All’inizio del 1970 il PAIGC controllava quasi due terzi del territorio, ma iniziava a cedere militarmente, anche perché il Portogallo aveva intensificato molto la sua offensiva. Un’operazione che avrebbe privato gli indipendentisti della loro leadership e del supporto della Guinea di Touré sembrava una scelta strategica: in questo clima maturò la decisione di dispiegare l’operazione Mare Verde.

Lisbona stava pagando un prezzo alto per la guerra. Anni di conflitto avevano isolato internazionalmente il regime, alienato il consenso della popolazione e dei militari e impoverito il Paese. La proposta di un’azione risolutiva per il conflitto in Guinea-Bissau interessò quindi all’esercito anche se comprendeva l’invasione e l’interferenza con un Paese sovrano come la Guinea.

L’operazione Mare Verde

Nella notte tra il 21 e il 22 novembre iniziò l’operazione Mare Verde, con l’infiltrazione via mare del contingente portoghese. Il gruppo era guidato da ufficiali di Lisbona e composto da almeno 400 tra fucilieri della marina portoghese, soldati afro-portoghesi e oppositori guineani. Il gruppo sbarcò nelle vicinanze di Conakry, con l’intento di rovesciare Sékou Touré, rapire Amilcar Cabral, sabotare le infrastrutture del PAIGC e liberare alcuni prigionieri portoghesi. Obiettivi che, se raggiunti, avrebbero potuto invertire le sorti del conflitto nell’arco di una notte.

Il primo bersaglio degli invasori furono quindi il quartier generale del PAIGC e cinque navi usate dai ribelli per i rifornimenti, che furono distrutte. In rapida successione furono attaccati anche alcuni obiettivi strategici, come la centrale elettrica e una torre radio della città, così come il carcere di Camp Boiro in cui erano detenuti alcuni militari portoghesi catturati dagli indipendentisti.

A quel punto il gruppo si divise, e una parte si dedicò alla distruzione delle strutture del PAICG e al rapimento di Amilcar Cabral, che però fallì immediatamente. La resistenza dei militanti e della polizia guineana non poté nulla contro gli aggressori, a sventare l’azione fu il fatto che il leader indipendentista non era sul posto, ma in missione diplomatica. Questo gruppo quindi si ritirò rapidamente via mare.

Il contingente rimasto, ormai ridotto a meno di 200 persone, tentò di far insorgere la popolazione di Conakry contro il governo, convinta di riuscire a raccogliere consenso tra la popolazione della capitale. Questo però non avvenne, anche perché gli infiltrati non riuscirono a trasmettere i loro messaggi alla popolazione dalla stazione radio che avevano occupato né a catturare ufficiali importanti della difesa guineana. Dopo essere stati respinti dal palazzo presidenziale furono obbligati a seguire i commilitoni nella ritirata, ma almeno sessanta furono catturati, tra cui sei ufficiali portoghesi.

L’operazione Mare Verde era fallita.

Reazioni e conseguenze

La prima e più immediata conseguenza del fallito colpo di stato fu una purga interna al regime di Touré, che colpì duramente le alte sfere del governo e dell’esercito. Molti oppositori vennero estromessi e ci furono diverse condanne a morte, oltre a un numero imprecisato di esecuzioni extra-giudiziarie. Le purghe andranno avanti fino al 1973, colpendo anche membri dell’esecutivo e dei ministeri.

Anche la comunità internazionale reagì, accusando il Portogallo di aver invaso militarmente uno Stato sovrano e di aver violato il diritto all’autodeterminazione della Guinea. La condanna fu sancita dalla Risoluzione 290 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’8 dicembre del 1970 e da una mozione unanime dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA).

Non mancarono poi importanti manifestazioni di solidarietà alla Guinea e al PAIGC da parte sia di Paesi come Cuba e l’Unione Sovietica, ma anche da altri come Nigeria e Algeria. Con questo rinnovato appoggio arrivarono anche ingenti aiuti e armamenti per il PAICG con lo scopo di disincentivare una nuova invasione portoghese, riequilibrando il vantaggio militare ottenuto da Lisbona negli ultimi anni.

Dall’inizio degli anni Settanta, anche per via dell’impatto negativo della fallita operazione Mare Verde, la guerra coloniale e il regime fascista dell’estado novo persero progressivamente il supporto della popolazione e soprattutto quello dei militari. Il malcontento sfociò nella Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, che depose Marcelo Caetano e ristabilì l’ordine democratico. Il primo governo eletto nel 1975 procedette immediatamente a completare la decolonizzazione, che in realtà in Guinea-Bissau era già quasi completata.

Con il Portogallo sempre più debole e isolato, infatti, già nel 1963 restavano in mano ai coloni solo la capitale Bissau e poche altre città, mentre il territorio era de facto amministrato dal PAICG. La nota dolente della faccenda resta il fatto che Amilcar Cabral non poté assistere a nessuna delle due fasi dell’indipendenza per cui aveva lottato. Dopo essere scampato all’operazione Mare Verde, infatti, venne assassinato nel 1972 da un ufficiale del suo partito in circostanze mai chiarite, quindi il primo presidente della Guinea-Bissau fu suo fratello Luís.

 

Fonti e approfondimenti:

Chabal, Patrick. “National Liberation in Portuguese Guinea, 1956-1974.” African Affairs, vol. 80, no. 318, pp. 75–99. 1981

Aniceto Afonso e Carlos de Matos Gomes, Guerra Colonial. Lisbona: Editorial Notícias, 2000

John Cann, Counterinsurgency in Africa: The Portuguese Way of War, 1961–1974, Hailer Publishing, 2005

UN Security Council, Resolution 290(1970) of 8 December 1970, 8 December 1970, S/RES/289 (1970), available at: http://www.unhcr.org/refworld/docid/3b00f20c30.html %5Baccessed 10 October 2012]

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

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