Lettere dal Mozambico: dalla colonizzazione alla fine della guerra civile

Il Mozambico è un Paese di cui raramente si sente parlare. Povero e marginale nelle dinamiche più visibili dell’Africa contemporanea, è in realtà un laboratorio in cui la politica e l’economia stanno vivendo un periodo di cambiamenti epocali. Tra la scoperta di enormi giacimenti di risorse naturali e il teso rapporto tra le forze di governo e di opposizione, parlare di Mozambico oggi è sempre più necessario.

Da questa esigenza nasce questa serie di articoli, che inizia oggi con un racconto conciso dell’incredibilmente complessa storia recente del Paese.

La colonizzazione portoghese

Il primo occidentale a raggiungere l’attuale Mozambico fu Vasco Da Gama nel 1498, ma la presenza europea nella zona rimase per secoli limitata a poche basi commerciali usate come tappe durante le spedizioni commerciali verso le Indie. Questa situazione era ovviamente destinata a cambiare con l’inizio del periodo coloniale, quando anche il Portogallo partecipò alla grande spartizione dell’Africa.

Tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, infatti, le potenze europee cambiarono approccio verso il continente, passando all’occupazione effettiva dell’Africa ed all’insediamento nei suoi territori. È in questo periodo che il Mozambico assume la sua forma attuale: la presenza portoghese getterà le basi per dei deficit strutturali che ancora oggi influiscono sulle sorti del Paese.

Il Portogallo era un Paese decisamente meno capace di portare forme di sviluppo nelle sue colonie rispetto, ad esempio, a Francia o Inghilterra. Si limitò infatti a sfruttarne le risorse primarie e la manodopera, senza lasciare in eredità reti infrastrutturali o strutture politiche di rilievo.

Le poche reti stradali e ferroviarie collegavano le regioni centro-meridionali con le aree produttive del Sudafrica, dove i mozambicani emigravano per lavorare in miniera o nelle piantagioni. Da questa situazione deriva il divario di sviluppo economico tra il sud e il poverissimo nord del Paese, ma anche la sudditanza economica del Mozambico rispetto al Sudafrica.

L’approccio politico del Portogallo verso la colonia era quello della dominazione indiretta, modulato dall’indirect rule britannico, in cui alla gerarchia dei colonizzatori si affiancavano dei ranghi di africani, cooptati perché facessero da tramite tra le decisioni dei dominatori e la popolazione. Soprattutto dopo l’ascesa della  dittatura in madrepatria, però, a questo approccio si unì uno sforzo assimilazionista, con il quale si voleva “portoghesizzare” parte della popolazione di quello che, da “colonia”, era diventato un “terriorio d’oltremare”.

Destinatarie di questa politica erano le élite urbane, a cui venne riservato un trattamento decisamente migliore da parte dei colonizzatori. Negli l’opposizione al regime troverà i suoi protagonisti principali proprio in queste élite cosmopolite, da cui emergerà il movimento di liberazione che ancora oggi guida il Paese.

Mappa territori portoghesi in Africa
La “mappa rosa” del 1890 indicante i territori portoghesi in Africa. Fonte: Fernando Jorge S. Correia-University of Aveiro

La lotta per l’indipendenza

Quando – dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale – iniziò il processo di decolonizzazione, il Portogallo fascista di Antonio Salazar e Marcelo Caetano si pose in decisa controtendenza rispetto alle altre potenze coloniali. Il Portogallo era un Paese troppo povero e arretrato dal punto di vista industriale per sopravvivere nel nuovo mercato globale senza le materie prime a basso costo che provenivano dalle colonie – colonie che per il regime fascista avevano anche un’importante valenza simbolica.

Lisbona si rifiutò quindi categoricamente di abbandonare i suoi possedimenti africani in Mozambico, Angola e Guinea-Bissau, grazie anche alla non interferenza dalle potenze del blocco occidentale. Queste infatti erano intenzionate a salvaguardare i rapporti con l’alleato della guerra fredda, tanto da non opporsi alle politiche portoghesi, ma anzi da sostenere Lisbona nelle guerre per l’indipendenza che stavano aumentando d’intensità nelle colonie.

Ad attivarsi contro l’occupazione coloniale furono, infatti, diversi gruppi in ciascuno dei territori d’oltremare, guidati da quei cittadini africani “assimilati”. Questi avevano compreso come il Portogallo non avrebbe mai permesso l’emancipazione degli africani lusofoni: bisognava quindi attivarsi all’interno del movimento nazionalista africano, e combattere per una vera indipendenza.

Nel 1962, i diversi gruppi attivi in Mozambico fin dagli anni ’50 si fonderanno nel Frelimo (Frente de Libertaçao Nacional), che preparerà la sua battaglia nella Tanzania di Julius Nyerere – uno dei più grandi sostenitori delle lotte anticoloniali. Alla guida del movimento andrà Eduardo Mondlane, all’epoca professore alla Northwestern University negli Stati Uniti.

La lotta armata per l’indipendenza inizierà nel 1964, condotta dal Frelimo con un approccio maoista alla guerriglia, che sarà combattuta conquistando progressivamente il territorio nazionale dopo l’invasione dalla Tanzania. Nelle aree liberate, il Frelimo inizierà ad “ospitare” gli altri movimenti di liberazione africani – in particolare i militanti della ZANU di Robert Mugabe, impegnati nella battaglia per la fine del regime di apartheid in Rhodesia (l’attuale Zimbabwe).

Il Frelimo era un gruppo di ispirazione marcatamente socialista, e per questo motivo -oltre che per il fatto che si opponeva direttamente ad un membro della NATO, e appoggiava gli oppositori di un suo alleato – presto la guerra fredda entrò con prepotenza in Mozambico. Il Portogallo ricevette grandi aiuti dagli alleati (senza i quali non sarebbe riuscito a sostenere il conflitto), ma anche il Frelimo ruscì a tessere una fitta rete di rapporti diplomatici.

Prima Mondlane e – dopo il suo omicidio nel 1969 – i suoi successori, Samora Machel e Marcelino Dos Santos, riuscirono a guadagnarsi l’appoggio militare dei Paesi sovietici e della Cina, oltre che quello umanitario di molti Stati europei, africani e asiatici. In questo modo – per quanto durissimo – il conflitto poté proseguire, e mano a mano il movimento indipendentista guadagnò il controllo del territorio mozambicano.

La svolta inaspettata nella lotta per l’indipendenza fu la Rivoluzione dei Garofani del 1975, che in Portogallo causò la caduta del regime di Caetano. Uno dei motivi della crescita del dissenso verso la dittatura era stata proprio la percepita inutilità delle guerre nelle colonie, tanto che tra i primissimi provvedimenti del nuovo governo democratico ci fu la definitiva ritirata del Portogallo dall’Africa. L’indipendenza venne proclamata il 25 giugno 1975, e il Frelimo prese la guida del nuovo Paese – anche se, per il Mozambico, la pace era ancora decisamente lontana.

Samora Machel e Marcelino Dos Santos
In piedi ai microfoni Samora Machel, (affianco a sinistra) Marcelino Dos Santos. Fonte: Pinterest

La guerra civile

I festeggiamenti per l’indipendenza durarono molto poco. Nello stesso 1975 iniziò, infatti, la terribile guerra civile tra il Frelimo – ormai divenuto il partito di governo – e i ribelli armati della Renamo (Resistencia Nacional Moçambicana). Questi erano stanziati principalmente nell’area centrale del Paese, e presto riuscirono a bloccare il neonato stato mozambicano nella morsa della guerra fredda e della politica di destabilizzazione dei regimi di apartheid di Sudafrica e Rhodesia (l’attuale Zimbabwe).

La Renamo nasceva come uno strumento della Rhodesia per muovere una guerra asimmetrica contro i ribelli della ZANU, che trovavano riparo nelle aree liberate dal Frelimo. I regimi bianchi dell’Africa australe usavano la Renamo per intralciare i loro nemici stanziati in Mozambico, ma il movimento presto prese vita propria e si emancipò dai suoi stessi creatori.

Ridurre la Renamo ad una proxy del blocco occidentale, e dei regimi di apartheid contro il mozambico socialista, è infatti riduttivo rispetto alla sua esperienza. Il movimento ribelle nasceva dal malcontento di alcuni ex ufficiali del Frelimo, e di alcuni gruppi locali che si sentivano minacciati dal crescere del potere degli indipendentisti: anche dopo la costituzione del nuovo Stato, fu in grado di canalizzare il malcontento creatosi contro i nuovi governanti.

Già dall’indipendenza, il governo del Frelimo si presentò come un regime a partito unico estremamente dirigista, e di fatto sovrapposto alle istituzioni dello Stato. In quel periodo, infatti, non era raro che i partiti della decolonizzazione rimandassero la pratica democratica, con la giustificazione della necessità di sviluppare il Paese senza “perdere tempo” nella discussione parlamentare – e questo non faceva che alzare la tensione con le opposizioni.

In Mozambico saranno poi la collettivizzazione delle terre, e il tentativo di delegittimare le autorità locali tradizionali, a creare un diffuso malcontento contro il Frelimo, che andarono a nutrire i ranghi della Renamo. Il movimento ribelle fu quindi in grado di sostenere una lunghissima guerra civile, che terminò solo nel 1992 con l’esaurirsi della Guerra Fredda.

Non va infatti dimenticato che lo scontro tra Frelimo e Renamo era anche uno scontro tra i due blocchi in cui era diviso il mondo. Se il Mozambico indipendente era molto caro alle potenze orientali (compresa la Cina), la Renamo rimase sempre nelle grazie del Sudafrica – che temeva il vicino Paese socialista al punto da volerne destabilizzare la politica e l’economia attraverso la guerra civile.

A sostenere il Frelimo erano però anche molti Paesi europei che, pur non potendo intervenire nel conflitto per ovvi motivi di lealtà al blocco occidentale, instaurarono proficui rapporti di cooperazione umanitaria con il Paese. Uno di questi era proprio l’Italia, che ha mantenuto un rapporto strettissimo con il Mozambico.

Un momento fondamentale di questo rapporto furono le trattative di pace del 1992, che misero fine alla guerra civile. Terminata la guerra fredda – e divenuto ormai certo che il regime di apartheid sudafricano era vicino alla fine – si apriva infatti la possibilità di un vero dialogo tra Frelimo e Renamo. A sostenere i negoziati per la pace fu proprio l’Italia, attraverso l’azione del parlamentare socialista Mario Raffaelli e della Comunità di Sant’Egidio, che lavorò in stretto contatto con la Chiesa mozambicana.

Con la firma dell’accordo di pace lo scontro tra Frelimo e Renamo si spostò nelle urne, ma – come vedremo – ancora oggi persistono dei problemi. Il Mozambico oggi è ritenuto un Paese virtuoso dal punto di vista dello sviluppo democratico, ma la tensione tra i due partiti non è mai calata del tutto. Il Paese vive una costante tensione politica, che obbliga a mettere in dubbio questa lettura estremamente positiva del periodo post-bellico.

Fonti e Approfondimenti:

Gentili, A. M. (2008) Il leone e il cacciatore: Storia dell’Africa sub-sahariana. Roma: Carocci editore

Pallotti, A. & Zamponi, M. (2010) L’Africa sub-sahariana nella politica internazionale, Firenze, Le Monnier

Tornimbeni, C. (2013) Nazionalismo e internazionalismo nella lotta di liberazione del FRELIMO in Mozambico, 1964-1975. Afriche e Orienti, Vol.16, numero 3-4,  pp. 91 – 109.

Huffman, R.T. (1992) Colonialism, Socialism and Destabilization in Mozambique. Africa Today, Vol. 39(1/2), pp. 9-27

Isaacman, A. & Isaacman, B (1983) Mozambique: from colonialism to revolution, 1900-1982. Boulder CO: Westview Press

Bertelsen, B. E. (2016) Violent Becomings: State Formation, Sociality, and Power in Mozambique. New York: Berghann

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