Angola: la storia di un paese in guerra

La storia moderna del territorio oggi chiamato Angola ha inizio nel 1575, quando alcune caravelle portoghesi ne raggiunsero le coste, piene di soldati e futuri nuovi abitanti.

Le relazioni tra i suddetti territori e i portoghesi erano cominciate alcuni decenni prima, quando la zona faceva parte del Regno del Congo ed era chiamata Ngola, che, nella lingua del regno, significava “re”. I rapporti tra il Portogallo e la sua futura colonia venivano percepiti dai due governanti come paritari: in cambio di armi, dell’introduzione di nuovi strumenti tecnologici e dell’insegnamento della religione cristiana, l’Angola forniva schiavi, minerali e avorio.

I portoghesi cominciarono ad avere un reale e completo controllo dell’area solo a partire dalla Conferenza di Berlino. La Conferenza sull’Africa, iniziata il 15 novembre 1884 e conclusasi il 26 febbraio 1885, diede inizio alla cosiddetta corsa all’Africa, e fu teatro di un meeting in cui le più importanti potenze europee si spartirono il controllo dei territori del continente nero. Al Portogallo fu riconosciuto il diritto di controllo sulle colonie dell’Angola, del Mozambico, della Guinea-Bissau, di Capo Verde e di San Tomé e Príncipe, ma per rendere pratico ciò che era stato deciso in teoria era necessario dimostrare l’effettiva occupazione del suolo interessato e il governo portoghese colse così l’occasione per inasprire il proprio controllo sui territori ormai colonie. Per il piccolo stato del sud Europa questa risultò un’ardua impresa e l’effettiva occupazione fu raggiunta solo negli anni ’20 del secolo successivo.

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Nel periodo della dominazione portoghese la zona dell’attuale Angola aveva ottenuto il terribile primato di maggiore fornitore di schiavi, così da guadagnarsi l’appellativo di madre nera del Nuovo Mondo; il prezzo degli schiavi veniva deciso in base alle condizioni dei denti e gli angolani avevano imparato a romperseli e a strapparseli, pur di avere poco valore e non essere comprati.

Abolita la tratta degli schiavi, le condizioni degli abitanti autoctoni della Colonia Portoghese dell’Angola non videro miglioramenti: quando all’alba degli anni ’60, ebbe inizio il processo di decolonizzazione, il popolo angolano era più povero e meno scolarizzato di quello degli altri possedimenti europei in Africa, privo di servizi primari e scarso in infrastrutture. La popolazione bianca versava in condizioni di certo migliori, visto che i neri erano spesso costretti al lavoro forzato prima nelle piantagioni di cacao e poi nelle miniere d’oro e di diamanti, ma rimaneva comunque una delle meno ‘’benestanti’’ del continente.

Il Portogallo era uno stato povero, se confrontato con le altre potenze europee e se da una parte non aveva la possibilità economica per favorire lo sviluppo delle proprie colonie, dall’altra l’unico modo che aveva per dimostrare la sua forza e per avere voce nelle decisioni a livello internazionale, era di mantenere saldo il proprio dominio su di esse.

La guerra per l’indipendenza

Il popolo angolano reagì alla sottomissione e cominciarono a formarsi movimenti indipendentisti. Per primo il MPLA (Movimento per la Librazione dell’Angola), nel 1956, per volere di Agostinho Neto, un dentista portoghese; il movimento trovava seguito nel centro-nord del paese, tra i Mbundu, gli assimilados, cioè i pochi autoctoni che erano riusciti ad ottenere la cittadinanza portoghese, e i meticci. Nel 1962 nasceva poi il FNLA (Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Angola) capeggiato da Holden Roberto, il quale godeva dell’appoggio dei Bakongo, gruppo etnico risiedente a nord-est, al confine col Congo. L’ultimo gruppo, UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), si è creato a seguito di una scissione interna al FNLA, avvenuta nel 1966, e guidata da Jonas Savimbi, uno scienziato politico svizzero. Il motivo della scissione sembra risiedere nel fatto che mentre Roberto voleva mantenere la rivolta all’interno dei confini del Regno del Congo, Savimbi credeva nella necessità di diffonderla anche all’esterno, nei territori che sono oggi parte dello stato dell’Angola.

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Nel 1961 cominciarono gli scontri armati tra i portoghesi e i ribelli angolani e tra i gruppi indipendentisti. Le posizioni ideologiche dei tre gruppi erano assai diverse e se il MPLA si dichiarava marxista e godeva per questo dell’appoggio di Cuba e dell’Unione Sovietica, il FNLA riceveva aiuti dagli Stati Uniti, fortemente voluti dal presidente Ford, dalla Cina e dallo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), grazie ai collegamenti familiari tra Roberto e il generale Mobutu. UNITA, ultima arrivata, conservò gli spalleggiatori internazionali del FNLA e si conquistò la collaborazione dello Zambia.

La vita di una colonia, si sa, è fortemente condizionata dagli avvenimenti della madre patria e fu quindi solo nel 1974, quando a Lisbona la rivoluzione dei garofani spodestò il dittatore Salazar ripristinando la democrazia, che si decise di procedere con il processo di decolonizzazione e con gli Accordi di Alvor del gennaio del 1975, si sancì che l’Angola avrebbe ottenuto l’indipendenza l’11 novembre dello stesso anno. L’accordo sanciva inoltre che tutti tre i gruppi che avevano partecipato alla lotta per l’indipendenza avrebbero dovuto essere parte del nuovo governo dell’Angola libero, ma questo punto venne immediatamente ignorato e i mesi che seguirono furono densi di scontri tra le parti in corsa per il potere, sempre con la collaborazione dei vari attori internazionali, a cui si era aggiunto il Sudafrica, schieratosi con gli Stati Uniti a favore del FNLA. Il classico scenario da guerra fredda si stava delineando anche in Angola, infatti l’Unione Sovietica, spaventata dalla possibilità che il FNLA riuscisse a prendere potere, aumentò gli aiuti destinati al MPLA e, poco dopo, Cuba fu spinta ad intervenire da un’invasione dei militari sudafricani voluta da Washington.

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Chi avrebbe avuto Luanda in mano il giorno dell’indipendenza avrebbe conquistato il potere. Questo fu il principiò che dettò la vittoria del MPLA, che aveva conquistato la città il giorno precedente, 10 novembre 1975. Fu Agostinho Neto a proclamare la nascita della Repubblica Popolare dell’Angola.

La guerra civile

Un’aspra e apparentemente interminabile guerra civile si sostituì alla guerra per la liberazione dalla dominazione portoghese; i tre gruppi che avevano combattuto per la stessa causa, ma mai insieme, tra il 1961 e il 1975, si odiavano più che mai.

Nel corso dei 27 anni di guerra civile furono il movimento di Neto, al potere, e UNITA a scontrarsi aspramente, mentre il FNLA passò in secondo piano. Per tutta la prima parte dello scontro, fino alla caduta dell’Unione Sovietica, rimase evidente l’importanza strategica ed economica della zona, così come di altri territori africani, in seno al confronto tra i due grandi blocchi protagonisti della Guerra Fredda.

Nel 1979 Neto morì e fu sostituito da José Eduardo Dos Santos, ma la situazione rimase pressoché invariata. Poco prima i cubani accorsi in aiuto del MPLA e i militanti di UNITA avevano intensificato gli scontri: le persone fuggivano, nelle zone controllate da UNITA, al confine con la Namibia, molti uomini e giovani vennero uccisi dai cubani per evitare che si arruolassero con tale movimento e interi villaggi venendo sterminati grazie anche ad aerei carichi di napalm. Poco dopo il Sudafrica intervenne di nuovo, mantenendo forte la sua presenza in Angola dal 1981 al 1986, e i sovietici risposero con nuovi aiuti economici e militari al MPLA; le Nazioni Unite condannarono l’operato sudafricano. Continui attacchi di una fazione all’altra si susseguirono senza tregua in varie zone del paese e più l’appoggio internazionale cresceva, più sembrava lontana la possibilità di mettervi fine.

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Nel 1988 gli accordi di New York, anche detti Accordo Tripartito sull’Angola, firmati al quartier generale delle Nazioni Unite, i quali vedevano come protagonisti la Repubblica Popolare dell’Angola, Cuba e il Sudafrica, sancirono l’indipendenza della Namibia (prima sotto il controllo del Sudafrica) e misero fine alla partecipazione delle truppe cubane e sudafricane al conflitto, permettendo alle Nazioni Unite di inviare una missione di peace-keeping, la United Nations Angola Verification Mission. L’anno successivo, grazie anche alla partecipazione del leader congolese Mobutu, fu possibile un incontro tra Savimbi e Dos Santos, che portò alla Dichiarazione di Gbadolite, la quale prevedeva un cessate il fuoco in vista di futuri possibili accordi di pace. UNITA decise alla fine di non rispettarlo.

Intanto il MPLA stava cambiando. Aveva abbandonato l’ideologia marxista, il regime a partito unico era stato eliminato, la democrazia e il rispetto delle leggi vennero poste alla base del sistema politico del paese. Nel 1991 un nuovo incontro tra Savimbi e Dos Santos ebbe luogo a Lisbona e si concluse con la firma degli Accordi di Bicesse, nei quali si descrivevano i termini e le modalità della transizione democratica e delle elezioni erano state previste per l’anno successivo. Ma il sistema a doppio turno che doveva decretare l’inizio di un nuovo periodo per l’Angola fu causa di un immane spargimento di sangue. UNITA denunciò i comportamenti violenti e intimidatori degli avversari, disposti a tutto pur di non perdere il potere e, di risposta, decimò la popolazione di alcune zone fortemente collegate al governo, per poi passare a bombardamenti indiscriminati su città e villaggi; nel frattempo le forze governative stavano portando avanti la pulizia etnica con l’intento di decimare i sostenitori di Savimbi.

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Il secondo tentativo di pace ci fu nel 1994 con il Protocollo di Lusaka, voluto da Savimbi stesso, resosi conto delle pessime condizioni in cui versava il suo gruppo, nel quale il governo di Luanda e UNITA si accordarono per il disarmo del movimento e si mostrarono intenzionati a trovare una riconciliazione nazionale attraverso la trasformazione di UNITA in un attore politico pacifico per giungere alla formazione di un governo di unità nazionale. Purtroppo, ancora una volta, si riaprirono gli scontri.

UNITA nel nuovo millennio è diventata tristemente celebre per il traffico illecito di armi e quello di diamanti, per l’arruolamento di giovanissimi tra le sue fila e per lo sfruttamento dei lavoratori delle miniere. Ha continuato ad attaccare le forze governative, ma anche i civili, per dimostrare la sua forza così da conquistarsi una posizione di rilievo nelle eventuali trattative per la pace decisiva.

Il gruppo ha cessato la sua attività solo nel 2002, quando Savimbi è stato ucciso dalle forze governative e il MPLA ha deciso di riaprire il dialogo coi nuovi vertici, prima con un accordo per il cessate il fuoco, poi con un memorandum di intesa per ribadire ciò che era stato previsto dal Protocollo di Lusaka.

 Fonti e Approfondimenti

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