Senegal, Ruanda, Kenya e Angola: l’Africa alle urne

Quest’estate in Africa ci sono state numerose elezioni: parlamentari, in Senegal e Angola, presidenziali in Ruanda e Kenya. È facile pensare che poter votare significhi avere un sistema democratico, limpido e che accetta il cambiamento, ma non è sempre così, in particolare in Africa.

Senegal

Le prime elezioni che si sono tenute durante la stagione estiva, sono state le parlamentari in Senegal. Gli elettori sono stati chiamati a votare per il rinnovo dei 165 deputati che compongono la camera legislativa senegalese.

Secondo il sistema elettorale vigente, 105 seggi vengono assegnati con il metodo maggioritario nelle 45 circoscrizioni in cui è diviso il paese (tra questi sono compresi anche i voti della diaspora senegalese); i restanti 60 vengono invece assegnati con il metodo proporzionale su base nazionale.

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Il panorama pre elettorale

Le elezioni del 30 luglio sono state caratterizzate da alcuni dati ed eventi particolari, che hanno stuzzicato l’interesse dei senegalesi e dell’opinione pubblica internazionale.

Innanzi tutto ha stupito il numero di liste che si sono presentate, 47 contro le 24 del 2012. Tre di queste erano tra le favorite. La Benno Bokk Yakaeer è la lista dell’attuale Presidente Macky Sall, diretta dal Primo Ministro, Mohammed Buon Abdallah Dionne, si è presentata con l’obiettivo di guadagnare un’ampia maggioranza che permetta al capo di stato di aspirare al rinnovo del mandato alle presidenziali del 2019.

Il vero colpo di scena è stato il ritorno in pista di Aboulaye Wade. Presidente della Repubblica per dodici anni dal 2000 al 2012, il novantunenne ha deciso di lasciare la sua dimora a Versailles per buttarsi di nuovo nella mischia della politica senegalese. Ha dichiarato che il motivo del suo ritorno sono le condizione negative in cui, a suo parere, versa il paese da quando Sall è diventato presidente. Voci di corridoio dicono invece che i veri motivi sono diversi. C’è in primis la fame di vendetta nei confronti del successore, che dopo essere stato per molto tempo suo discepolo all’interno del Parti Démocratique Sénégalais (PDS), lo ha battuto alle presidenziali 2012. Ha di certo contribuito anche il fatto che egli non abbia ancora designato nessuno come suo successore, ma girano voci che stia cercando di redimere suo figlio Karim, in esilio in Qatar (la grazia concessagli da Macky Sall gli ha evitato quattro dei sei anni di carcere che gli erano stati inflitti) accusato di corruzione nel 2013.

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La terza grande lista è quella di Khalifa Sall
, il nemico con cui Macky Sall deve fare i conti ogni giorno. A marzo di quest’anno è stato arrestato per appropriazione indebita di soldi pubblici, ma le accuse sono cadute il mese successivo; secondo i suoi legali tutto era stato creato a d’hoc per renderlo ineleggibile alle parlamentari. Lui e i suoi collaboratori hanno valutato a lungo la possibilità di unire la sua coalizione, Mankco Taxawu Senegaal, con la Coalition Gagnante/Wattu Senegaal di Wade, con l’obiettivo di creare un periodo di coabitazione (durante il quale il governo e la maggioranza parlamentare sono di due fazioni politiche diverse) ma nulla è stato fatto.

I risultati

Il 30 luglio, Macky Sall ha visto riconfermata la sua posizione. La sua coalizione ha vinto in 42 dipartimenti su 45, si è aggiudicata il 49,48% dei voti che gli hanno fatto guadagnare 125 seggi su 165.

 

Rwanda

Le elezioni presidenziali in Ruanda si sono tenute il 4 agosto. Il sistema utilizzato è molto simile a quello francese: se nessuno dei candidati raggiunge il 50% più uno dei voti si passa al secondo turno, durante i quale si sfidano i due candidati che hanno ottenuto le percentuali di voti più alte.

I sostenitori di Kagame e del suo Rwandan Patriotic Front, hanno spinto nel ricordare che il loro candidato, nonché attuale presidente, è stato colui che ha riportato la pace tra Hutu e Tutsi dopo il genocidio del 1994 e che nessuno meglio di lui può garantire la crescita del paese. Per contro i suoi oppositori sostengono che il presidente stia portando avanti un sistema di terrore, in cui tutte le voci di dissenso hanno poco spazio, quando ne hanno.

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I suoi sfidanti erano Phillipe Mpayimana, esponente del Green Democratic Party of Rwanda e Frank Habineza, un candidato indipendente.

Senza dubbio la modifica della costituzione approvata nel 2015, che permette al presidente di correre per un terzo mandato settennale, non ha contribuito a rendere il paese più democratico. L’emendamento costituzionale fissa il mandato presidenziale a cinque anni (rinnovabile una sola volta), ma solo dopo il settennato che è cominciato lo scorso agosto. Allo stesso tempo resetta il calcolo dei mandati già trascorsi e ciò significa che Kagame dopo i prossimi sette anni potrà candidarsi di nuovo nel 2024 e nel 2029.

I risultati

Kagame, ormai presidente da 17 anni, è riuscito con facilità ad aggiudicarsi di nuovo il titolo, ottenendo il 98,79% dei voti. Il suo operato è quindi stato premiato dai cittadini: il Ruanda è uno dei paesi africani con la più alta crescita economica, che si attesta intorno al 7% annuo, e nel suo parlamento il 64% dei deputati sono donne, permettendo al Ruanda di classificarsi nei primi posti a livello mondiale per la presenza femminile nell’apparato legislativo.

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I suoi sfidanti hanno di conseguenza ottenuto percentuali di voto irrisorie. Phillipe Mpayimana ha guadagnato lo 0,73% e Frank Habineza soltanto lo 0,48.  Le elezioni sono state dichiarate giuste e libere (e quindi valide) dalle maggiori organizzazioni regionali, come l’Unione Africana, la East African Community, il Common Market for Eastern and Southern Africa, e l’International Conference on the Great Lakes Region. Human Rights Watch non ha confermato tali affermazioni, sottolinenando la mancanza di libertà nei discorsi politici e il poco spazio di confronto concesso agli oppositori durante il periodo pre-elettorale. Mpaymana e Habineza hanno anche denunciato le intimidazioni e le minacce subite dopo l’annuncio delle loro candidature.

Angola

Le elezioni che si sono tenute in Angola lo scorso 26 agosto (si sarebbero dovute tenere il 23, ma sono state posticipate a causa del maltempo), hanno segnato la fine del potere del presidente Dos Santos. Al governo ormai da 38 anni, Dos Santos ha annunciato a febbraio dell scorso anno il suo ritiro dalla politica.

In questo caso si tratta di elezioni legislative, a seguito delle quali il rappresentate del partito maggiormente votato ottiene la carica di Presidente. Il sistema utilizzato per l’elezione dei deputati si divide in due parti, in quanto 130 dei 220 membri vengono scelti tramite il metodo proporzionale, calcolato a livello nazionale, e provengono da liste di partito chiuse. Per i restanti 90 si usa ancora in metodo proporzionale (il d’Hont), ma i calcoli vengono fatti al livello dipartimentale. Ognuno dei 18 dipartimenti elegge cinque rappresentati.   

Il candidato del MPLA, il Movimento Popular de Libertação de Angola, era João Lourenço, il discepolo di Dos Santos. Egli è stato ministro della difesa negli scorsi quattro anni e vice presidente del partito dal 2016; prima ne era già stato segretario generale.

Il più forte dei partiti che si oppongono all’MPLA è UNITA (União Nacional para a Independência Total de Angola), il cui leader, Isaías Samakuva, è stato eletto presidente del partito subito dopo la morte di Jonas Savimbi, avvenuta nel 2002.  I due rivali storici, nemici già dai tempi della guerra civile, si sono scontrati anche con Convergência Ampla de Salvação de Angola, una coalizione di partiti di stampo social democratico, il Partido de Renovação Social (PRS), un partito che rappresenta l’etnia Chokwe, e l’NPLA (Frente Nacional de Libertação de Angola), altro protagonista della guerra civile che ha perso, dopo la fine di questa, gran parte del suo appeal.

I risultati

Come tutti si aspettavano, il ritiro di Dos Santos dalla scena politica non ha significato la fine del suo potere. L’MPLA è riuscito ad ottenere più del 60% dei voti e João Lourenço è diventato Presidente Dos Santos è comunque rimasto alla testa del suo partito. UNITA, lo sfidante più temuto dall’MPLA, si è fermato al 26% dei voti, degli altri partiti nessuno è arrivato al 10%.

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Gli sconfitti, UNITA, FNLA e PRS, si sono rifiutati di riconoscere i risultati pubblicati dalla National Electoral Commission e hanno formalmente chiesto alla Corte Costituzionale l’annullamento delle elezioni, avendo rilevato irregolarità in 15 dei 18 dipartimenti. La petizione è stata rifiutata dalla Corte, secondo la quale tutto è avvenuto in modo regolare, e l’MPLA ha ufficialmente ottenuto la quarta vittoria consecutiva dal 1992, quando si è passati al multipartitismo.

Kenia

Abbiamo già parlato delle elezioni in Kenya, ma ci sono stati dei risvolti inaspettati. A contendersi il posto di Presidente c’erano Kenyatta, già Presidente in carica, e Odinga, l’eterno sfidante, l’eterno sconfitto. Inizialmente sembrava che tutto si fosse svolto nei limiti della legalità, ma poi, a seguito della denuncia di Odinga, la Corte Suprema ha dichiarato nulli i risultati che vedevano Kenyatta vincente con più del 54% dei voti.

Alcuni giorni dopo una nuova tornata elettorale è stata indetta per il 17 ottobre. Odinga avrebbe voluto posticipare la data e sarà probabilmente soddisfatto, in quanto sembra che i sistemi elettronici che dovrebbero essere utilizzati non potranno essere pronti per il 17 ottobre.

 

In Africa si cambia per non cambiare (o non si cambia per niente)

Il continente africano è celebre per i capi di stato che governano per decenni. Se il 2017 è stato (e sarà ancora) un anno di elezioni, non significa che sarà un anno di cambiamento.

Molti stati africani hanno creato la loro identità nazionale sulla figura dell’uomo che detiene il potere, che spesso è lo stesso uomo (o un parente) che ha lottato per l’indipendenza del Paese dal dominio coloniale europeo. Un fattore che contribuisce al fenomeno è la divisione, etnica o religiosa che sia, che esiste tra il popolo di una stessa nazione e che spinge a cercare un oggetto (o meglio un soggetto) che rappresenti l’identità comune.

 

Fonti e Approfondimenti:

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