La differenza tra antisionismo e antisemitismo

Una manifestazione del gruppo antisionista Neturei Karta a Boston
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Spesso, nel dibattito sulla questione legata ai palestinesi e ai Territori Occupati, media e personaggi politici israeliani (e non solo) hanno accusato di antisemitismo chiunque osasse criticare l’operato di Tel Aviv. È il caso, ad esempio, delle dichiarazioni rivolte da Benjamin Netanyahu contro la Corte penale internazionale, incolpata di voler negare a Israele il diritto di esistere. A febbraio, infatti, il tribunale per crimini internazionali aveva suscitato l’ira dell’ex primo ministro israeliano annunciando l’intenzione di procedere con un’indagine preliminare sui presunti crimini di guerra commessi nei territori palestinesi occupati.

In realtà, però, chi si oppone alle politiche israeliane di occupazione dei territori palestinesi è antisionista, atteggiamento politico che può prescindere dall’antisemitismo

Cos’è il sionismo e come nasce?

Nel corso della storia, l’antisemitismo è stato una delle costanti delle società europee. Sviluppatosi a partire dall’odio religioso dell’Europa medievale, basato sulle responsabilità degli ebrei nella morte di Gesù e quindi sull’accusa di deicidio, ha raggiunto l’apice con le esperienze del nazismo e della “soluzione finale per il problema ebraico”. Ovunque nel continente, le comunità ebraiche hanno subito forme di persecuzione, come restrizioni professionali, maggiori tassazioni, espulsioni da città e Paesi e linciaggi. 

Il sionismo è nato proprio in risposta alle persecuzioni subite dagli ebrei. Tuttavia, questo movimento è anche il frutto di un preciso periodo della storia europea, quello dei nazionalismi e del colonialismo. I primi gruppi identificabili come sionisti furono i Chibbat Zion («Amore per Sion»), associazioni create dopo i pogrom del 1881: le violenze subite nell’Impero zarista convinsero gli ebrei russi che l’unico luogo sicuro fosse la Palestina, identificata come luogo d’origine dei loro antenati e coincidente con l’antico Regno di Israele. La trasformazione del sionismo in un vero e proprio movimento politico si deve, invece, all’austroungarico Theodor Herzl (1860-1904). A seguito dell’affare Dreyfus (durante il quale un ufficiale ebreo fu accusato ingiustamente di tradimento) in Francia, Herzl pubblicò nel 1896 Der Judenstaat, opera in cui argomentava come gli ebrei fossero distinti dagli altri popoli europei e che la loro assimilazione nelle società in cui vivevano fosse impossibile a causa dell’antisemitismo: era quindi auspicabile la creazione di uno Stato ebraico nell’allora Palestina.

Herzl era consapevole del fatto che nella “terra d’Israele” vivessero da secoli arabi musulmani e cristiani, ma, seguendo la mentalità colonialista dell’epoca, che vedeva nell'”uomo bianco” un portatore di progresso, dipinse la creazione di uno Stato ebraico in Palestina come un beneficio per le popolazioni locali: gli ebrei europei, istruiti e laboriosi, avrebbero modernizzato la regione. Di fatto, secondo i sionisti, ma anche secondo la società occidentale in generale, le popolazioni dell’Asia e del Medio Oriente erano da considerarsi barbariche e arretrate. 

Il movimento nacque ufficialmente nel 1897, con il Congresso Sionista Mondiale tenutosi a Basilea. Tuttavia, non riscosse particolare successo, almeno inizialmente. Solo durante gli anni Trenta del Novecento, in concomitanza con le leggi razziali della Germania nazista e dell’Italia fascista, un grande numero di ebrei decise di trasferirsi negli insediamenti (yishuv) creati dai Chibbat Zion e dai primi sionisti in Palestina, che nel 1948 sarebbero diventati lo Stato di Israele, quarantaquattro anni dopo la morte di Herzl. 

Il sionismo dopo la nascita di Israele

La fondazione di una Nazione ebraica sulla base delle premesse sioniste, messa in pratica con il benestare delle potenze occidentali, e i conflitti che hanno caratterizzato la storia del Paese fin dal principio, hanno portato alla formazione di un assetto istituzionale “etnocratico”: anche se residenti in Israele, molti arabi non godono della cittadinanza israeliana (che invece può essere facilmente richiesta dagli ebrei provenienti dall’estero) e subiscono ovvie ripercussioni sulla loro possibilità di partecipare alla vita politica del Paese. Come in gran parte degli Stati-nazione, l’appartenenza al gruppo etnico maggioritario è considerata parte integrante dell’identità nazionale e personale. 

Nel corso degli anni, l’etnocrazia è stata rinforzata attraverso politiche discriminatorie verso i cittadini non ebrei (non solo gli arabi, ma anche i membri di altre minoranze). Uno degli esempi più recenti è stata la legge sullo Stato-nazione, approvata dalla Knesset nel luglio 2018, che concede il diritto all’autodeterminazione all’interno del territorio israeliano unicamente agli ebrei. Inoltre, il testo legislativo descrive la creazione di insediamenti come un valore nazionale, da incoraggiare e implementare. L’accento posto sulla progressiva occupazione coloniale è parte del progetto di giudaizzazione dei territori controllati, ovvero di una progressiva omogeneizzazione etnica della popolazione. 

L’occupazione della Cisgiordania e delle alture del Golan (che permettono un capillare controllo dei confini con Siria e Giordania) è stata dettata da motivazioni strategiche e geopolitiche; a questo va però aggiunta la convinzione sionista che tutta la Palestina (oltre che parti di Libano, Siria e Giordania) debba far parte dello Stato ebraico, che negli auspici dovrebbe rispecchiare i vecchi confini del Regno di Israele.

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Infine, secondo questo progetto, la capitale del Paese dovrebbe essere una Gerusalemme unificata, implicando che la parte orientale della città, assegnata alla Palestina, debba essere “concessa” alla nazione ebraica. Ciò ha portato, nel corso dei decenni e dei conflitti con i Paesi arabi vicini, alla narrativa del “o noi o loro” e a un costante senso di persecuzione, in base ai quali molte scelte strategiche e politiche sono giustificate dalla necessità di difendere il diritto a esistere di Israele e del popolo ebraico nel suo complesso. 

Chi si oppone al sionismo e perché

Il sionismo si basa dunque sull’idea che la patria ancestrale di tutti gli ebrei sia la Palestina e, di conseguenza, questi ultimi abbiano il diritto di rivendicarne l’intero territorio, seguendo le logiche tipiche dei movimenti etno-nazionalisti di ispirazione coloniale. 

Tuttavia, la premessa sulla quale si basa questa rivendicazione territoriale è storicamente inaccurata. La connessione tra la Palestina e l’ebraismo (e le religioni abramitiche in generale) è indiscutibile, ma quella tra il Regno d’Israele e gli ebrei sparsi in tutto il mondo non lo è. Infatti, molti popoli di religione ebraica non sono originari della Palestina. Questo perché nel Vicino Oriente tardo-antico, mentre le religioni politeiste iniziavano a declinare, si verificarono molte conversioni verso fedi monoteiste, come l’emergente cristianesimo o, appunto, l’ebraismo. In alcuni casi furono i regnanti stessi a incoraggiare questi processi: per esempio, nell’VIII secolo d.C., i khazar, una confederazione di popoli semi-nomadi di etnia turca residenti in Asia Centrale, si convertirono in massa all’ebraismo.

L’antisionismo non si basa però sulla storia, ma sulle vicende attuali: si oppone, infatti, alla discriminazione di alcuni segmenti della popolazione israeliana su base etnico-religiosa e sull’appropriazione illegittima dei territori assegnati ai palestinesi.

Uno dei gruppi antisionisti più noti e diffusi a livello internazionale è BDS, che basa la propria azione su tre obiettivi: fine dell’occupazione su Cisgiordania e Gaza, parità di diritti tra cittadini ebrei e arabi in Israele e diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Nessuno di questi punti ha connotazioni razziste. Inoltre, molte associazioni antisioniste sono di matrice ebraica, come l’International Jewish Anti-Zionist Network, il Jewish Voice for Peace e il Neturei Karta (quest’ultimo è un gruppo ultra-ortodosso). 

Pertanto, non si tratta di antisemitismo, ovvero di un odio su base razziale, ma dell’opposizione a un progetto politico che ancora oggi vìola i diritti umani e le convenzioni internazionali.

 

 

Fonti e approfondimenti

Peter Beinart, “Debunking the myth that anti-Zionism is antisemitic, The Guardian, 07/03/2019.

Emiliani, Marcella. 2012. “Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991″. Laterza.

Morris, Benny. 2003. “Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001″. BUR Storia.

Asa Winstanley, B’Tselem didn’t go far enough; Israel has always been an apartheid state, Middle East Monitor, 22/01/2021.

Asa Winstanley, “It is necessary to be an anti-Zionist in order to reject anti-Semitism, Middle East Monitor, 01/04/2021.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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