Striscia di Gaza: tra tensioni politiche e crisi umanitaria

Due bambini della striscia di Gaza sorridono dietro un mucchio di sacchi messi per formare una trincea, alle loro spalle i fumi di una probabile esplosione
(Fonte: https://pixabay.com/it/photos/gaza-striscia-palestina-3829378/)

In un angolo del Mediterraneo orientale, la Striscia di Gaza si trova sotto assedio da parte di Israele ormai dal 2007, anno in cui Hamas assunse il controllo di questo lembo di terra. All’intero di un quadro già molto critico, a causa del persistente conflitto israelo-palestinese e per la separazione tra le due componenti territoriali, Gaza e Cisgiordania, questa situazione non ha fatto altro che minare ulteriormente le fondamenta della società palestinese.

L’isolamento imposto alla Striscia di Gaza e il susseguirsi di conflitti e violenze hanno avuto un grave impatto sulla popolazione sia dal punto di vista sociale che economico, causando infine una vera crisi umanitaria. Oggi, oltre al riacutizzarsi delle tensioni con Israele e all’instabilità delle politiche di Hamas, il recente avvento della pandemia da Covid-19 pone un’ulteriore sfida ai palestinesi

Il governo di Hamas nella Striscia di Gaza 

La Striscia di Gaza si estende su una superficie di poco più di 360 km², in cui vivono 1,6 milioni di palestinesi, con una densità abitativa tra le più alte al mondo, oltre 4500 abitanti per km². Proprio qui Hamas, movimento politico di ispirazione religiosa nato in seguito alla Prima Intifada, conserva la propria base territoriale. 

Negli anni del conflitto arabo-israeliano, la Striscia rimase sotto il controllo egiziano fino al 1967, per poi venire occupata militarmente da Israele, fino al 1994. In seguito alla firma degli Accordi di Oslo (1993), la maggior parte dei territori passarono sotto il controllo palestinese e la giurisdizione dell’appena costituita Autorità nazionale palestinese (ANP). Tuttavia, le colonie ebraiche vennero smantellate solo nel 2005 e, ancora oggi, Tel Aviv continua a esercitarvi la propria autorità su aspetti fondamentali, come la gestione dei confini, dello spazio aereo e delle acque territoriali. Quando, nel 2006, Hamas vinse le elezioni politiche superando Fatah, l’organizzazione laica principale attore all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nonché dell’ANP, le tensioni tra le due fazioni si acuirono fino a sfociare in un conflitto civile, che terminò con la cacciata di Fatah dalla Striscia. Da quel momento, Gaza diventò un territorio indipendente dall’ANP, sotto il diretto controllo di Hamas

In risposta alla presa di potere di quest’ultimo, Israele istituì un blocco terrestre, aereo e marittimo, adducendo pretesti legati alla sicurezza e limitando, quindi, l’approvvigionamento idrico ed elettrico, la libertà di movimento e di accesso ai servizi sanitari di base e a ogni altro servizio di prima necessità. Per queste ragioni, alcuni studiosi, fra cui lo storico israeliano Ilan Pappè, hanno definito l’assedio israeliano imposto alla popolazione gazawi un “incremental genocide, un genocidio graduale

Tra povertà ed embargo: il declino dell’economia gazawi 

Nel 2012 l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) pubblicò un rapporto dedicato a Gaza – Gaza in 2020: un luogo abitabile? nel quale si proponeva uno scenario secondo cui la Striscia sarebbe diventata “inabitabile” nel 2020. Oggi possiamo constatare come il deterioramento delle condizioni nella Striscia sia stato ben peggiore e sia avvenuto in maniera più rapida rispetto a quanto stimato dalle proiezioni del 2012. Di fatto, l’alto tasso di povertà, l’insicurezza alimentare e i rigorosi controlli di sicurezza hanno portato a un progressivo peggioramento delle condizioni economiche della Striscia, al collasso della maggior parte del settore privato e a un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 52% (con punte del 74,5% tra le donne e del 69% tra i giovani), rendendo Gaza un territorio invivibile. 

In tale contesto, l’80% della popolazione dipende dai cospicui aiuti umanitari veicolati tramite ONG internazionali. Con oltre trenta miliardi di dollari di aiuti ricevuti dall’inizio del processo di Oslo, i Territori palestinesi sono tra i maggiori beneficiari pro-capite di aiuti internazionali a livello mondiale e tale dipendenza mostra un trend di crescita positivo. Secondo i dati evidenziati da uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) del 2017, la soluzione alla crisi economica palestinese non avverrebbe comunque con l’immissione continua di aiuti internazionali, bensì eliminando tutte quelle restrizioni che dall’inizio del processo di Oslo ne paralizzano l’economia. 

I confini della Striscia, infatti, sono stati progressivamente circondati da mura di separazione costruite da Israele, in cui sono rimasti aperti solo pochi punti di accesso. L’unico valico aperto per il traffico merci è Kerem Shalom, nel sud della Striscia, sotto controllo israeliano. I due valichi che invece consentono il passaggio di persone sono quello di Rafah (il corridoio che collega la Striscia al Sinai) verso l’Egitto e quello di Erez verso Israele. Mentre il primo è sotto il controllo delle autorità egiziane, il secondo viene controllato dalle autorità israeliane, che richiedono dei permessi di uscita. 

I casi in cui vengono concessi questi permessi sono principalmente cure mediche per i malati gravi, come i pazienti oncologici. I criteri maggiori per l’approvazione sono l’assenza di un particolare servizio sanitario nel territorio di Gaza e l’evidenza della copertura dell’assicurazione medica. Inoltre, Israele mantiene il controllo dei permessi lavorativi concessi e controlla in maniera totale il flusso di persone in entrata e in uscita dalla Striscia. Le sistematiche limitazioni ai permessi concessi alla popolazione di Gaza, ivi compresa quella impegnata in progetti umanitari finanziati da governi europei, contribuiscono ad aggravare la frammentazione della popolazione palestinese.

La chiusura dei valichi impedisce alle fabbriche locali di ottenere le materie prime necessarie per la produzione di farmaci e i pezzi di ricambio per apparecchiature medicali, danneggiate dalla guerra e da anni di degrado. Questa situazione ha aumentato notevolmente il livello di mortalità delle fasce più vulnerabili della popolazione, in particolar modo donne incinte, anziani, persone con disabilità e neonati. In tale quadro, secondo i dati del report dell’UNRWA del 2015, il tasso di mortalità neonatale è salito al 22,4 per mille contro il 2 per mille documentato in Israele. Inoltre, il difficile accesso all’acqua non riesce a garantire le minime condizioni igienico-sanitarie. Di fatto, il 95% dell’acqua della Striscia è contaminata e non potabile secondo l’Organizzazione mondiale per la sanità: una situazione che si acuisce nei centri urbani.

Negli anni, la chiusura di molte attività industriali e commerciali ha alimentato un’economia parallela e illegale che passa attraverso i tunnel sotterranei tra Gaza e l’Egitto. Sebbene le forze di sicurezza egiziane abbiano provveduto alla distruzione di circa l’80% dei 1500 tunnel negli ultimi dieci anni, le autorità del Cairo non sono ancora riuscite a interrompere definitivamente il flusso clandestino da e verso Gaza. Per ovviare a questa problematica, il governo egiziano, a fine gennaio 2020, ha approvato il progetto di costruzione di una seconda barriera (parallela alle vecchie mura) per separare ulteriormente il territorio palestinese dal proprio. Secondo il progetto, parte della nuova struttura verrà realizzata sotto terra, con l’intento di bloccare definitivamente la costruzione dei tunnel e il passaggio di armi e di miliziani affiliati a organizzazioni terroristiche. 

La crisi oggi

In un quadro già di per sé così critico, il sistema sanitario palestinese, devastato da decenni di distruzione delle infrastrutture da parte di Israele, sta affrontando enormi difficoltà nel contenere la pandemia da Coronavirus. Una situazione particolarmente difficile si registra tra le comunità beduine, molte delle quali sono state colpite dagli ordini di demolizione emanati negli scorsi anni, e tra i circa 5000 prigionieri palestinesi rinchiusi in carceri sovraffollate.  

Tutto questo avviene in concomitanza con la ripresa delle ostilità tra Hamas e Israele. Dallo scorso 6 agosto, Israele ha bombardato la Striscia di Gaza quasi ogni giorno, in risposta agli attacchi palestinesi verso il confine israeliano, con palloncini a elio che trasportavano materiale incendiario. I lanci da parte di Hamas sono iniziati a seguito dell’avvicinamento tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e per chiedere il rispetto dell’accordo informale raggiunto a inizio anno tra Hamas e il governo israeliano per l’allentamento di alcune restrizioni. In risposta all’offensiva palestinese, Israele ha tuttavia imposto un ulteriore blocco sulle esportazioni nella Striscia. La tensione è poi riesplosa lo scorso 15 settembre, mentre a Washington venivano firmati gli accordi di normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e tra Israele e Bahrain. 

In tale contesto, il succedersi delle violenze e la perpetuazione delle difficili condizioni di vita nella Striscia definiscono un quadro complicato per una reale pacificazione dell’area. D’altronde, con la presentazione del Deal of the Century negli Stati Uniti, lo scorso gennaio, e la firma del cosiddetto “Accordo di Abramo” con gli Emirati, l’amministrazione Trump ha compiuto passi unilaterali senza precedenti, che minano fortemente i diritti umani dei palestinesi. Fino a quando proseguiranno attività diplomatiche senza però giungere a un produttivo dialogo per la pace, coinvolgendo tutte le parti in campo, non si potrà dare avvio ad alcun processo di sviluppo politico-economico volto a risanare la difficile condizione istituzionale in cui versano la Striscia di Gaza, e, più in generale, i Territori occupati palestinesi.

  

Fonti e approfondimenti

Are John Knudsen & Alaa Tartir, Country Evaluation Brief: Palestine, Chr. Michelsen Institute (CMI) Report 5/2017

Crisis Group Middle East, Gaza’s New Coronavirus Fears – Occupied Palestinian territory, Crisis Group Middle East Briefing N°78, 9/08/2020

Adam Khalil, “Egypt building new wall along Gaza border”, Middle East Eye, 18/02/2020

Donald Macintyre, “By 2020, the UN said Gaza would be unliveable. Did it turn out that way?”, The Guardian, 28/12/2019

Ilan Pappé, “Ilan Pappe: Israel’s “incremental genocide.”, Green Left, 18/06/2014 

Yara Hawari, COVID-19 in Palestine: A Pandemic in the Face of “Settler Colonial Erasure”, Istituto Affari Internazionali, 15/09/2020

UNRWA, Increasing Neonatal Mortality among Palestine Refugees in Gaza Strip, UNRWA research article. Question of Palestine, 12/03/2019

B’Tselem, Water in Gaza: Scarce, polluted and mostly unfit for use, 17/08/2020

World Bank, West Bank and Gaza Overview, 2020

Annalisa Perteghella & Andrea Cellino, Gulf-Israel: The Shortcomings and Merits of Trump’s Abraham Accords, ISPI, 9/10/2020

Ugo Tramballi, Palestina dreamin’, ISPI, 18/09/2020

Be the first to comment on "Striscia di Gaza: tra tensioni politiche e crisi umanitaria"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: