La battaglia politica sulla voter suppression nel 2020

Copertina di Riccardo Barelli.

Anche se manca ancora qualche giorno all’election day, in molti Stati sono già iniziate le procedure per l’early voting, ovvero il voto anticipato. Questo può avvenire, in molti territori, sia utilizzando il voto via posta che consegnandolo di persona in appositi siti per la raccolta delle schede. Da mesi però diverse associazioni e parti della società civile suonano l’allarme sul fatto che in questo ciclo elettorale la garanzia dell’universalità del diritto di voto potrebbe essere a rischio. La cosiddetta voter suppression, o soppressione del voto – espressione che indica la serie di procedure atte a impedire a dei cittadini statunitensi di partecipare liberamente alle elezioni – è un problema storico negli USA. Per le minoranze e in generale le persone più marginalizzate, l’accesso al voto è sempre stato più difficile, a causa di un corpus di leggi e strumenti che lo rende eccessivamente complicato, se non apertamente escludente. Il caso più eclatante è quello dei milioni di persone incarcerate o che hanno subito condanne penali, che vengono private in quasi tutti gli Stati del diritto di voto. Il problema, però, è molto più radicato di quanto si pensi.

Soprattutto quest’anno, la pandemia globale causata dal coronavirus ha ulteriormente complicato le procedure di voto, mentre il Partito repubblicano – storicamente quello più attivo nella creazione di questi ostacoli – ha potenziato i suoi sforzi per privare migliaia di cittadini di questo diritto. In diversi Stati, infatti, il GOP è stato attivo, tramite l’uso dei poteri legislativo ed esecutivo, dove ne detiene il controllo, o grazie a diverse sentenze delle Corti Supreme conservatrici, nel porre nuove barriere all’accesso al voto.

La registrazione al voto e le ID laws

La prima questione è quella della registrazione obbligatoria per votare. Negli USA, infatti, la registrazione alle liste elettorali non è automatica, ma deve essere fatta dai singoli cittadini, spesso tramite procedure burocratiche difficili che la pandemia di Covid-19 ha ulteriormente complicato.

Diversi Stati poi (33 in totale) stabiliscono che al seggio è obbligatorio esibire un documento di identità. Questa misura crea un’ulteriore barriera per le minoranze, nonché per le persone economicamente marginalizzate e per le persone transessuali, che non sempre hanno accesso a un documento di identità valido e che sono più vulnerabili al rischio di essere cancellate dai registri elettorali.

Già queste due misure apparentemente neutre sono in realtà fortemente penalizzanti, per tanti motivi. Uno è ovviamente che complicano eccessivamente le procedure di accesso, a fronte di un rischio pressoché nullo (0.00006% di probabilità secondo le stime) di frode elettorale da parte dei votanti. Un altro è che in alcuni Stati queste procedure non possono essere fatte online ma solo in presenza, con gli uffici che spesso però sono localizzati in aree urbane poco accessibili a chi vive in zone rurali o poco collegate coi mezzi pubblici. Unito al problema della segregazione urbana, della povertà e della homelessness, questo rende sproporzionatamente più complicato l’accesso al voto per le minoranze.

Inoltre, anche riuscire a superare questi ostacoli non dà garanzie di procedure snelle e prive di intoppi per votare. In questi giorni di early voting sono circolati diversi video che mostrano file kilometriche per votare. Questo è da un lato un buon segno per la partecipazione elettorale, che si temeva sarebbe stata bassa. D’altro canto, però, è evidente che il Paese si stia confrontando con grossi problemi se per partecipare alle elezioni i cittadini sono costretti a fare ore di fila. In tutto questo, come detto prima, il Partito repubblicano sta giocando un ruolo fondamentale nel cercare di restringere o complicare l’accesso ai seggi, con risultati che potrebbero effettivamente escludere molti elettori. Nel caso l’elezione risultasse più competitiva di quanto mostrino i sondaggi e si decidesse sul filo del rasoio come nel 2000 o nel 2016, la voter suppression potrebbe diventare il fattore chiave per una vittoria conservatrice.

 

La battaglia politica sulla voter suppression

La voter suppression non è, ovviamente, frutto del caso, ma di scelte politiche precise che derivano soprattutto da quella che è la strategia politico-elettorale del Partito repubblicano.

Negli ultimi decenni il GOP è diventato una forza politica sempre più minoritaria. Le conseguenze della southern strategy di fine anni Sessanta, la scelta di costruirsi un’identità partitica basata sul razzismo istituzionale – e quindi sul suprematismo – per investire sui consensi dell’elettorato bianco ha certamente pagato: i repubblicani hanno infatti accumulato molte vittorie negli ultimi cinquant’anni. Non è difficile vedere, però, come questa strategia abbia portato il partito al minoritarismo, tanto che due delle loro ultime tre vittorie – nel 2000 e nel 2016 – sono arrivate vincendo il Collegio elettorale, ma perdendo il voto popolare.

Dall’elezione di Bush jr. nel 2000 in poi sono emersi i problemi legati a questa scelta. Gli USA sono diventati un Paese sempre più multiculturale, anche per effetto dell’immigrazione dall’America latina, e quindi più liberale. Inoltre, minoranze e donne negli ultimi decenni hanno votato sempre più convintamente per i democratici, lasciando il Partito repubblicano con un solo asset: il voto dei bianchi. Questa è comunque una risorsa molto potente: negli Stati Uniti i bianchi non-ispanici sono più del 60% della popolazione, quindi essere maggioritari tra loro è una garanzia di competitività. Per effetto dei trend demografici, però, questo non basta più: neri e ispanici contano sempre di più, ma votano in massa democratico perché l’identità dei repubblicani è escludente nei loro confronti.

Qui entra in gioco la voter suppression come strategia politica. La soppressione del voto infatti è targetizzata contro le minoranze e in generale individui marginalizzati come le persone trans, senzatetto o a basso reddito. Non è un caso: questi sono elettori che votano in massa democratico, e la crescita del loro peso elettorale, unita alla loro incompatibilità con l’identità repubblicana conservatrice e centrata sulla whiteness, spinge il GOP a lottare per la loro esclusione. Non potendo conquistarli senza tradire i loro valori, cercano semplicemente di evitare che possano votare. Questa strategia escludente non è certo nuova, ma in questo ciclo elettorale sembra essere diventata il perno attorno a cui ruotano gli sforzi dei repubblicani, consci di non poter vincere una maggioranza reale dei voti.

La situazione verso il 3 novembre

Il GOP ha iniziato a portare avanti queste battaglie già a fine 2019, ma gli sforzi più intensi hanno visto il proprio culmine in questi ultimi mesi. Trump non ha perso occasione per puntare il dito contro la possibilità di frode elettorale tramite il voto via posta – che, come detto, è un’eventualità estremamente remota – e da mesi dice che potrebbe non accettare una transizione pacifica del potere in caso di sconfitta. Nel frattempo i repubblicani hanno seminato gli Stati USA, soprattutto quelli più combattuti, di ostacoli per l’accesso al voto.

In California, per esempio, il GOP locale ha disseminato dei falsi punti di raccolta dei voti – in California c’è la possibilità di votare in anticipo – e si è rifiutato di accettare l’ordinanza del tribunale che sanciva l’illegalità della pratica. In diversi Stati come Texas e Ohio i governatori repubblicani avevano imposto la limitazione, poi eliminata da una Corte in Ohio ma rimasta in Texas, di aprire un solo seggio per Contea per consegnare gli early votes. Questi voti di solito sono per la grande maggioranza democratici, e in tempo di pandemia averne solo uno disponibile può essere problematico, soprattutto nelle Contee grandi e/o popolose. Molti altri Stati come Wisconsin, Indiana, Michigan, Georgia hanno stabilito che non conteranno i voti che, pur se spediti in tempo, arriveranno in ritardo rispetto all’election day. In altri ancora (North Carolina, Pennsylvania, Minnesota) il GOP si sta rivolgendo alle Corti per impedire che i voti ricevuti in ritardo vengano contati. In tutto questo l’ufficio postale statunitense, cui sono stati tagliati i fondi dall’amministrazione Trump, non sta riuscendo a gestire il grande flusso di posta proprio nel momento in cui molte persone votano via mail a causa della pandemia.

 

Stando ai sondaggi, Biden ha un ottimo margine di vantaggio e buone probabilità di vincere, ma il Collegio elettorale continua ad aiutare Trump e rende la partita più complicata di quanto non dica il +8% del candidato democratico nella proiezione di FiveThirtyEight. Alcuni Stati potrebbero essere vinti per poche decine di migliaia di voti e risultare decisivi per la vittoria finale, anche se Biden dovesse superare agevolmente Trump nel voto popolare. Inoltre, la voter suppression avrà anche un ruolo nel decidere le corse per il Senato, la Camera dei Rappresentanti, i governatori. Non è chiaro per ora quanto potrebbe contare tutto questo il 3 novembre, ma il solo fatto che un partito possa utilizzare uno strumento così antidemocratico per, potenzialmente, vincere un’elezione è la cartina tornasole di un Paese in cui le istituzioni democratiche sono sempre meno solide.

 

Fonti e approfondimenti

Kendi Ibrahim X., “A Campaign of Voter Subtraction“, The Atlantic, 16/10/2020

Rakich Nathaniel, Sweedler Maya e Wolfe Julia, “How To Vote In The 2020 Election“, FiveThirtyEight, 27/10/2020

Rainey James, “‘There is a voter-suppression wing’: An ugly American tradition clouds the 2020 presidential race,
Los Angeles Times, 24/10/2020

Worland Justin, “How the Trump Campaign Is Trying to Suppress the Black Vote“, Time, 22/10/2020

Live Updates: We’re Tracking The Vote And Voting Problems, FiveThirtyEight, ottobre 2020

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