La mass incarceration è il Jim Crow del nuovo millennio

Nella prima metà degli anni ’70, la popolazione carceraria degli USA ammontava a circa trecentomila unità. Nel mentre, la comunità scientifica statunitense iniziava a discutere dell’oppurtinità di abolire il carcere, in quanto istituzione disumana e incapace di preparare i detenuti al reinserimento nella società.

Quarant’anni dopo, il numero di detenuti nelle prigioni statunitensi è schizzato alle stelle, superando i due milioni. La cultura di fine anni ’60, incentrata sulla War on Poverty di Johnson e sull’idea del superamento dell’istituzione carceraria, ha ceduto il passo alla War on Drugs di Nixon, da cui è nato il sistema di mass incarceration. Ad oggi, gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese con il più alto tasso di persone in carcere, pari a 750 individui ogni 100.000 abitanti. Grandissima parte di questo aumento è dovuto proprio agli arresti effettuati sotto la politica di guerra totale alle droghe.

Annunciata da Nixon nel 1971, la War on Drugs fu poi portata avanti in maniera particolarmente dura dai suoi successori Reagan e Clinton. La politica nacque, ufficialmente, per contrastare l’abuso di sostanze stupefacenti, con Nixon che dichiarava: «Il nemico pubblico numero uno negli Stati Uniti è l’abuso di droghe. Per combattere e sconfiggere questo nemico, è necessario condurre un’offensiva nuova e totale».

Nelle ultime decadi, quindi, si è visto un incremento senza precedenti dei fondi ai corpi di polizia e alle agenzie governative che combattono il traffico di stupefacenti. Il potere discrezionale dei giudici è diminuito, sostituito da leggi che impongono sentenze obbligatorie – e spesso molto lunghe – a chi è giudicato colpevole di possesso o spaccio di droghe. Al contempo, invece, è cresciuto quello dei poliziotti, permettendo loro di effettuare molti più controlli, spesso con mezzi non del tutto leciti, pur se con il placet della Corte Suprema degli Stati Uniti.

La dimensione razziale della mass incarceration

La cosa che più sorprende, quando si analizza questo fenomeno, è la sua dimensione razziale. Non solo gli USA hanno imprigionato un incredibile numero di individui negli ultimi quarant’anni, ma lo hanno fatto colpendo soprattutto le comunità nere e latine. Nelle carceri statunitensi, oggi, la percentuale di detenuti neri è superiore a quella più alta mai registrata nel Sudafrica dell’apartheid. Tra il 1983 e il 2000, il numero di bianchi nelle carceri è aumentato in maniera paurosa, diventando ben otto volte superiore. Ma per i latinos, l’aumento è stato di ventidue volte superiore rispetto ai numeri del 1983. Per i neri, poi, ancora peggio: un incremento pari a ventisei volte il livello iniziale. Tra i bianchi, nel 2006, solo 1 uomo su 106 era in carcere, mentre per gli afroamericani, 1 su 14.

La demografia delle carceri statunitensi. Fonte: U.S. Department of Justice, 2015.

Proprio la stretta connessione tra la War on Drugs e la targetizzazione delle comunità afroamericane ha destato più di qualche sospetto sulla bontà delle intenzioni di Nixon, Reagan e Clinton nel volere davvero combattere l’abuso di stupefacenti. Infatti, nonostante gli studi mostrino come bianchi, neri e latini consumino e vendano sostanze illegali a tassi sostanzialmente uguali, sono soprattutto i membri delle comunità afroamericane e ispaniche a essere fermati, arrestati, incarcerati, spesso con sentenze più lunghe dei loro corrispettivi di etnia bianca.

La strategia politica dietro alla War on Drugs

Il punto è che i risultati raggiunti dalla War on Drugs, che hanno ulteriormente disgregato le già fragili comunità di colore degli USA negli ultimi quarant’anni, non sono frutto del caso. In questo senso, sono rivelatrici le parole di John Ehrlichman, ex consigliere di Nixon in poltica interna: «La campagna di Nixon nel 1968, e la Casa Bianca di Nixon, ebbero due nemici: la sinistra pacifista e i neri. […] Sapevamo che non avremmo potuto rendere illegale l’essere contro la guerra o l’essere neri, ma facendo in modo che il pubblico associasse gli hippies con marijuana e i neri con l’eroina, e poi criminalizzandole entrambe, avremmo potuto distruggere quelle comunità. Avremmo potuto arrestare i loro leader, razziare le loro case, rompere i loro incontri e denigrarli notte dopo notte sui telegiornali della sera. Sapevamo che stavamo mentendo sulle droghe? Certo».

Il filo logico che collega le parole di Ehlichman coi risultati del sistema di incarcerazione di massa disegna un quadro abbastanza chiaro. La War on Drugs, annunciata come la nuova frontiera della lotta al traffico di stupefacenti, è stata in realtà una strategia politica messa in atto per colpire neri e latinos, criminalizzandoli e creando un immaginario estremamente negativo nei media, per poi relegarli ai margini della società.

La mass incarceration, quindi, è diventata ciò che Michelle Alexander definisce un sistema di controllo razziale. In sostanza, è il mezzo tramite cui le disuguaglianze tra neri e bianchi, che dopo l’era dei diritti civili e la fine delle leggi segregazioniste sembravano destinate a scomparire, sono state invece riprodotte nel tempo e continuano ancora oggi.

I tre sistemi di controllo sociale dei neri identificati dalla Alexander. Fonte: blogs.berkeley.edu

Un nuovo sistema di segregazione razziale

Come accadeva prima degli anni ’60, quando negli USA le cosiddette leggi Jim Crow imponevano la segregazione ai neri – escludendoli da quartieri, scuole, posti di lavoro a maggioranza bianca, creando ostacoli all’esercizio del loro diritto di voto, e in generale creando un’America a due velocità – oggi succede lo stesso, proprio attraverso il sistema di incarcerazione di massa.

La mass incarceration, infatti, funziona su moltissimi livelli, imponendo un regime di segregazione meno esplicito di quello dell’era Jim Crow, ma ugualmente efficace. Il sistema odierno, infatti, non si esaurisce nella questione dell’incarcerazione degli afroamericani, già comunque molto rilevante, poiché li sradica dai propri quartieri e dalle proprie famiglie, indebolendo il tessuto sociale di queste comunità che spesso sono già di per sé segregate e impoverite, proprio a causa dell’eredità delle leggi segregazioniste del passato. Il sistema continua a esercitare la propria influenza sulla vita delle persone incarcerate per tutta la loro vitasoprattutto quelle di colore, compromettendone diversi aspetti necessari non solo al benessere, ma anche alla semplice sopravvivenza.

Corrispondenza tra aree a maggioranza nera e arresti a Minneapolis. Fonte: ACLU

Dopo il carcere, per effetto delle riforme passate durante la War on Drugs, queste persone non possono più accedere a misure di welfare come i buoni alimentari, né possono fare domanda per una casa popolare. Inoltre, la privazione di questi benefici è amplificata dal fatto che queste persone contraggono spesso debiti legati alla loro permanenza in prigione. La ricerca di un’occupazione è impossibile, perché molti datori di lavoro rifiutano di assumere persone con la fedina penale sporca. Infine, in quasi tutti gli Stati le leggi precludono l’esercizio del diritto di voto o di servire in una giuria a detenuti ed ex detenuti, diminuendo drasticamente il potere politico già scarso che detengono le comunità segregate di colore negli USA.

Le conseguenze della mass incarceration

In conclusione, quando si parla del fenomeno della mass incarceration, le questioni fondamentali sono due.

La prima è la sua dimensione razziale, ovvero il modo in cui targetizza in modo specifico – e ingiustificato, considerato che i tassi di criminalità per etnia negli USA hanno una varianza bassissima tra le diverse etnie – le comunità di colore, soprattutto quelle afroamericane.

La seconda è la pervasività del sistema. La mass incarceration, infatti, non si esaurisce tra le mura del carcere, e non colpisce solo attraverso la distruzione dei nuclei familiari, o la mancanza di padri nelle comunità di colore. È una filiera che accompagna tutti gli individui di colore che vengono incarcerati, partendo dalle perquisizioni arbitrarie della polizia, passando per l’esperienza traumatica del carcere e precludendo loro un reinserimento nella società attraverso leggi formali e canali informali, come ad esempio la discriminazione operata dai datori di lavoro.

È un sistema che, negli anni, ha distrutto la fiducia delle comunità nere e ispaniche nelle istituzioni. Inoltre, ha impoverito le comunità etniche già ghettizzate e uscite in difficoltà dalla crisi dell’industria degli anni ’70, rafforzando i problemi legati alla segregazione residenziale, scolastica ed economica dei neri in molte città e aumentando il divario tra loro e i bianchi. Dopo l’era delle conquiste dei diritti civili negli anni ’60, il regime di mass incarceration è stato un brusco risveglio per chi auspicava la possibilità di creare un’America equa e senza disuguaglianze etniche.

Fonti e approfondimenti:

Alexander, Michelle (2010), “The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness”, New York, New Press.

Blow, Charles M., “The Other Inconvenient Truth”, The New York Times, 17/08/2017.

Coates, Ta-Nehisi, “Mapping the New Jim Crow”, The Atlantic, 17/10/2014.

Ava DuVernay, “13th”, Netflix, 2016.

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