I giovani e la sinistra verso le presidenziali

Copertina di Riccardo Barelli.

A poche settimane dalle presidenziali di novembre, i dubbi su chi siederà nello Studio Ovale per i prossimi quattro anni sono ancora molti. Democratici e repubblicani sondano i rispettivi elettorati, ingegnandosi per mettere a punto la strategia vincente. Almeno un elefante campeggia da mesi nella stanza dei due schieramenti; nel caso dei democratici, questo elefante è rappresentato dai giovani. I giovani adulti, nati fra il 1981 e il 1996, sono quelli che hanno avuto l’occasione di votare per le elezioni presidenziali da cui è uscito vincitore Barack Obama, nel 2008 o nel 2012, mentre i nati dopo il 1996 sono cresciuti durante l’amministrazione del primo presidente nero della storia statunitense. Se i primi hanno oggi quasi quarant’anni, l’età dei secondi si aggira intorno ai venti e, per la prima volta, nelle elezioni presidenziali di quest’anno insieme costituiranno circa il 40% degli aventi diritto al voto.

Un falso mito

Il voto giovanile tende a concentrarsi a sinistra, nelle fila dei democratici, ma sempre più spesso si tratta di una scelta tutt’altro che guidata dalla passione per i candidati in corsa. Sia i democratici che i repubblicani faticano a comprendere cosa i più giovani si aspettano dalla classe politica, non riuscendo a intercettarne i desideri e le necessità. I primi continuano a fare affidamento esclusivo sul voto dei neri, senza quasi soffermarsi su temi come giustizia sociale, armi da fuoco e debito studentesco. I secondi insistono nel solco scavato da Donald Trump, la cui politica irresponsabile e le cui scelte pericolose per il futuro e per l’ambiente non convincono i giovani conservatori moderati.

L’idea che i più giovani non si sentano attratti da leader anziani (Joe Biden, se sarà eletto, diverrà il presidente più vecchio di sempre) sembrerebbe invece un falso mito. Il due volte candidato alle primarie democratiche Bernie Sanders, persino più anziano di Biden, che ha saputo catalizzare benissimo il desiderio di cambiamento delle giovani generazioni ne è l’esempio più recente. Durante le primarie del 2016, il senatore del Vermont è infatti riuscito a racimolare più voti dai giovani elettori di quanti ne abbiano ottenuti Hillary Clinton e Donald Trump messi insieme; mentre nell’ambito dell’ultimo Super Tuesday è stato il 60% degli under 45 a sceglierlo come candidato insieme a Elizabeth Warren, contro il 20% che ha preferito Joe Biden.

Ma se il cuore dei giovani non batte dalla parte dei politici che più rappresentano l’establishment democratico, che giudicano retrogrado e superficiale, a volte è l’establishment stesso a non dimostrare di avere a cuore questa vasta fetta di elettorato, e la convention dem di quest’anno lo ha senz’altro dimostrato. Durante la convention, anomala sotto molti punti di vista, sono intervenuti diversi politici, ma in pochi si sono rivolti espressamente a questa parte di elettorato. Lo stesso discorso di Alexandria Ocasio-Cortez è stato molto breve: alla deputata democratica, che per molti giovani rappresenta un grande punto di riferimento, è stato infatti concesso poco più di un minuto, sufficiente soltanto per un intervento pro forma a favore di Sanders.

«Vote Him Out»

La disaffezione dei giovani nei confronti della politica, malgrado le lacune nella comunicazione, resta in realtà un punto di cui i democratici sono ben consci. Lungimirante in questo senso è stata la scelta di Kamala Harris come candidata vicepresidente da parte di Biden. Di ascendenze giamaicane e asiatiche, Harris potrebbe rivelarsi una carta vincente non soltanto per attirare ulteriormente i voti dei neri e degli asiatici, ma anche per coinvolgere maggiormente i giovani. La senatrice della California, nonostante sia stata molto criticata a causa delle ombre che aleggiano sul suo passato di procuratrice, è nota per il suo impegno sui temi ambientali e sociali e piace ai giovani più di Biden. È stata co-propositrice del primo progetto parlamentare per attuare il Green New Deal disegnato da Ocasio-Cortez, e in seguito all’omicidio di George Floyd ha curato, insieme all’ex-candidato per le primarie democratiche Cory Booker, il disegno di legge che mira a riformare gli organi di polizia.

Sulla stessa linea, forse proprio per ingraziarsi gli elettori più giovani, si è mosso Joe Biden, proponendo un piano da duemila miliardi di dollari per combattere il cambiamento climatico. Sebbene molti elettori dem vedano la lunga esperienza da vicepresidente al fianco di Barack Obama come un suo punto di forza, Biden è malvisto dai più giovani in quanto rappresentante di quella classe politica che non credono capace di cambiare veramente le cose. Inoltre, anche Biden ha assunto in passato delle decisioni in contrasto con il profilo scelto per presentarsi oggi agli elettori, come la legge sulla giustizia del 1994, reputata essere una delle principali cause della incarcerazione di massa, o come quando avrebbe ostacolato, accusato dalla stessa Harris di questo, una vecchia risoluzione sui trasporti scolastici durante un dibattito pubblico delle primarie democratiche ora molto ripreso.

Conquistare i più giovani non è un’impresa semplice. Fra i giovani cittadini statunitensi serpeggia un clima di generale sfiducia verso la politica, specialmente dopo le elezioni presidenziali di quattro anni fa, che diedero la vittoria a Trump malgrado il voto popolare ampiamente a favore di Clinton. Molti sono convinti che la storia potrebbe ripetersi e temono che ogni sforzo potrebbe risultare inutile e, complice anche l’assenza di candidati forti che possano appassionarli, valutano seriamente l’opzione di non votare affatto. Non sorprende perciò che alcuni sondaggi li vedano come la categoria che potrebbe presentare il tasso di astensione più alto, a novembre. È per questo motivo che, nel mondo democratico, si è recentemente incominciato a utilizzare lo slogan Vote Him Out, proprio per sottolineare come, anche in mancanza di un leader progressista convincente, lo scopo delle prossime presidenziali sia principalmente quello di cacciare Donald Trump dalla Casa Bianca. E come per riuscirci serva il voto di tutti, giovani compresi.

Black Lives Matter e nuove prospettive

In realtà, l’elezione di Donald Trump e la polarizzazione dell’opinione pubblica avevano già guidato i giovani progressisti statunitensi verso una partecipazione più intensa alla vita politica, soprattutto all’interno degli ambienti scolastici. Nel tempo si sono moltiplicate le organizzazioni studentesche, mentre il web si riempiva di raccolte firme e petizioni di ogni genere. Più conosciute sono realtà come Next Gen America, i cui volontari si impegnano per riattivare i giovani elettori disillusi e concentrare il loro voto presso i candidati progressisti. Così come si è molto discusso di Diversify Our Narrative, una petizione che propone di dotare le scuole pubbliche di libri di testo più inclusivi e più condivisi, che non si concentrino esclusivamente sulla storia e la letteratura occidentali, in cui il corpo studentesco statunitense stenta sempre di più, a causa della multiculturalità che lo caratterizza, a riconoscersi.

Sono da leggere in questo contesto i dati sull’affluenza alle urne delle ultime elezioni di metà mandato, che hanno permesso ai democratici di prendere il controllo del Congresso, durante le quali si è registrata un’impennata della partecipazione giovanile. Se, infatti, nelle midterm del 2014, con il secondo e ultimo mandato di Barack Obama ormai agli sgoccioli, fu soltanto il 20% dei giovani elettori a votare, in quelle del 2018 la partecipazione si è aggirata intorno ai trenta punti percentuali, risultato non scontato per un appuntamento elettorale come quello, meno importante rispetto alle presidenziali.

Negli scorsi mesi, però, la situazione politica statunitense è profondamente mutata. La cattiva gestione della pandemia da Covid19 e le violenze della polizia, gli omicidi di Ahmaud Arbery, Breonna Taylor, George Floyd e il ferimento di Jacob Blake, il nuovo vigore del movimento Black Lives Matter, hanno rinfocolato questioni irrisolte della società statunitense e la tensione è aumentata. Secondo gli osservatori questo potrebbe aver acceso in molte persone il desiderio di cambiamento, riattivando così altri elettori delusi o indecisi che, altrimenti, non si sarebbero recati alle urne. La presa di coscienza che soltanto un cambiamento politico potrebbe risollevare le sorti dei cittadini afroamericani si è cristallizzata in un intervento di Terrence Floyd. Mentre le proteste imperversavano nelle strade, il fratello di George ha lanciato un appello ai manifestanti, chiedendo a tutti di partecipare alle elezioni e di informarsi e istruirsi autonomamente affinché ogni vittima della violenza razziale possa ottenere giustizia.

Segnali incoraggianti

Per scoprire se i cambiamenti e le scosse degli ultimi mesi porteranno dei risultati e se gli sforzi dei progressisti avranno esito positivo è necessario aspettare l’Election Day del 3 novembre. Ci sono i presupposti per credere, però, che qualcosa si stia veramente muovendo sotto l’epitelio statunitense, ed è proprio dai più giovani che arrivano i segnali più incoraggianti. I dati disponibili in merito parlano chiaro: alla fine dello scorso agosto, in venti Stati del Paese si erano già registrate alle urne più persone di età compresa fra i 18 e i 24 anni di quante ce ne fossero nel Novembre del 2016.

Insomma, nonostante la diffidenza, la disillusione e la sensazione che ogni impegno sia vano, ci sono buone possibilità che i giovani si presenteranno, al momento del voto, come una forza realmente capace di fare la differenza per i democratici. Se questo avverrà, Joe Biden e Kamala Harris dovranno ammettere di essere in debito con una categoria per cui il partito ha fatto molto poco finora. E allora potrebbero prendere in seria considerazione lo stato di abbandono in cui i dem hanno lasciato i giovani negli anni passati.

 

Fonti e approfondimenti

Lara Bazeleon, Kamala Harris Was Not a ‘Progressive Prosecutor’, The New York Times, 17/01/2019

Will Stancil, Rick Perlstein, The convention shows Democrats don’t care about young voters, The Washington Post, 18/08/2020

Riley Beggin, College students are motivated to vote, but many don’t trust US elections, Vox, 24/08/2020

Charlotte Alter, Most Young Voters Think the Country Is On the Wrong Track, Poll Finds, Time, 22/04/2019

Maggie Astor, Young Voters Know What They Want. But They Don’t See Anyone Offering It, The New York Times, 22/03/2020

Chris McGreal, ‘I decided I had to do something’: can young voters flip a key swing county against Trump?, The Guardian, 22/08/2020

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