Il sultano e le formiche: occupazione precaria e disoccupazione a Tokyo

Come abbiamo visto nello scorso articolo, Tokyo è una metropoli che attrae quotidianamente milioni di persone, dato il suo ruolo di centro economico-finanziario tra i più grandi a livello mondiale. Le infrastrutture altamente sviluppate e gli innovativi piani di sviluppo sostenibile la rendono una megalopoli all’avanguardia senza rivali al mondo. Tuttavia in Giappone, terza potenza economica mondiale e Paese con una delle più alte aspettative di vita secondo l’OCSE, sopravvive la povertà e Tokyo non fa eccezione.  Sempre stando agli ultimi dati dell’OCSE, il Giappone si piazza agli ultimi posti della classifica con un tasso di povertà relativa del 15,7% contro una media generale dell’11% (l’Italia 14%, due posizioni più in alto).

Dati sul tasso di povertà relativa per fasce di età, Fonte: OCSELa fascia di popolazione più colpita è quella dai 66 anni in su. Seguono in ordine la fascia 0-17 anni, trascinata nel baratro da parte dell’ultima fascia da cui dipendono economicamente, e quella 18-65. Nonostante l’elevato tasso di occupazione registrato dal governo, per molte persone le entrate sono esigue e non assicurate. Andiamo a vedere quali sono le forme della povertà a Tokyo, quali i suoi numeri e le sue cause.

I numeri dell’occupazione a Tokyo

Secondo gli ultimi dati dello Statistics Bureau of Japan, nella prefettura di Tokyo il 77.8% della popolazione è in età lavorativa (15-64 anni) e il 64.8% risulta impiegato. Dati disaggregati per sesso mostrano come gli uomini con un lavoro sono il 74.3% contro il 55.6% delle donne.

Dati sull’occupazione della popolazione per prefettura (2017), Fonte: Statistics Bureau, Ministry of Internal Affairs and Communications website

Le percentuali sull’occupazione possono però essere fuorvianti. Tra gli occupati troviamo ad esempio i freeters -persone che mettono insieme modesti guadagni cambiando più lavori part-time- e i working poors (lavoratori poveri), che nonostante abbiano un’occupazione percepiscono un reddito insufficiente per gli standard di vita del Paese finendo al di sotto della soglia di povertà. Infatti, scomponendo ulteriormente le percentuali notiamo che le lavoratrici e i lavoratori a Tokyo senza posto fisso sono il 35% della popolazione occupata.

Genitori single

Per comprendere le reali condizioni di vita e i numeri della povertà a Tokyo, i dati sull’occupazione vanno letti in relazione alla situazione familiare di questa parte della popolazione e ad alcune variabili socio-economiche inerenti al contesto.  Secondo gli ultimi dati del governo, ad esempio, nel Paese sono circa 840 mila le famiglie composte da un unico genitore (nel 90% dei casi si tratta di madri) con almeno un figlio a carico. In Giappone, dopo il divorzio, la legge non prevede l’affidamento condiviso dei figli e spesso sono le madri ad occuparsene in toto, anche finanziariamente. Tradizionalmente, queste lasciano il lavoro per dedicarsi alla cura dei bambini e quando tornano alla ricerca di impiego trovano un sistema molto rigido. Finiscono così per intraprendere lavoretti part-time che, pur inserendole tra la popolazione occupata, non garantiscono retribuzioni soddisfacenti. Le madri single ricevono un sussidio statale mensile di circa 42mila yen (336 euro) per il primo figlio, ma per il secondo il supplemento è di soli cinquemila yen (40 euro) e tremila yen (24 euro) per il terzo. A ciò va anche aggiunta una tendenza su scala nazionale per cui la donna percepisce in media uno stipendio inferiore all’uomo.

Sulla base dell’ultimo censimento disponibile, nella metropoli di Tokyo i nuclei famigliari composti da un unico genitore con figli ammontano a 66 mila (circa 60800 sono quelli composti da donne). Il 50% di queste famiglie si trova in condizione di povertà; allargandoci ai confini della megalopoli tokyoita, contiamo anche le quasi 41 mila famiglie di Saitama, le 34 mila di Chiba e le 49 mila di Kanagawa. Sul totale dei giovani nella fascia 0-17 residenti nella capitale, più del 20% vive in condizioni di povertà.

Anziani

È ormai noto come in Giappone la popolazione anziana stia aumentando vertiginosamente. Oggi, secondo i dati del Melbourne Mercer Global Pension Index, il sistema pensionistico giapponese ha un grado di sostenibilità tra i più bassi al mondo. Ciò significa che in futuro, date le previsioni di invecchiamento della popolazione, diverrà sempre più difficile per il Paese garantire una copertura pensionistica adeguata agli anziani. Anche l’indice sull’adeguatezza delle pensioni, ovvero l’ammontare elargito alla popolazione, è tra i più bassi. La percentuale di popolazione anziana (da 65 anni in poi) residente nella prefettura di Tokyo corrisponde a circa un quarto di quella totale. La prefettura di Tokyo, inoltre, promette di essere quella che invecchierà più di tutte entro il 2035. Oggi, due terzi delle case popolari dell’area sono abitate da anziani che vivono soli.

Senzatetto

La povertà ha portato inoltre a un aumento cospicuo di persone costrette a vivere per strada, persino nella zona di Tokyo. Tra questi, troviamo sia disoccupati sia working poors incapaci di permettersi un affitto. Secondo i dati del 2020 del Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare, il numero di senzatetto, rinvenuto sulla base di una ricerca che prendeva in considerazione 255 cittadine in tutto il Paese, ammonta a 3992 persone. Di queste, 889 nella prefettura di Tokyo (857 uomini, 32 donne). La stragrande maggioranza – 818 – si trova proprio nella zona dei 23 distretti speciali. Espandendo il raggio per coprire l’intera area della megalopoli, vanno aggiunte le 152 della prefettura di Saitama, le 145 di Chiba e le 719 di Kanagawa. Su 3992 totali, 1905 provengono dalla megalopoli (1815 uomini, 57 donne, 23 di cui non si è potuto distinguere il genere) che copre tutte le prefetture sopracitate. Sia a livello nazionale sia di ciascuna prefettura, il risultato mostra comunque miglioramenti rispetto agli anni passati. Tuttavia, il metodo con cui il ministero raccoglie i dati è considerato sbrigativo dall’ARCH (Advocacy and Research Centre for Homelessness), una ONG di Tokyo che dai suoi due conteggi annuali, effettuati in estate e in inverno sin dal 2016, stima ce ne siano più del doppio.

Le radici della povertà

Larga parte della povertà osservabile oggi in Giappone deriva dallo scoppio della bolla finanziaria del ’91. Le banche non riuscirono più a recuperare i crediti elargiti e la recessione colpì le famiglie, le imprese e il settore pubblico. Questa portò a tagli di stipendi e personale che continuarono fino al 2004 circa. La popolazione diplomatasi e laureatasi nel decennio post-bolla, conosciuta come “generazione perduta”, ha avuto molta difficoltà a ottenere un lavoro fisso. Dopo i primi segni di miglioramento nel 2005, quando le aziende cominciarono a riassumere, questa fetta di popolazione si era già inoltrata nel mondo dei lavori part-time. Essendo il sistema aziendale giapponese focalizzato sull’assunzione di nuovi laureati, una volta riaperti i battenti, sono stati largamente scartati dalla selezione rimanendo nel limbo dei lavoratori precari.

Il sistema particolarmente rigido di assunzione rende difficoltoso anche il reinserimento di genitori che hanno lasciato il lavoro per crescere i figli, soprattutto se donne. La situazione è peggiorata dalla cosiddetta “cultura della vergogna”: molte persone in difficoltà tendono a non cercare aiuto per non ammettere pubblicamente la propria situazione. Per ottenere l’assistenza economica tramite welfare, il regolamento prevede che una persona non abbia sufficienti entrate e che la sua famiglia non possa provvedere al suo sostegno. Di conseguenza, secondo l’ONG Sanyukai di Tokyo, alcuni senzatetto preferiscono continuare vivere alla giornata, piuttosto che coinvolgere i parenti e tentare l’ingresso in strutture d’accoglienza. Questo status è in definitiva il gradino più basso a cui può condurre l’incertezza economica anche nella futuristica Tokyo.

Con una popolazione in progressivo invecchiamento e diminuzione è necessario utilizzare tutta la forza lavoro possibile per raccogliere contributi e mantenere il sistema funzionante. Il governo Abe, con il piano battezzato “womenomics”, ha tentato di occupare maggiormente la popolazione femminile tramite incentivi alle aziende e sviluppando strutture per l’infanzia in cui le madri potessero lasciare i figli per andare al lavoro. Tuttavia il risultato è stato solo un vasto impiego di lavoratrici a tempo indeterminato e part-time: tipologie di lavoro che non garantiscono prospettive economiche o famigliari, causando un restringimento della classe media.

È auspicabile, invece, che la cultura lavorativa diventi più elastica, in modo che chi lasci il lavoro temporaneamente per prendersi cura dei figli o lo perda per esempio a causa della crisi, possa tornare a lavorare più facilmente. Così come è necessario colmare il divario di stipendio tra donne e uomini. Oltre che per una questione di uguaglianza di genere, secondo gli studi di Goldman Sachs Research uno scenario di pari opportunità porterebbe a una potenziale impennata del 15%  del PIL Giapponese.

Tutte le problematiche discusse, lontane dall’immaginario comune sul Giappone, trovano dunque spazio anche tra i quartieri commerciali e finanziari di Tokyo. Oltre a minare la stabilità economica delle prossime generazioni,  il Paese sta mettendo a rischio nel lungo periodo l’immagine e la struttura della capitale. Percepita finora come grande centro mondiale, che non smette di attrarre capitali e professionisti stranieri, Tokyo potrebbe vedere incrinata la nomina positiva guadagnatasi in tutti questi anni.

 

Fonti e approfondimenti

ARCH (Advocacy and Research Center for the Homelessness) website

Internazionale, In Giappone I Poveri Ci Sono Anche Se Non Si Vedono, 2016

JFS, The Growing Senior Population In Japan’s Metropolitan Areas: Challenges For Japan, Hints For The World, 2018

Jiyeoun Song, Economic Empowerment of Women as the Third Arrow of Abenomics, Journal of International and Area Studies Vol. 22, No. 1, pp. 113-128, 2015

Mercer, Melbourne Mercer Global Pension Index, 2019

Ministry of Health, Labor and Welfare, National survey on the actual conditions of the homeless, 2020

OECD Better Life Index, Giappone, 2020

OECD data, Poverty rate indicator, 2020

Statistics Bureau of Japan, Employment Status Survey, 2017

Trading Economics, Japan Unemployment Rate, 2020

The Atlantic, Japan Is No Place For Single Mothers, 2017

The Guardian, How Tokyo’s suburban housing became vast ghettos for the old2019

The Mainichi, Tokyo group’s night survey finds nearly 2.8 times more homeless than gov’t day figures, 2020

The Japan Times, ‘No one wants to be homeless’: A glimpse at life on the streets of Tokyo2019

The Japan Times, 20% of Tokyo’s Children From Impoverished Households: Survey, 2017

Trading Economics, Japan Unemployment Rate, 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Be the first to comment on "Il sultano e le formiche: occupazione precaria e disoccupazione a Tokyo"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: