La nascita del carcere negli USA

Eastern State Penitentiary, Philadelphia, USA - Kevin Jarrett - Unsplash

Negli ultimi anni, il sistema giudiziario statunitense è stato oggetto di numerose analisi da parte degli specialisti del settore. Grande rilievo è stato attribuito in particolare alla situazione delle carceri: gli Stati Uniti sono il Paese con più detenuti in rapporto alla popolazione, più di 600 ogni 100.000 abitanti. 

A partire dagli anni Settanta, negli USA c’è stata una crescita enorme del numero di persone detenute presso le strutture carcerarie, tanto che il fenomeno è stato spesso descritto come incarcerazione di massa”. Un fenomeno che, oltre Atlantico, ha riguardato e continua a riguardare soprattutto le minoranze, oggi afroamericani e latinos

Il carcere qui è diventato a tutti gli effetti uno strumento di controllo razziale, un mezzo straordinario di riproduzione delle disuguaglianze. Al punto che oggi sono in molti a interrogarsi sul suo ruolo e a metterlo in discussione dalle fondamenta, giudicandolo incompatibile con la tutela dei diritti umani. Una spinta che, forse non a caso, si dimostra più forte proprio nel Paese che ha visto la nascita della sua versione moderna, quale istituzione atta a punire i devianti, isolandoli dalla società. Ma come si è sviluppato il carcere negli Stati Uniti?

I valori della società coloniale

Per comprendere le ragioni storiche che hanno portato alla nascita del carcere, bisogna guardare al contesto sociale dell’America del Settecento. Più nello specifico, si deve prendere in esame la prospettiva con cui, all’epoca, i coloni interpretavano i due fenomeni devianti che avrebbero rappresentato il fulcro delle considerazioni “penali” negli Stati Uniti post-rivoluzionari: la povertà e il crimine.

I nordamericani non concepivano né la povertà né il crimine come problemi su cui intervenire attraverso una politica sociale. Per quanto riguarda la povertà, questa era considerata semplicemente una condizione ineliminabile, che si inseriva in un grande disegno provvidenziale, fedelmente rispecchiato nelle condizioni sociali delle persone. 

Nella società coloniale pre-rivoluzionaria, la visione del mondo era fortemente plasmata dalla religione protestante, che giustificava e legittimava un ordine sociale gerarchico e statico. La religione definiva la presenza della povertà nel mondo come naturale e giusta, come altrettanto giusto era il soccorso fornito agli indigenti. Pertanto, le parti più fragili della popolazione non costituivano una minaccia all’ordine e alla pace sociale. 

Il crimine, d’altra parte, proprio a causa dell’influsso del Protestantesimo nel creare la coscienza collettiva, veniva spesso associato – o identificato – al “peccato”, manifestazione della parte più oscura dell’animo umano. Al pari della povertà, si trattava di un elemento giudicato endemico, impossibile da estirpare una volta per tutte, anche se la famiglia e la Chiesa erano chiamate a un’opera di prevenzione. 

Le sanzioni previste per i comportamenti criminosi erano di tipo corporale, e spesso molto dure. La frusta, la gogna e la pena di morte costituivano le tre forme principali dell’intervento punitivo; le prigioni in un primo momento svolsero solamente una funzione cautelativa, ovvero quella di ospitare detenuti in attesa di un giudizio definitivo.

I confini della società coloniale

Nel corso del XVIII secolo l’attenzione dei coloni si concentrò sempre di più sul fenomeno del vagabondaggio e sui costanti flussi migratori che interessavano le comunità locali. Già nel 1683, il primo codice newyorkese aveva sancito una divisione tra la dovuta assistenza ai bisognosi locali e l’opposizione all’immigrazione dei poveri, che venne riprodotta in seguito in altri territori. 

Dato che la stabilità e la residenza erano i perni su cui si reggeva l’ordine sociale, i migranti e i senza fissa dimora costituivano potenziali fattori destabilizzanti. Per questo, furono varati ovunque provvedimenti progressivamente più punitivi. Soprattutto negli insediamenti più popolosi e più interessati dai flussi migratori, si diffusero presso la popolazione residente paure e atteggiamenti paranoici. 

In risposta al vagabondaggio e all’immigrazione si svilupparono strutture specifiche, spesso copie di quelle già presenti in Europa. Le case di correzione (houses of correction) – edificate dapprima in Pennsylvania sul modello olandese per confinare i piccoli criminali – e le case di lavoro (workhouses) dovevano evitare che gli stranieri non voluti potessero mettere a rischio la sicurezza delle città. Anche se vi furono destinate relativamente poche risorse, e quindi sortirono un effetto molto limitato, esse contribuirono a legittimare una forma di esclusione che aveva un target chiaro nella popolazione migrante povera. 

Viceversa, le case di carità (almshouses) destinate ad accogliere i più fragili, costituivano l’ultima spiaggia per quanti non potevano ricevere forme di assistenza e di carità nel proprio contesto familiare. Si trattava di persone molto anziane, gravemente malate o mutilate, rimaste senza un supporto domestico, delle quali si faceva carico il pubblico. Si era cristallizzata una differenza tra le politiche di contrasto alla povertà residente e a quella non residente. Tuttavia, fino all’Ottocento, il carcere non rappresentò un’istituzione centrale per quanto concerne la punizione penale della devianza.

I cambiamenti post-rivoluzionari

Dalla fine della guerra contro la Corona britannica, i neo-nati Stati Uniti d’America conobbero profonde trasformazioni sociali, economiche e culturali. La popolazione aumentò rapidamente, furono gettate le basi per la crescita industriale e si propagarono in tutto il Paese le idee dell’Illuminismo. L’ordine sociale basato sulla gerarchia e sulla comunità chiusa al suo interno era quindi messo in discussione. In una società che si scopriva dinamica e vedeva nella razionalità uno dei principi guida del progresso, il vecchio sistema di controllo perse poco a poco la propria ragion d’essere.

Assieme all’entusiasmo che accompagnò l’alba della nuova epoca, crebbero anche i dubbi sugli elementi che avrebbero garantito ordine e stabilità, e così i timori di un forte aumento della criminalità. A mutare fu la stessa concezione dei comportamenti devianti: se prima la loro origine era ricercata all’interno dell’individuo, si diffuse poi la convinzione che questa dovesse essere rintracciata nell’ambiente sociale. Di riflesso, quelli legati alla devianza furono visti sempre meno come fenomeni inevitabili e sempre più come problemi di natura sociale, cui trovare una soluzione politica.

Alle riflessioni sulle origini e sulle “correzioni” al crimine, si aggiunse un processo di colpevolizzazione della povertà e dell’indigenza strettamente correlato all’emergere di nuove opportunità economiche. In un passaggio storico in cui le possibilità di lavoro sembravano aprirsi a tutti, queste condizioni risultavano molto meno tollerabili. Allo stesso tempo, le strutture presenti non riuscivano, da un lato, a fare fronte alle richieste di sicurezza e, dall’altro, a soddisfare la pretesa di risocializzazione dei detenuti. La rieducazione sarebbe dovuta passare dalla disciplina del lavoro, ma questa perse progressivamente la sua centralità a dispetto dell’elemento punitivo, che divenne il vero asse portante delle politiche di controllo della devianza sociale. Infine, gli alti costi di sorveglianza e la bassa produttività costrinsero i legislatori ad abbandonare istituzioni che, semplicemente, non erano più sostenibili.

La nascita del penitenziario

Le prime a elaborare un modello sostitutivo furono le sette quacchere della Pennsylvania. In un intreccio di convinzioni religiose e ideali illuministi, esse trovarono il modo di garantire la certezza della repressione e il rispetto della proporzione tra delitto e pena, tipica dell’approccio retributivo. Secondo questo principio, il reo, dopo avere infranto una norma, avrebbe dovuto cedere la propria libertà per un determinato e “razionale” periodo di tempo. La pena detentiva divenne un elemento centrale del controllo sociale. 

Il progetto quacchero si realizzò nel penitenziario: un edificio separato dal mondo esterno, costituito da un insieme di celle nelle quali confinare i reclusi. Dopo un primo esperimento sul finire del Settecento – il carcere di Walnut Street -, nel 1821 partirono nella città di Philadelphia i lavori per la costruzione del Pennsylvania’s Eastern Penitentiary. Qui i detenuti sarebbero stati isolati sia di giorno sia di notte e avrebbero ritrovato la retta via attraverso la preghiera, unico strumento per ricongiungersi a Dio, e il lavoro, la cui funzione non era interpretata in chiave economica, ma riabilitativa.

Il carcere di Philadelphia, in origine, era visto come un modello di razionalità amministrativa. In realtà, i suoi effetti furono devastanti: senza contare i gravissimi danni fisici provocati dalla mancanza di aerazione e di movimento nelle celle, la solitudine prolungata portò molto spesso i reclusi alla pazzia e al suicidio.

Questo modello non sarebbe stato l’unico a vedere la luce. Nel 1818, l’amministrazione dello Stato di New York decise di affidare la prigione di Auburn a un ex soldato di nome Elam Lynds. Egli fu il primo ad applicare l’isolamento totale come metodo di reclusione; tuttavia, esso venne abbandonato dopo che un elevatissimo numero di detenuti morì a causa delle pessime condizioni e un numero altrettanto rilevante fu spinto alla follia. In seguito furono pertanto apportate delle modifiche: i reclusi avrebbero passato isolati solamente la notte, mentre durante la giornata avrebbero condiviso uno spazio di lavoro. 

Il dibattito sui due modelli fu molto acceso. Negli Stati Uniti, nonostante non mancassero critiche per la durissima situazione cui si costringevano i reclusi, ciò che portò all’ascesa di uno a scapito dell’altro furono considerazioni di natura economica. Erano in molti a credere che la detenzione privasse il mercato del lavoro di una forza della quale, all’epoca, si registrava una domanda crescente; inoltre, si ripropose in fretta il problema dei costi di gestione. Per superarli, il penitenziario sarebbe dovuto diventare un’impresa efficiente. Il che significava, in altri termini, gestire l’organizzazione interna sul modello produttivo dell’epoca: la fabbrica. 

Il sistema di Auburn fu, pertanto, il primo tentativo di conciliare le spinte verso il forte controllo sociale, la razionalizzazione dell’amministrazione giudiziaria e, non ultimo, la rispondenza dell’istituzione allo spirito capitalistico che si stava affermando negli USA. Spirito che, è bene rimarcarlo, non trovava lo stesso terreno fertile ovunque; qualche tempo dopo, le diversità nel sistema economico tra Nord e Sud avrebbero rappresentato, non senza ragione, una delle chiavi di lettura della guerra civile. In ogni caso, quello immaginato da Lynds sarebbe divenuto il modello centrale dell’amministrazione penitenziaria statunitense. L’incarcerazione si impose così quale soluzione politica per i comportamenti ritenuti devianti, e diventò negli anni un’istituzione chiave, diffusa capillarmente nel territorio statunitense, per il controllo sociale delle minoranze.

 

Fonti e approfondimenti

Alexander, Michelle. 2020. “The new Jim Crow: Mass incarceration in the age of colorblindness”. The New Press

Buracchi, Tommaso. 2004. Origini ed evoluzione del carcere moderno. Napoli, l’Altro diritto

Davis, Angela, Y. 2011. “Are prisons obsolete?”. Seven Stories Press

Gallino, Francesco. 2019. “La solitudine come tecnica di dominio. Il caso dei penitenziari statunitensi di inizio XIX secolo”, Cambio – rivista sulle trasformazioni sociali, Firenze University Press.

Melossi, D., & Pavarini, M. 2018. “The prison and the factory: Origins of the penitentiary system”. Springer

Rothman, David, J. 1971. “The discovery of the asylum”. Transaction Publishers.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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