I diritti umani nel sistema penitenziario statunitense

Freepick - Texture photo created by freestockcenter - www.freepik.com

Secondo Human Rights Watch, ad oggi gli Stati Uniti hanno la più grande popolazione carceraria al mondo. Fin dagli anni Settanta, il numero di detenuti è aumentato costantemente, soprattutto a seguito della cosiddetta War on Drugs di Nixon da cui è nato il sistema della mass incarceration. 

Negli ultimi quattro decenni, le politiche nazionali in materia di criminalità hanno riempito le carceri fino al punto di collasso, colpendo maggiormente soggetti afroamericani o appartenenti alle fasce più povere della popolazione. Nel 2018, gli arresti federali hanno raggiunto il livello più alto in 25 anni, arrivando a 195.000 incarcerazioni, esasperando una situazione carceraria già al tracollo per le problematiche sempre più acute. 

Non è solo il numero di detenuti a spaventare, ma soprattutto le loro condizioni di vita, a causa delle quali è sostanzialmente negato loro l’accesso ai servizi di riabilitazione sociale e i più elementari diritti umani.

La legislazione sui diritti umani

L’elevato numero di detenuti insieme alle numerose carenze strutturali e sociali che colpiscono gli istituti di pena fanno dei detenuti i bersagli primari in tema di discriminazione e di mancanza di diritti, posta la condizione di disvalore sociale che li riguarda. Da sempre, quindi, la tematica dei diritti dei detenuti viene posta in secondo piano nelle discussioni, ritenendo che l’alienazione di alcuni diritti sia conseguente all’ingresso nelle carceri. 

Con tale consapevolezza, il corpus di legislazione internazionale e nazionale ha inteso porre un limite a tale dinamica, o almeno una guida all’uso, per orientarsi verso il riconoscimento e l’applicazione dei diritti fondamentali dei detenuti. 

In particolare, gli Stati Uniti guardano con costanza alla Convenzione sui diritti politici e civili, di cui sono firmatari e il cui art. 10 è esplicitamente dedicato al trattamento dei detenuti. 

Oltre a chiarire che tutti i detenuti devono essere trattati con pari dignità, per evitare discriminazioni interne, la Convenzione sottolinea che l’ingresso negli istituti di pena non può sopprimere il riconoscimento e l’applicazione dei loro diritti, essendo questi impermeabili alle condizioni esterne. 

Proprio perchè tali diritti rimangono sempre attivi, il Comitato per i diritti umani ha ribadito che le eventuali carenze economiche e infrastrutturali dei sistemi di giustizia e delle strutture designate non possono in alcun modo giustificare un’assenza di riconoscimento dei diritti umani dei detenuti, soprattutto per l’obiettivo rieducativo e risocializzante della detenzione, fine ultimo e insopprimibile della giustizia criminale ed esecutiva. 

Su questa scia si inseriscono anche le Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners delle Nazioni Unite, per ultimo modificate nel 2015. 

Le Rules stabiliscono delle indicazioni, ben consapevoli delle diversità economiche e culturali negli Stati firmatari, e sono considerate delle linee guida cui orientarsi per la gestione minima dei detenuti. Pur risalendo al 1977, le Rules contengono già delle indicazioni sulla cura della salute mentale dei detenuti, ritenuta una parte fondamentale per la cura della salute dei soggetti. É noto che i problemi di salute mentale costituiscono una delle problematiche più rilevanti nell’ambito penitenziario, sia per la violenza con cui impattano sulla vita del detenuto sia per la poca prontezza nella cura offerta dal sistema, che spesso tende a vederla come una comune conseguenza della detenzione e, per questo, come realtà data e immutabile. 

A livello interno, la normativa di riferimento è per lo più composta dal Mentally Ill Offender Treatment and Crime Reduction Act  (MIOTCRA) approvato nel 2004 e confermato anche nel 2008. L’Act è nato con l’obiettivo di assegnare risorse economiche e strutturali ai governi locali e degli Stati per poter far fronte alle difficoltà trattamentali che i detenuti con problemi di salute mentale incontrano nel corso della detenzione, ma nella realtà dei fatti la maggior parte di queste risorse è stata utilizzata per coprire i costi delle fasi pre processuali o post processuali, lasciando scoperto il reale target d’azione. 

Dopo questo fallimento, nel 2015 è stato approvato il Comprehensive Justice and Mental Health Act, che recupera strumenti e obiettivi dell’Act del 2004, ma riconosce con più chiarezza che il maggiore problema sta nel ritenere che l’ambiente penitenziario sia un luogo adatto al trattamento della salute mentale, senza invece considerare il reale impatto che la detenzione ha sui detenuti.

Il trattamento e la salute mentale

Secondo il Bureau of Justice Statistics, il 56% dei prigionieri statali e il 45% dei prigionieri federali hanno sintomi o una storia recente di problemi di salute mentale

Eppure, le carceri non hanno un sistema efficace per proteggere queste persone. Nonostante la presenza di professionisti della salute mentale all’interno delle strutture, questi non riescono a lavorare in modo efficace. I carichi di lavoro sono estenuanti per mancanza di personale e per l’assenza di una cultura istituzionale che prevenga e tuteli la salute di chi si trova in carcere.

Infatti, secondo Human Rights Watch, negli anni le istituzioni non hanno mostrato interesse nel preservare la salute mentale dei prigionieri, ma hanno invece investito nell’aspetto meramente punitivo del carcere. Le conseguenze sono tangibili: le carceri sono mal attrezzate per rispondere in modo appropriato ai bisogni dei detenuti con malattie mentali, senza personale e con programmi e strutture insufficienti.

 Aiutare i prigionieri a ritrovare o migliorare la propria salute dovrebbe essere una priorità per il governo, perché rappresenta un vantaggio per tutte le persone: promuove la sicurezza e l’ordine all’interno dell’ambiente carcerario e migliora la capacità di reinserimento dei detenuti al momento della fine della pena.

Tortura e altri trattamenti inumani e degradanti: il caso dell’isolamento

Negli Stati Uniti per reati considerati più gravi, i detenuti devono scontare la pena nel carcere di massima sicurezza, aspramente criticati dagli esperti dei diritti umani. 

I detenuti di queste prigioni passano 23 ore al giorno da soli in celle di isolamento di circa 6 metri quadri con finestre minuscole che rendono impossibile ai detenuti capire in che zona della prigione si trovano. 

Questo tipo di reclusione crea loro gravi danni psicologici, aumentando ansia, attacchi di panico, depressione e allucinazioni, specialmente se l’isolamento è prolungato. Secondo diversi studi, l’isolamento per un numero considerevole di prigionieri può avere conseguenze gravi, anche dopo un breve periodo di prigionia, portandoli a uno stato di apatia o di violenza. Alcune persone, sane nel momento di inizio dell’isolamento, si sono ammalate durante le prigionia; altre si sono suicidate. 

L’isolamento può essere ancora più pericoloso per persone che soffrono di malattie mentali perché lo stress e la mancanza di interazioni sociali può esasperare i sintomi della malattia. 

Inoltre, i detenuti in isolamento difficilmente riescono ad accedere ai servizi per la salute mentale. Gli interventi si limitano spesso alla somministrazione di farmaci psicotropi e incontri occasionali con i medici. Non è possibile svolgere terapia individuale o di gruppo, né attività ricreative con altri detenuti. 

Secondo lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla tortura, l’isolamento prolungato dei detenuti equivale a trattamenti inumani o degradanti, e in alcune circostanze, può costituire tortura. Il rapporto conclude affermando che, dal momento che l’assenza di contatto sociale può compromettere in modo significativo la salute mentale dei prigionieri, l’isolamento dovrebbe essere utilizzato solo in casi estremi e non dovrebbe essere possibile per persone con pregressi problemi di salute mentale. 

 

Fonti e approfondimenti

American civil liberties union, Abuse of the human rights of prisoners in the united states: solitary confinement.

American psychological association, Incarceration nation, ottobre 2014.

Human rights watch, Mental Illness, Human Rights, and US Prisons, 22/09/2009.

Murgolo, E., La mass incarceration è il Jim Crow del nuovo millennio, Lo Spiegone, 12/07/2019.

US Congress. Gov., Mentally Ill Offender Treatment and Crime Reduction Act 

US Congress. Gov. ,Comprehensive Justice and Mental Health Act.

U.S. Department of Justice, Federal Justice Statistics, 2017-2018, aprile 2021.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

Be the first to comment on "I diritti umani nel sistema penitenziario statunitense"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: