Le vie degli stupefacenti: il qat in Yemen

Quat_Lo Spiegone
@Ferdinand Reus - Wikimedia Commons - CC BY-SA 2.0

Il qat (talvolta scritto khat) è una sostanza profondamente integrata all’interno della cultura yemenita. Mentre nella maggior parte dei Paesi occidentali è considerata una sostanza illegale, nel sud-ovest dell’Arabia, questo stimolante è sempre presente nelle occasioni sociali e viene venduto come un qualsiasi altro prodotto, nonostante i tentativi da parte delle autorità locali e dei gruppi fondamentalisti di bloccarne la diffusione. La coltivazione di questa pianta sta, però, creando seri problemi a un Paese già gravemente impoverito da anni di conflitto.

Leggende e poesie

La pianta del qat (Catha edulis) è nativa del Corno d’Africa. Le foglie e i germogli di questo arbusto sempreverde, se masticati quando sono ancora freschi, hanno effetti stimolanti: aumentano l’energia e la concentrazione, inducendo al contempo una sensazione di benessere

Le proprietà del qat sono note da secoli. Secondo un aneddoto attribuito a un mistico vissuto a Mokha, a cavallo tra il XIV e il XV secolo, la pianta sarebbe stata portata in Africa dalla Cina da Dhu al-Qarnayn (letteralmente “il Bicorne”), un mitico condottiero nominato nel Corano e identificato da alcuni studiosi come Alessandro Magno; costui avrebbe introdotto il qat in Etiopia per liberare la regione dalle malattie e dai jinn – esseri sovrannaturali, spesso maligni e ingannatori, presenti nel folklore arabo fin dall’epoca preislamica. La vera data di introduzione dell’arbusto in Yemen è incerta, ma in base a una comparazione delle fonti è localizzabile intorno al XV secolo. Al pari del caffè, inizialmente il qat era consumato dalle ṭuruq – confraternite – sufi durante i loro rituali mistici

Per molto tempo, ‘ulema – esperti di legge coranica – e altri studiosi dell’imamato yemenita si sono interrogati sulla liceità di questa pianta, dal momento che il Corano proibisce l’uso di sostanze psicoattive. Nonostante alcuni periodi di messa al bando da parte di imam particolarmente zeloti, in breve tempo il qat divenne una sostanza a uso ricreativo molto apprezzata soprattutto dalle élite della capitale Sana’a, centro economico e culturale della regione.

Soprattutto tra il XVII e il XVIII secolo, a questa pianta sono state dedicate molte pagine della ricca, seppur poco nota, letteratura yemenita. Per esempio, è protagonista di trattati scritti in forma di dialogo in cui discute, insieme al caffè, per decidere quale delle due fosse la sostanza migliore. Il qat è anche al centro di poesie ispirate alle ḫamriyyat, i componimenti bacchici molto diffusi in epoca omayyade (661-749) e abbaside (750-1258), che spesso presentavano, neanche troppo velatamente, contenuti omoerotici. 

Dal palazzo dell’imam alle strade di tutto lo Yemen

Fino alla seconda metà del secolo scorso, il qat era considerato un prodotto elitario, tanto da essere soprannominato, nello Yemen settentrionale, “l’imam verde”. Tuttavia, a partire dagli anni Settanta, il miglioramento dei trasporti e l’aumento della ricchezza dovuto alle rimesse dei lavoratori emigrati nei vicini Paesi petroliferi hanno consentito a un numero sempre maggiore di cittadini di avere accesso alle foglie stimolanti. Il governo del Nord tentò di proibire il consumo della pianta per ben due volte, nel 1958 e nel 1971; queste misure si dimostrarono però inefficaci. 

Nel giro di pochi anni, il qat è diventato parte integrante della vita quotidiana in entrambi gli Yemen e, dopo il 1990, nel Paese unificato. Ancora oggi le foglie da masticare sono una componente irrinunciabile nelle occasioni sociali, che si tratti di un pomeriggio informale tra amici o di un incontro per affari. Sebbene in pubblico sia più comune vedere uomini consumare qat, anche le donne ne fanno largo uso, specie durante i matrimoni o altre celebrazioni. Grazie alle sue proprietà stimolanti, gli studenti universitari ricorrono a questa pianta per aumentare la concentrazione e apprendere più facilmente prima di un esame. 

Nonostante sia molto amato, il qat non è però innocuo. Oltre a creare una forte dipendenza, un uso prolungato può portare a seri problemi di salute al cavo orale e al sistema digestivo e può contribuire allo sviluppo di disturbi mentali. Inoltre, l’acquisto continuo di foglie priva le famiglie più povere di una parte consistente del proprio reddito: in media, un consumatore abituale spende tra gli 8 e i 12 dollari al giorno, una cifra apparentemente irrisoria nei Paesi più ricchi, che però in Yemen va a esacerbare le già precarie condizioni economiche di buona parte della popolazione. Gli effetti negativi del qat sugli introiti familiari sono stati registrati anche in Etiopia e Somalia.  

Nel 2016, le autorità provinciali di Aden hanno tentato di bloccare almeno parzialmente la vendita di qat durante i giorni lavorativi, rendendola quindi possibile solo il giovedì e il venerdì. Questa decisione, fin da subito impopolare, non ha avuto alcun effetto concreto e nel giro di poche settimane la messa al bando è stata sospesa. Anche i gruppi fondamentalisti affiliati ad al-Qaeda hanno impedito la circolazione di qat nelle zone sotto il proprio controllo. Tuttavia, intorno al qat ruota un giro d’affari talmente consistente da renderlo difficile da sradicare. 

Il giro d’affari

Nella parte settentrionale dello Yemen, il qat è coltivato principalmente negli altipiani intorno a Sana’a, mentre nel Sud le piantagioni sono collocate soprattutto nella provincia di al-Dhale. Per i contadini di queste aree, la pianta è la principale fonte di sostentamento: un solo ettaro può fruttare 12.500 dollari a raccolto, una cifra tre volte maggiore rispetto a ogni altra coltivazione presente nel Paese. Inoltre, garantisce un introito rapido e costante, perché foglie e germogli sono pronti nel giro di pochi mesi e la stessa pianta può fornire fino a quattro raccolti all’anno. 

Il guadagno sicuro spiega l’aumento vertiginoso delle coltivazioni nel giro di pochi decenni: se negli anni Settanta 10.000 ettari di terreno erano dedicati al qat, nel 2012 si è arrivati a 167.602 ettari, ovvero circa il 12% del suolo arabile del Paese. 

Oggi l’industria del qat, tra produzione e distribuzione, dà lavoro a uno yemenita su sette, rappresentando il secondo settore d’impiego dopo l’agricoltura e l’allevamento. 

Qat e risorse idriche

Per quanto remunerative, le piantagioni hanno un costo ambientale non indifferente: la coltivazione di qat, che richiede molta acqua per ottenere foglie morbide e pregiate, sta letteralmente prosciugando una risorsa già molto rara e contesa. È stato stimato che per garantire a un consumatore abituale una dose giornaliera sono necessari circa 500 litri di acqua. Circa la metà delle risorse idriche destinate all’uso agricolo va a irrigare le coltivazioni di qat, che tolgono acqua e terreno ad altre piantagioni, soprattutto quelle a uso alimentare.

Questa problematica, già di per sé non indifferente, è ulteriormente esasperata da una scarsa manutenzione, tecniche di irrigazione dispendiose e dallo scavo di pozzi non autorizzati. Un uso indiscriminato e irresponsabile delle risorse idriche potrebbe avere conseguenze devastanti in futuro. Diciannove delle ventuno falde acquifere del Paese, in particolare quella di Sana’a, sono talmente sfruttate da rischiare di non essere più in grado di rigenerarsi

Non ci resta che masticare

Con il trascinarsi del conflitto, in corso ormai da anni, l’uso di qat è aumentato. Almeno l’80% per cento degli uomini e il 60% delle donne in Yemen sono consumatori abituali. Anche un numero sempre più crescente di bambini al di sotto dei dieci anni fa uso di questa sostanza. Di fronte alla continua violenza, la povertà crescente e l’incertezza del futuro, gli yemeniti cercano rifugio, almeno per qualche ora, nel benessere indotto masticando con amici e familiari. Inoltre, il qat toglie la sensazione di fame, una proprietà non trascurabile nel bel mezzo di una delle carestie più gravi della storia recente.

Il caos in cui lo Yemen è sprofondato rappresenta, almeno in parte, sia la causa del recente boom di qat, sia l’ostacolo per l’implementazione di misure che possano attenuarne i danni. Innanzitutto, come già visto, la coltivazione della pianta è un’industria altamente remunerativa: bandirne definitivamente la coltivazione significherebbe privare una crescente parte della popolazione, già gravemente impoverita da anni di conflitto, dell’unica fonte sicura di sostentamento. La guerra stessa ha indebolito il potere delle autorità e quindi l’efficienza dei controlli, in particolare quelli sulle risorse idriche. Infine, dal momento che il qat provoca una forte dipendenza, è molto difficile per un consumatore abituale sospendere l’assunzione all’improvviso; sarebbero quindi necessari programmi di supporto e riduzione del danno in modo che gli utenti possano intraprendere un percorso adeguato per sospendere, o quantomeno limitare, l’uso della pianta. Tuttavia, nessuna delle forze che al momento si contendono il potere in Yemen sembra capace (o volenterosa) di garantire un simile servizio. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Mohammed Alshakkaa, Wafa. F. S. Badullab, Nazeh Al-Abdc, and Mohamed Izham Mohamed Ibrahimd, Knowledge and Attitudes on Khat Use among Yemeni Health Sciences Students, in Substance Use & Misuse, Vol. 55, N. 4, 2020, pp. 557-563.

Hugh Macleod, John Vidal, Yemen threatens to chew itself to death over thirst for narcotic qat plant, The Guardian, 26/02/2010.

Hammoud Mounassar, Qat habit drains Yemen’s precious groundwater, Middle East Eye, 12/02/2015.

Nasser al-Sakkaf, From anger to support, Yemenis react to qat ban in city of Aden, Middle East Eye, 20/05/2016.

Nasser al-Sakkaf, War in Yemen: How drugs have become big business, Middle East Eye, 28/03/2017.

Mark Wagner, The Debate Between Coffee and Qāt in Yemeni Literature, in Middle East Literature, Vol. 8, N. 2, luglio 2005, pp. 121-149.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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